Entrevistas con Arturo

Noticias, entrevistas, artículos y material diverso sobre Arturo Pérez-Reverte

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grognard
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Mensaje por grognard » Lun May 21, 2012 5:53 pm

:lol:

dije en mi italiano básico


http://www.youtube.com/watch?v=jbWZTZopLRs

min.9'40"

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koora_linax
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Mensaje por koora_linax » Lun May 21, 2012 7:52 pm

Gracias chicos :wink:
"Al final lo que está en juego es como vivir con el desorden". Arturo P-R

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Ada
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Mensaje por Ada » Lun May 21, 2012 11:07 pm

Pobre hombre, ha tenido que alucinar al ver la decoración y el attrezo del sitio :o
Consuela saber que nadie a quien amas se quema en lo que arde. http://adacaramelada.blogspot.com.es

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Violette
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Mensaje por Violette » Lun May 28, 2012 2:00 pm

aik escribió:Entrevista con "Antonio" Perez -Reverte en la TV italiana. :)
http://www.youtube.com/watch?v=B60KGjwDq6M


snif... no tengo altavoces en el ordenador donde estoy... tengo que regresar!!

Graicas Aik!
¿Para qué sirve un libro sin imágenes ni diálogos?

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Ada
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Mensaje por Ada » Mié May 30, 2012 11:40 pm

http://tinyurl.com/arturoitalia

Si haceis click abajo a la derecha podeis escuchar y ver una entrevista-cena con AP-R

Dura 12 minutos y pico. Se entiende bien. Por algun extraño motivo se me para en el minuto 5.50.
Si no entendeis algo, decidlo
A disfrutar de la cena con velas
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Ada
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Mensaje por Ada » Lun Jun 11, 2012 12:57 pm

Una perlita de Jot Down

Arturo Pérez-Reverte: "Me crié con Jenofonte, con Homero, con La Ilíada, con La Eneida, con Los tres mosqueteros, Dumas, Verne, Stevenson".

Si queréis adquirir la revista, además de por internet, se puede comprar en las siguientes librerías

http://www.jotdown.es/librerias-jd/
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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Vie Jun 15, 2012 9:28 am

Ha solo due amori, la vita e la morte…
Entrevista con Alessandra Casella - infinitestorie.it - Milán (falta fecha, 2003)

Siede sul bordo della poltrona come se fosse pronto a balzare fuori dal cuoio e correre via: i gomiti sono appoggiati sulle ginocchia, ma le mani si muovono in continuazione, segnando l'aria con la brace della sigaretta perennemente accesa. Fuma pesante, in un mondo di neo-salutisti. D'altronde Arturo Pérez-Reverte non segue mai la corrente, se non quand'è sulla sua barca, su cui si concede lunghi mesi di solitudine, lontano dal mondo. Lo rivedo dopo diversi anni: oggi porta la barba e sembra ancora più giovane di allora, eppure ha 52 anni, dei quali più di venti passati a fare l'inviato di guerra, mestiere che di solito non distende esattamente i lineamenti. Ha un fisico scattante, nodoso, direi. Forse un patto con il diavolo de 'Il club Dumas', il romanzo che l'ha reso famoso, l'ha fatto veramente. Chissà. O forse è soltanto un uomo che fa quello che gli piace, senza concedere nulla a ciò che il mondo dell'immagine gli chiede. Quasi nulla: oggi è a Milano per presentare il suo ultimo romanzo, 'La Regina del Sud', e questo non rientra nella sua lista delle cose preferite. Ma Teresa Mendoza, la protagonista del romanzo, una messicana che diventa la Signora della Droga, lo pretende, e lui, da hidalgo, obbedisce. Perché la Mendoza è l'ultima, la più completa delle sue eroine, che cambiano viso e colori, ma sono in fondo sempre la stessa donna. Ed è la prima volta che Pérez-Reverte sceglie una protagonista femminile.

-Nelle mie storie c'è sempre uno stesso tipo di donna che mi intriga molto, e avevo bisogno di raccontarla dal di dentro. Il personaggio di Teresa mi è venuto in mente mentre, seduto a bere in una cantina messicana, stavo ascoltando un "corrido" su una narcotrafficante, ma certamente il romanzo affonda le sue radici molto tempo prima. Volevo parlare di una figura femminile che mi ossessiona, e nel contempo volevo tracciare una topografia del potere, del denaro, di quello che è la società attuale, dell'immoralità che soggiace alla nostra società: il mondo del narcotraffico è un pretesto magnifico per parlare di tutto questo.

-Come ti sei trovato "nei panni di una bruna"?
-È stata dura. Ho cercato di affrontare il mistero femminile con molto rispetto, lasciando chiuse quelle porte oltre le quali, come uomo, non sarei potuto andare. E ho provato a vedere il mondo come lo vede una donna: come un soldato in un territorio nemico. Ogni donna, in questo mondo a misura d'uomo, è un soldato perso in campo nemico.

-Sarà per questo che Teresa decide che per sopravvivere non può permettersi di innamorarsi?
-La trappola della donna è innamorarsi: l'amore per una donna è una gabbia fatta dai suoi stessi sentimenti, che la tiene in ostaggio di se stessa innamorata, e quindi dell'uomo che ama e della società che le dà un ruolo nella coppia e nel mondo. La libertà per una donna è incompatibile con l'essere innamorata. L'amore è pericoloso anche per un uomo, ma per la donna ha effetti molto più devastanti. Quando una donna decide di togliersi dalle spalle i ruoli classici e mettersi, come Teresa, ad affrontare la lotta in un mondo tradizionalmente maschile, essendo come ho detto "in territorio nemico" non può permettersi debolezze, e quindi non può innamorarsi. Può arrivare persino a essere crudele: ma a differenza dell'uomo, la cui crudeltà è soggettiva e a volte gratuita, la donna è "obiettivamente" crudele soltanto quando l'uso della crudeltà è necessario per sopravvivere. Man mano che Teresa Mendoza si va spogliando dei sentimenti, diventa più forte. Certo, paga un prezzo per questo. Dei tre uomini della sua vita, il primo è il vero amore, il secondo il sesso e il terzo soltanto per la compagnia. Il suo è un viaggio verso la solitudine. Tutte le donne intelligenti e lucide, per quanto felici con una famiglia e figli, nel fondo del cuore si sentono sole.

-La propensione alla solitudine è in realtà il legame che caratterizza tutti i tuoi protagonisti, e i tuoi romanzi scavano sempre più nello sradicamento interiore dei protagonisti. Che cosa ci vuoi dire? Che la vita, in fondo, è soltanto prove tecniche di solitudine?
-Soltanto chi è capace di vivere nella solitudine interiore con naturalezza può sopportare la vita. Tutti gli anni che ho vissuto, i libri che ho letto, le cose che ho visto, il mio addestramento personale, sono stati sempre una scuola per imparare a star solo. Questo non vuol dire vivere senza gli altri, ma accettare la solitudine a livello interiore. Quando arriverà anche la solitudine reale, la vecchiaia, la decadenza, voglio poter contare su una riserva di forza personale che mi permetta di sopportarla.

-Immagina che ci sia un giudice dopo la morte. Pensi che saremo giudicati per la nostra capacità di sopportare la solitudine o di amare nonostante la solitudine?
-Non saremo giudicati. Moriremo e basta. Ma come siamo arrivati a questa conversazione così trascendente? (scoppia a ridere) Credo che comunque ci renderemo veramente conto di quello che siamo soltanto nel momento della morte. Con il mestiere che facevo ho visto morire molte persone... ho visto morire gridando o in silenzio, gente rassegnata o disperata... La morte è come mangiare in un ristorante: al momento del conto c'è chi dice "No, è troppo caro, protesto, non è possibile!" e c'è gente che paga senza fare una piega. Ammiro molto chi sa morire in silenzio. Da tutta la vita mi sto preparando a pagare la fattura senza fare scenate.

-Le disgrazie sembrano avere su Teresa una doppia azione: da un lato quella di chiuderla sempre più in se stessa, dall'altro quella di farle compiere un passo avanti nella vita. Così tu vedi le esperienze? Bisogna seppellire una parte di sé e poi usare la croce come un gradino per salire più in alto?
-Io ho costruito la mia vita sui cadaveri degli uomini che sono stato. Se non muori, non puoi neppure vivere. C'era un tempo in cui credevo fermamente in parole come amore eterno, amicizia inossidabile, Dio, patria, onore, immortalità... Ora credo che nasciamo, lottiamo e moriamo soli. (La cosa curiosa è che lo dice con un certo entusiasmo negli occhi: è evidente che per lui questo non è uno svantaggio, ma un punto a favore.) La vita mi ha spogliato di molte illusioni e mi ha lasciato in cambio la lucidità. È con questa lucidità che scrivo racconti. Avere la lucidità mentale è come essere un buon marinaio. Il mare alla fine uccide tutti: prima i marinai stupidi e irresponsabili, poi anche quelli bravi marinai; ma almeno il buon marinaio ha la consolazione di sapere a quale latitudine e longitudine sta morendo... Questo fa tutta la differenza. Io so che cosa sto facendo qui, so come sono vissuto e come morirò, e so perché. E questo è molto più di quanto possa dire della maggior parte degli uomini che conosco.

-Nei tuoi romanzi è sempre presente una forma, se non di morale, di etica. È curioso che, nel tuo ultimo lavoro, tu abbia attribuito questa componente etica al mondo del narcotraffico e delle mafie... È l'ultimo baluardo degli eroi di sostanza, anche se stupefacente?
-La morale convenzionale è andata a puttane, e il mondo è nella confusione più totale: i principi morali classici sono andati in pezzi. È l'epoca del personalismo, dell'individualità esasperata: ogni persona si costruisce un'etica personale con i resti del naufragio della vecchia morale. Ho scoperto nel mondo dei narcotrafficanti –e nel mondo dei marginali in generale– più rispetto delle loro regole (per quanto non siano accettabili nella società civile) di quanto non ci sia tra la gente "perbene" per le proprie. Se tu guardi la morale da un altro punto di vista, capisci che sono più "morali" i narcos nella loro società che gli onesti all'interno della loro. E poi vivendo ho capito una cosa: non esistono regole universali. Tutti hanno sempre un motivo per agire in un certo modo: il più grande figlio di puttana del mondo ha motivi per fare quello che fa. Io sono stato a Sarajevo accanto a un cecchino, mentre lui ammazzava la gente, e tra un morto e l'altro fumava, parlava, mostrava le fotografie dei suoi figli, mi spiegava le sue ragioni: e dal suo punto di vista aveva ragione a fare quello che faceva. Era anche questo che volevo raccontare nel romanzo. Mi interessa molto più la morale dell'eroe "privato", stanco e disilluso, di quanto non mi interessi una "morale collettiva" assolutamente inesistente. Quando la vita ti spoglia di tutto, ti lascia una sola certezza: che l'unica cosa che il denaro non può comperare è la dignità personale, e di conseguenza il coraggio e il valore. Ed è questo il territorio che mi interessa per i miei racconti: il resto è dettaglio.

-Un altro tratto comune dei tuoi romanzi è l'amore per la lettura. I libri sono l'unico luogo in cui Teresa può trovare se stessa senza averne paura. Eppure all'interno del romanzo tu fai un'affermazione piuttosto sorprendente, per uno scrittore: "Il peggior male dell'essere umano è stata l'invenzione della parola".
-Noi viviamo in un mondo di parole, e le parole sono diventate un elemento talmente quotidiano che si sono corrotte. Io lavoro con le parole eppure diffido di loro: mentiamo, inganniamo, tradiamo con le parole. Possiamo anche uccidere con le parole. Ho amici con i quali mi siedo a prendere una bottiglia di vino e non apriamo bocca per ore. A volte il silenzio è molto più sincero, molto più educativo delle parole. E poi che c'è da dire, in fondo? Tutto è stato già detto da molto tempo, da secoli. Le parole sono diventate come la televisione: nobili e utili in origine, ma ormai le abbiamo trasformate in strumenti di inganno e di potere. L'uomo corrompe tutto quello che tocca.

-Ciò nonostante, continui a rimanere un lettore, e un lettore appassionato... Tu parli anche del piacere profondo, del "sollievo interiore" che tutti noi lettori conosciamo, di maneggiare un libro; anche se, come avevi scritto nel Club Dumas, i nostri libri sono destinati a sbriciolarsi in meno di un secolo... A questo proposito, come vedi la letteratura su Internet? La rete può sostituire il supporto cartaceo?
-Internet è un meccanismo tecnico utile, un complemento efficace, rapido, potente, ma per me (e credo per tutti quelli della mia generazione) non sostituirà mai il piacere di un libro. Internet non è la soluzione a miei problemi di vita, un libro sì.

-Nel romanzo sostieni anche che sarebbero i libri a scegliere noi! Che ci sia una sorta di disegno fatale che porta il lettore al libro giusto?
-Non credo nel soprannaturale, sono un concreto, però credo che nei libri ci sia qualcosa di molto, molto speciale. Ho una percezione quasi magica del libro. Ci sono libri che ti chiamano, che ti dicono: "Tu hai bisogno di me". A me è successo tante volte nella vita: quando ero solo, soffrivo, ero stanco, non capivo, o amavo, o odiavo, se aprivo a caso un libro ci trovavo la risposta precisa o l'analisi esatta della situazione! Se non è magia questa...

-Tu dici anche che un lettore accetta con sorprendente facilità il punto di vista di uno scrittore. Si tratta di fascinazione o di sospensione dell'istanza critica?
-Senza dubbio sospensione dell'istanza critica! È il bello della letteratura: il libro dice: "Ci stai? Giochiamo insieme questo gioco?". Se quello che leggi ti piace, hai il permesso di scaricarti del giudizio critico e di lasciarti portare via dalla storia! Avere un lettore che si lascia trascinare nel gioco che ha ideato per lui è il sogno di ogni scrittore. Io ci tengo moltissimo, e ti assicuro che utilizzo ogni tattica: seduzione, coinvolgimento, mistero...

-Soltanto in Spagna 'La Regina del Sud' ha già venduto 400.000 copie, per non parlare del resto del mondo... La prima edizione (275.000 copie, una tiratura altissima per uno scrittore spagnolo) è volata via non appena pubblicata. Il fatto che ogni tuo nuovo libro sia un best-seller non ti vincola in qualche modo? Non ti crea pressioni?
-Quando i lettori comprano il tuo nuovo libro soltanto sull'onda del piacere che hanno ricavato dal precedente, è il vero segno del successo per uno scrittore! L'essere diventato famoso non mi vincola negli aspetti fondamentali della scrittura, ma in quelli marginali sì. Per esempio, il fatto di essere letto, che ne so, in Russia o in Colombia, fa sì che io stia attento a scrivere i miei romanzi in modo che lettori di culture molto diverse possano comunque seguire le mie storie. Ma il discorso sostanziale rimane inalterato.

-Qual è il tuo rapporto con il mondo culturale spagnolo?
-Non ho rapporto. Ne sono fuori. Sono appena diventato membro della Real Accademia de la Lengua e ne sono onorato, ma non è una cosa che ho voluto o cercato. Io non faccio "vita culturale", faccio la mia vita: sono un cacciatore solitario.

L'intero romanzo di Pérez-Reverte è costruito come un narcocorrido, la popolarissima forma musicale dei paesi latinoamericani che hanno fatto del commercio di droga la maggiore fonte di sostentamento. I narcocorridos (o, in breve, "corridos") sono ballate che parlano di narcos famosi o narcos morti. E spesso i boss del narcotraffico pagano i cantanti perché scrivano loro un corrido! Pur essendo illegali, di fatto i narcocorridos si sentono ovunque, e i concerti dei gruppi di corridos hanno migliaia di spettatori.

-Purtroppo, nonostante l'ottima traduzione di Roberta Bovaia, in italiano noi perdiamo completamente il lavoro sulla lingua che hai fatto per questo romanzo, miscelando costruzioni e termini messicani al tuo spagnolo. Quello che però anche noi possiamo cogliere è un certo stile, per esempio le frequenti ripetizioni di immagini. È una scelta ricalcata sul ritmo dei narcocorridos?
-Proprio così. Non soltanto la lingua, ma la struttura stessa della storia segue il ritmo del corrido. Chi ha ascoltato il corrido messicano può riconoscerne perfettamente il ritmo narrativo, le immagini, la velocità dello stile, le ripetizioni come in un ritornello...

-Ma è vero che hanno fatto un corrido anche per te?
-I miei amici narcos... perché ci sono narcos che sono diventati miei amici! (e lo dice con la faccia del ragazzino che l'ha combinata grossa ma non se ne pente) una sera mi hanno invitato in un ristorante, e a un certo punto entra una banda. Io li ascolto distratto mentre mangio, e di colpo mi rendo conto che stanno parlando di me! Hanno fatto un corrido su di me e uno su Teresa Mendoza!

È soltanto insistendo molto che riesco a farmi dire qualcosa su questo suo corrido. Mi cita soltanto il ritornello, e lo fa con gli occhi bassi (non sia mai che io lo veda arrossire di piacere!) e un sorriso privato sulle labbra.

-Fa così: "Solo tiene dos amores / que son la vida y la muerte / de ellas tiene sus favores / mi amigo Pérez-Reverte"

Ha soltanto due amori, la vita e la morte. E ottiene i loro favori, il mio amico Pérez-Reverte.

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Ada
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Mensaje por Ada » Vie Jun 15, 2012 9:44 am

Ha solo due amori, la vita e la morte…
Entrevista con Alessandra Casella - infinitestorie.it - Milán (falta fecha, 2003)

Solo tiene dos amores, la vida y la muerte (Traducción entrevista con Alessandra Casella):

Se sienta en el borde del sillón como si estuviera listo para saltar del cuero y salir corriendo: los codos apoyados sobre las rodillas, pero las manos se mueven sin parar, escribiendo en el aire con las huellas del cigarro permanentemente encendido. Se fuma mucho, en un mundo de neo-salvacionistas. Por otra parte, Arturo Pérez-Reverte no sigue nunca la corriente, si no es cuando está en su barco, en el que se concede largos meses de soledad, alejado del mundo. Lo vuelvo a ver después de varios años: hoy lleva barba y parece aún más joven que entonces, sin embargo tiene 52 años, de los que más de veinte pasaron mientras era enviado de guerra, trabajo que normalmente no prolonga las cualidades de uno. Tiene un cuerpo elegante, diría que incluso nudoso. Quizá ha firmado realmente un pacto con el diablo de El Club Dumas (la novela que lo hizo famoso). Quién sabe. O quizá simplemente es un hombre que hace lo que quiere sin tener en cuenta lo que el mundo de la imagen le pide. Casi nada: Hoy está en Milán presentando su última novela, La Reina del Sur, y esto no entre en su lista de cosas preferidas. Pero Teresa Mendoza, la protagonista, una mejicana que se convierte en la Señora de la Droga, lo reclama, y él, como caballero, obedece. Porque La Mendoza, es la última, la más completa de sus heroínas que cambian el gesto y el color, pero que en definitiva siguen siendo siempre la misma mujer. Es además la primera vez que APR escoge una protagonista mujer.

- En mis historias hay siempre un mismo tipo de mujer que me intriga mucho y tenía la necesidad de contarla desde dentro. El personaje de Teresa me vino a la cabeza, mientras estaba sentado bebiendo en una cantina mejicana, estaba escuchando un corrido sobre una narcotraficante, pero ciertamente la novela profundiza en sus raíces mucho tiempo atrás. Quería hablar de una figura femenina que me obsesiona, y a la vez quería trazar la topografía del poder, del dinero, de lo que es la sociedad actual, de la inmoralidad que subyace en la sociedad: el mundo del narcotráfico es un pretexto magnífico para hablar de todo esto.

- ¿Cómo te has encontrado en los pantalones de una morena?

- Ha sido duro. He tratado de afrontar el misterio de la mujer con mucho respeto, dejando cerradas las puertas, a las que, como hombre, no habría podido entrar. He intentado ver el mundo como lo ve una mujer: como un soldado en territorio enemigo. Toda mujer, en este mundo hecho a la medida del hombre, es un soldado perdido en territorio enemigo.

- Será por esto que Teresa decide que para sobrevivir no puede permitirse el enamorarse?

- La trampa de la mujer es enamorarse. El amor para una mujer es una jaula hecha de sus propios sentimientos, que la tiene rehén de sí misma enamorada, y por tanto del hombre al que ama y de la sociedad que le ha dado un rol en la pareja y en el mundo. La libertad para una mujer es incompatible con el estar enamorada. El amor es también peligroso para el hombre, pero para la mujer los efectos son aún más devastadores. Cuando una mujer decide quitarse de los hombros ese rol clásico, y como Teresa afrontar la lucha en un mundo tradicionalmente masculino, siendo, como he dicho, “un territorio enemigo”, no puede permitirse debilidades y por tanto no se puede enamorar. Incluso puede llegar a ser cruel, pero a diferencia del hombre cuya crueldad es subjetiva y a veces gratuita, la mujer es cruel de un modo objetivo, solo cuando el uso de esa crueldad es necesario para sobrevivir. Según Teresa Mendoza va despojándose de sus sentimientos, se va haciendo más fuerte. Cierto, paga un precio. De los tres hombres de su vida, el primero es el verdadero amor, el segundo es el sexo, el tercero la compañía. Su viaje es un viaje hacia la soledad. Todas las mujeres inteligentes y lúcidas, felices por tener hijos o una familia, en el fondo de su corazón se sienten solas.

- La propensión a la soledad es en realidad el vínculo, el nexo que caracteriza a todos tus protagonistas, y tus novelas profundizan más siempre en el recorrido interior de los protagonistas. ¿Qué quieres decir? ¿Que la vida, en el fondo, sólo es un tentativo de soledad?

- Sólo quien es capaz de vivir en soledad interior con la naturaleza, puede soportar la vida. Todos los años vividos, los libros leídos, las cosas que he visto, mi adiestramiento personal,… han sido una escuela para aprender a estar solo. Esto no significa vivir sin los otros, sino aceptar la soledad a un nivel interior. Cuando llegue la soledad real, la vejez, la decadencia, quiero poder contar con una reserva de fuerza personal que me permita soportarla.

- Imagina que hay un juez después de morir. ¿Piensas que seremos juzgados por nuestra capacidad de soportar la soledad o de amarla?

- No seremos juzgados. Moriremos y punto. Pero ¿cómo hemos llegado a esta conversación tan trascendente? (rompe a reir). Creo que nos daremos cuenta de lo que realmente somos en el momento de la muerte. Con mi trabajo he visto morir a mucha gente…he visto morir gritando y en silencio. Gente resignada o desesperada. La muerte es como comer en un restaurante: en el momento de la cuenta hay quien dice, “no, es muy caro, protesto, no es posible” y hay gente que paga sin fruncir el ceño. Admiro a quien sabe morir en silencio. Durante toda la vida me estoy preparando para pagar la factura sin montar escenas.

- Las desgracias parecen tener sobre Teresa un efecto doble: por un lado la cierran cada vez más en sí misma y por el otro la hacen avanzar un paso adelante en su vida. ¿Así ves tú las experiencias? ¿Es necesario sepultar una parte de sí y después usar la cruz como un trampolín para subir más alto?

- He construido mi vida sobre los cadáveres de los hombres que he sido. Si no mueres no puedes vivir. Hubo un tiempo en que creí firmemente en palabras como “amor eterno”, “amistad inoxidable”, Dios, patria, honor, inmortalidad… ahora creo que nacemos, luchamos y morimos solos. (lo curioso es que lo dice con un cierto entusiasmo en los ojos, es evidente que para él esto no es una desventaja, sino un punto a favor). La vida me ha despojado de muchas ilusiones y a cambio me ha dejado lucidez. Y con esta lucidez escribo. Tener lucidez mental es como ser un buen marino. El mar, al final, mata a todos: primero a los marinos estúpidos e irresponsables, después a los bravos, pero al menos el buen marino tiene la consolación de saber en qué latitud y longitud muere… Esto es lo que hace la diferencia. Sé que estoy haciendo aquí, sé cómo he vivido, y cómo moriré. Y por qué. Y esto es mucho más de lo que pueden decir la mayor parte de los hombres que conozco.

- En tus novelas siempre está presente una forma, si no de moral, de ética, es curioso que en tu último trabajo hayas atribuido este componente ético al mundo del narcotráfico, las mafias. ¿Es el último bastión de los héroes en esencia, aunque sea sorprendente?

- La moral convencional se ha ido al infierno (literalmente: se ha ido de putas) y el mundo está en una confusión absoluta: Los principios morales, clásicos, se han despedazado. Es la época del personalismo, de una individualidad exasperada. Cada uno construye una ética personal con los restos naufragados de la antigua moral. He descubierto que en el mundo de los narcotraficantes – y en el mundo de los marginados en general- hay un mayor respeto por las reglas (aunque no sean aceptables en la sociedad civil) del que tiene la gente por las suyas propias. Si se mira la moral desde otro punto de vista, te das cuenta de que son más “morales” los narcos en su sociedad que los honestos en la suya. Viviendo he entendido además que no existen reglas universales. Todos tienen siempre un motivo para actuar de una determinada manera: el hijo de puta más grande del mundo tiene motivos para hacer lo que hace. He estado en Sarajevo junto a un francotirador, mientras él estaba matando a gente, y entre un muerto y otro fumaba, hablaba, me mostraba fotografías de sus hijos, me explicaba sus razones: y desde su punto de vista, tenía razón en hacer lo que hacía. Y esto también lo quería contar en la novela. Me interesa más la moral del héroe “privado”, cansado, desilusionado que la moral colectiva, que es absolutamente inexistente. Cuando la vida te lo quita todo, te deja una única certeza, que la única cosa que el dinero no puede comprar es la dignidad personal, y en consecuencia, el coraje y el valor. Este es el territorio que me interesa para mis ficciones, el resto es accesorio.

- Otro común denominador de tus novelas es el amor por la lectura. Los libros son el único lugar donde Teresa puede encontrarse sin tener miedo. Incluso en la novela haces una afirmación más que sorprendente para un escritor “El peor mal del ser humano es la invención de la palabra”

- Vivimos en un mundo de palabras y las palabras se han convertido en un elemento tan cotidiano que se han corrompido. Trabajo con las palabras sin embargo no me fío de ellas. Mentimos, engañamos, traicionamos con ellas. Podemos incluso matar con ellas. Tengo amigos con quienes me siento a tomar una botella de vino y no abrimos la boca durante horas. A veces el silencio es mucho más educativo y sincero que las palabras. Y además, ¿qué hay que decir? Todo está ya dicho desde hace mucho tiempo, desde hace siglos. Las palabras se han convertido como la televisión, nobles y útiles en su origen, pero que las hemos transformado en instrumentos de engaño y de poder. El hombre corrompe todo lo que toca.

- Sin embargo continuas teniendo un lector, un lector apasionado… hablas además del placer profundo, del “alivio interior” que todos nosotros los lectores conocemos, el manejar un libro, aun cuando, como escribiste en El Club Dumas, nuestros libros estén de destinados a destruirse en menos de un siglo…A este respecto, como ves la literatura en internet. ¿puede la red sustituir el soporte en papel?

- Internet es un mecanismo técnico útil, un complemento potente, rápido y eficaz, pero para mí ( y creo que para todos los de mi generación) jamás sustituirá el placer de un libro. Internet no es la solución a mis problemas vitales, un libro sí.

- En la novela mantienes que los libros serían quienes nos elegirían! Que hay un tipo de designio que lleva a un lector hasta el libro adecuado?

- No creo en lo sobrenatural. Soy concreto. Pero creo que en los libros hay algo muy muy especial. Tengo una percepción, una idea casi mágica del libro. Hay libros que te llaman, que te dicen “me necesitas”. A mí me ha ocurrido tantas veces en la vida: cuando estaba solo, sufría, estaba cansado, no entendía o amaba u odiaba, si abría un libro al azar encontraba la respuesta precisa o el análisis exacto de la situación. Si esto no es magia…

- Dices además que un lector acepta con sorprendente facilidad el punto de vista del escritor. ¿Se trata de una fascinación o de una suspensión de la crítica?

- Sin duda, suspensión de la crítica! Es lo bello de la literatura. El libro dice: ¿estás? ¿Jugamos juntos? Si lo que lees te gusta tienes permiso para despojarte del juicio crítico y dejarte llevar por la historia. Tener un lector que se deja arrastrar por el juego que he ideado para él, es el sueño de todo escritor. Lo deseo muchísimo, y te aseguro que utilizo cada táctica: seducción, misterio, participación,…

- Solo en España, LRDS ha vendido 400.000 ejemplares, por no hablar del resto del mundo… La primera edición (275 mil ejemplares, una tirada altísima para un escritor español) ha desaparecido según se ha publicado. El hecho de que cada nuevo libro tuyo sea un best seller, ¿no te “vincula” de algún modo? ¿No te crea presión?

- Cuando los lectores comprar tu nuevo libro, solamente basándose en los restos de placer que obtuvieron del libro anterior, es un auténtico indicio de éxito para un escritor. El haberme convertido en conocido, no me vincula en los aspectos fundamentales de la escritura, sí en los marginales. Por ejemplo, el hecho de ser leído, qué se yo, en Colombia o Rusia, hace que esté atento a escribir mis novelas de la manera en que lectores de muy diversas culturas puedan seguir mis historias. Pero el discurso esencial permanece inalterado.

- ¿Cómo es tu relación con el mundo cultural español?

- No tengo relación. Estoy fuera de él. Acabo de convertirme en miembro de la RAE y me siento honrado, pero no es algo que haya buscado o deseado. No hago vida cultural, hago mi vida. Soy un cazador solitario.

- Toda la novela de APR se ha construido como un narcocorrido, la popularísima forma musical de los países latinoamericanos, que ha hecho del comercio de droga su mayor fuente de sustento. Los narcocorridos (corridos) son baladas que hablan de narcos famosos, o narcos muertos. Y a menudo el jefe del narcotráfico pagan a los cantantes para que escriban sobre ellos un corrido. Incluso aunque sean ilegales, los narcocorridos, de hecho, se escuchan por todas partes, y los conciertos de estos grupos tienen miles de espectadores.

- Sin embargo, a pesar de la óptima traducción de Roberta Bovaia, en italiano perdemos el trabajo que has realizado en tu idioma, mezclando construcciones y términos mejicanos con tu español. Pero lo que también podemos entender es un cierto estilo por ejemplo en la repetición frecuente de imágenes. ¿Es una elección basada en el ritmo de los narcocorridos?

- Justo así. No solo el idioma, sino la estructura misma de la historia sigue el ritmo del corrido. Quien haya escuchado el corrido mejicano puede reconocer perfectamente el ritmo narrativo, las imágenes, la velocidad del estilo, las repeticiones como en un estribillo….

- ¿Es verdad que han hecho un corrido también para ti?

- Mis amigos narcos…. Porque hay narcos que ya se han convertido en amigos! ( y lo dice con la cara de un chaval, que “la ha hecho” y no se arrepiente) una tarde me invitaron a un restaurante y en un determinado momento entró una banda. Los escuché distraídos mientras comía y de golpe me di cuenta que hablaban de mí!. Habían hecho un corrido sobre mí y otro sobre Teresa Mendoza!

Y solo insistiendo mucho consigo que me diga algo sobre su corrido. Me cita solo el estribillo, y lo hace con la mirada baja (no sea que yo lo vea enrojecer del placer) y una sonrisa privada en los labios:

- Dice así: “Solo tiene dos amores / que son la vida y la muerte / de ellas tiene sus favores / mi amigo Pérez-Reverte"
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Ada
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Mensaje por Ada » Mar Jun 19, 2012 8:13 am

Ada escribió:La entrevista de Jot Down Magazine ya está disponible (previo pago de 15€). No es coña

http://www.jotdown.es/store/#ecwid:cate ... t=10695598

Dos frases publicadas en Twitter:

Arturo Pérez-Reverte: "Europa es ahora un negocio en Bruselas en manos de una casta política de sinvergüenzas y mercachifles analfabetos".

JotDownSpain : Pérez-Reverte: "Algunos obispos actuales, no me refiero a todos, son fanáticos indeseables que no están quemando gente porque no pueden".


Queridos, ya llegó. Quien quiera saber más, MP. Tendréis noticias mías esta semana
Consuela saber que nadie a quien amas se quema en lo que arde. http://adacaramelada.blogspot.com.es

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Mar Jun 19, 2012 3:33 pm

Hombre, pues todos queremos saber más. Si no se puede escanear, unas fotos con la cámara o el móvil y ya está, con tal de que se pueda leer el texto. Gracias.

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Ada
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Mensaje por Ada » Mar Jun 19, 2012 4:33 pm

Pues algo va ya en camino
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Ada
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Mensaje por Ada » Mar Jun 26, 2012 2:52 pm

Van a sacar la segunda edicion de la revista, por si quereis alguno haceros con ella
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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Mié Jun 27, 2012 9:50 am

Diálogo entre Arturo Pérez-Reverte y José Perona con alumnos de la
Facultad de Comunicación y Documentación, Universidad de Murcia
26 de abril de 2001

-Bueno, la frase es "En el principio era el libro", Reverte. Estamos en la Semana del Libro y todos los políticos se han puesto a leer libros, y todo el mundo lee libros. ¿Tú qué dices, que los haces?
-Pues en el principio fue el libro también, y además yo crecí en una biblioteca, así que supongo que eso tiene mucho que ver con lo que nos ha traído aquí. Mi recuerdo más antiguo de documentación y biblioteconomía y todos esos términos modernos para hablar de bibliotecas es que cuando hacía batallas con los soldados de juguete (Waterloo, Los Arapiles, Crécy, Azincourt, o lo que fuera) utilizaba los libros de la biblioteca de mi abuelo. Buscaba los mapas y personajes de las batallas e intentaba reproducir después en el suelo, teniendo siete, ocho o nueve años, los elementos que encontraba en los grabados. Así que supongo que mi recuerdo más antiguo de documentación es ese, la biblioteca. Y eso además marcó mucho ya el futuro, fue lo que me formateó el disquete. El privilegio de vivir y crecer en una casa con biblioteca grande significa que los libros son algo tan cotidiano como puede ser una lechuga o el pan de cada día o el café o el vaso de leche por la mañana. Te acostumbras a que el libro no es algo que ves que está ahí lejos, raro e inaccesible, sino que te acostumbras a que sea algo muy normal. Yo recuerdo que hasta jugaba haciendo barricadas con los libros de la biblioteca de mi abuelo -para gran espanto suyo-, para jugar con mis hermanos, y hacíamos con ellos construcciones y cosas. Era la suerte de que hubiera muchos libros en esa casa. Y eso ya te marca. Desde muy jovencito te hace asociar el mundo con la biblioteca y la literatura. Sabes que cualquier cosa que te preocupa, que te inquieta o quieres saber, hay algo ahí que si buscas con cuidado, si lo tienes más o menos controlado, puedes encontrarlo, ampliarlo, multiplicarlo y entenderlo. Entonces, el libro y la biblioteca como clave de la explicación del mundo siempre estuvo presente en mi vida desde que era muy niño, porque tuve la suerte, como digo, de crecer en una casa así. De hecho, ahora, cuando algún familiar mío va a la casa en la que vivo en Madrid siempre me dice que parece que he reconstruido en mi biblioteca la biblioteca de mi abuelo. De hecho incluso hasta la he dotado con el tipo de muebles, grabados en las paredes, estanterías y elementos que había en ella. Y es porque supongo que ya se me quedó siempre en la cabeza la biblioteca como ese lugar clave en torno al cual se articula una vida y todo.

-¿Y el tipo de lecturas de aquella biblioteca lo llevas en la cabeza cuando te haces periodista? ¿Vas buscando en el periodismo la confirmación de aquellos libros de Dumas, o de los Homeros, o de los libros del mar, de la biblioteca?
-Como me conoces, haces la pregunta. Realmente es eso, claro. Realmente, yo a veces pienso que el resto de mi vida, y hablo de los siguientes cuarenta años de mi vida (haré cincuenta este año), yo creo que no es más que una confirmación, más que una forma de confirmar que todo aquello de la biblioteca del abuelo, y los libros que leí después, fui descubriendo, intuyendo o creyendo que era así. De hecho, creo que toda mi vida como reportero, como novelista, como viajero, lo que sea, no ha sido más que una especie de confirmación de todo aquello que en mis años lectores, entre los siete u ocho y los dieciséis, me formó como ser humano. Y veo además aquí una cara culpable, la de Juan Ros, un profesor mío de literatura. Cuando a mí me echaron de los Maristas tuve que ir como un paria al instituto y perdí un curso, pero tuve la suerte de que en el instituto al que fui había un montón de profesores jóvenes, catedráticos con muchas ganas de hacer cosas y que me ayudaron mucho en muchas cosas. Juan Ros, que está ahí, está entre esos nombres porque a él le debo no el haberme hecho leer, porque yo ya leía, sino el haberme enseñado a leer de una forma digamos adulta, a relacionar libro con libro, que una biblioteca no es un montón de libros maravillosos ahí, sino que están interrelacionados entre sí. Ese lazo, esa telaraña en el centro de la cual está el lector como elemento que pone en conexión a Agatha Christie con Tolstoi, Faulkner con Dostoyevski, Dumas con Thomas Pynchon, ese lector en el sentido borgiano fue Juan Ros quien me lo dio, se lo debo y como tal quiero hacerle hoy aquí público un homenaje, porque realmente le debo mucho. Una biblioteca lo tiene todo: el amor, la muerte, la venganza, el viaje, el futuro, el pasado, la memoria, todo, ¿no?... Después lo que hice fue moverme por el mundo intentando comprobar que todo eso que había intuido, visto, aprendido o leído en los libros era real, o no lo era. Mi vida ha sido una confimación, o un estudio, o una exploración que parte de la biblioteca del abuelo.

-¿Cómo se construyó un periodista sus fuentes, sus archivos, cómo organiza su biblioteca de periodista para saber en cada momento quién está casado con quién, quién dirige tal banco, dónde está tal contacto en una guerra...? ¿Cómo se hace eso?
-Hay un elemento previo a todo eso que enlaza con lo que he dicho antes. Normalmente hay un problema fundamental que uno encuentra cuando lee un artículo periodístico, y es que a veces te das cuenta de que el periodista que está escribiendo la información carece de la base intelectual o cultural que le permita analizarla de forma adecuada. ¿Y qué tiene que ver haber leído los clásicos con el periodismo?... Pues tiene que ver mucho, porque si tú has leído, no sé, 'La Ilíada', entonces eres capaz de relacionar diez mil años de distancia entre la batalla de Sarajevo y la batalla de Ilión. Esa cultura como elemento, como base, como poso en el cual va a asentarse todo lo demás es fundamental. De ahí que un problema importante que veo en el periodismo actual es que se nota la falta de lectura, de referencias que permitan interpretar. Creen que han descubierto de pronto la masacre, cuando no saben que eso ya ocurrió. La historia se repite continuamente y el hombre no hace más que desarrollar los mismos actos a lo largo del tiempo, modificando la tecnología. De Troya a Sarajevo cambia la forma de arrasar la ciudad, pero el concepto sigue siendo el mismo. Saber eso, tener la certeza histórica que te dan el conocimiento, la Cultura con mayúscula, la memoria, te permite interpretar una realidad actual de una forma mucho más eficaz y sólida. De ahí que yo considere que sigue siendo muy importante para el periodista tener esa base. Yo tuve la suerte de que salí al mundo habiendo leído, y entonces yo estaba en Sarajevo o Beirut y veía Troya. Ese tipo de cosas son importantes. A la hora de hablar de base, documentación o retaguardia de un periodista olvidamos la parte de la cultura, que es muy importante, y parece que cualquier analfabeto puede ser periodista, y no es verdad. No hay nada más peligroso que un analfabeto con firma en un periódico, o un político analfabeto con poder. Todo aquel que tiene poder de transformar la sociedad -y el periodista lo tiene- es muy peligroso cuando es analfabeto. Es como el niño que juega con armas peligrosas, o contagia un virus y lo expande sin ningún control.

-¿En una guerra, por ejemplo, cómo te documentas?
-Yo me iba con veintitantos años a Beirut, a la guerra del Líbano, y llegaba a un país que no conocía, evidentemente, nunca había estado allí. Entonces, mi forma de trabajar era la siguiente: mi base de trabajo en aquella época era sobre todo 'Le Monde', porque mi lengua era más la francesa que la inglesa -mi generación habla mejor francés que inglés, como la tuya-, y los archivos de mi periódico, el diario 'Pueblo', para ponerme al día de lo que era la actualidad más inmediata. Leía mucho la historia del país y libros. Yo recuerdo siempre que cuando fui al Líbano leí 'La castellana del Líbano', de Pierre Benoit. Todo aquello que me valiera para conocer no ya la actualidad, sino la historia, la cultura, la memoria, la sociedad... Porque nadie entiende un presente sin entender un pasado. Después iba a las embajadas. Yo tenía mi material documental, recortes, dossiers de prensa -entonces no existía internet-, los libros que leía para completar y ponerlo todo en un contexto histórico y social más amplio, y después iba a por información directa a las embajadas. Hacía entrevistas previas, llamaba por teléfono, pedía dossiers, informes económicos y sociales, cuadros de población -cristiana, musulmana, marroquí, lo que fuera-, y después, una vez en el lugar de trabajo, antes de trabajar me dedicaba a hablar con la gente. Establecía un plan de trabajo de entrevistas previas que duraba cuatro o cinco días para obtener contactos, teléfonos y montarme una infraestructura. Normalmente muchas veces también pagando dinero, desde el taxista al que pagabas para que te llevara a los sitios y te explicara los lugares, hasta el político al que ibas a visitar. Procuraba disponer de los elementos necesarios para después poder hablar de la realidad de la que estaba hablando. Y después había una base técnica. Yo normalmente trabajaba en guerras, y entonces era importante conocer el armamento, las características técnicas de los misiles, los lanzagranadas, los tanques, los aviones... Después hay una cuestión práctica: tú sabes que un mortero de 60 mm hace 'tum' y no hace 'tom', y que un mortero tarda dos minutos en caer, o un minuto treinta y cinco segundos, con una elevación determinada. Saber eso es importante, porque tú oyes 'tum' y sabes que tienes treinta segundos para ponerte a salvo. En fin, hay un montón de aspectos prácticos que a veces la vida puede depender de eso. Tú sabes que una mina hace así, efecto cónico, y una de presión hace otra cosa. Todo eso era documentación también, y era trabajo previo que yo hacía leyendo, documentándome. Estaba suscrito a revistas militares extranjeras y tenía contacto periódico con gente que estaba al tanto de esas cosas. Y después, mi propia experiencia, claro. Tú vas desarrollando una serie de contactos previos que te llevan a otros contactos, y al final tienes una agenda así de gorda donde tienes narcotraficantes, prostitutas, taxistas, políticos, y vas tirando de ella. Vas creando una especie de banco de datos tuyo personal que te dura durante años y años -todavía tengo mi agenda esa-, y todo se va interrelacionando.

-Tus novelas son verdaderas tesis doctorales, pero divertidas. ¿Cómo te planteas la lectura de libros, cómo visitas los lugares y cómo usas las visitas a las bibliotecas y los lugares para montarte el plan de la novela?
-Hay un punto fundamental, y es que para mí una novela es algo que tiene que ser divertido. Si no es divertida y no es un ejercicio que me haga feliz y me haga disfrutar, no merece la pena el esfuerzo. Yo escribo porque me lo paso muy bien. Tú y yo hemos hablado muchas veces de eso de la "agonía creativa", y yo digo: "Hombre, pues si lo pasas mal escribiendo, no escribas". "Es que yo sufro, no, esto, tal, la angustia". Chico, pues cambia de oficio, hazte violinista u otra cosa, porque si lo pasas mal no sé por qué diablos te empeñas en escribir. Cuando se trata de un acto voluntario, como la literatura, uno debe ser feliz. Otra cosa es que haya problemas técnicos -eso es otra cosa diferente-, que haya días difíciles, que haya situaciones que te cuesta más trabajo desarrollar... Yo ahora llevaba tres días bloqueado con mi novela nueva ['La Reina del Sur'] porque había un capítulo que no conseguía que funcionara. En el cuarto capítulo el arranque no funcionaba, y me daba cuenta de que lo escribía una y otra vez, pero eso no iba bien. Pero bueno, volvía una y otra vez, me levantaba, iba y venía, me bajaba a Madrid, subía otra vez, y no salía adelante. Y bueno, ahora ya está resuelto, pero eso me ha costado que me acostaba de noche, me levantaba... Hay momentos difíciles y de trabajo muy agobiante, pero el conjunto es un conjunto placentero. Hago eso porque me gusta, y estoy muy a gusto y muy bien. Entonces, una novela es un pretexto estupendo para pasártelo bien, y eso incluye la documentación, fundamentalmente. Yo hago novelas de temas que me interesan, que me gustan: el ajedrez, la esgrima, Sevilla, la cartografía náutica del XVIII, lo que sea. Meto en mis novelas aquellas cosas en las que al trabajar voy a disfrutar y voy a saber más de ellas. Porque mis novelas son siempre primero una idea, como todo el mundo. Tú vas por la vida con un mundo en tu mochila, como yo siempre digo, con lo que has vivido, lo que has leído, lo que has soñado, lo que has amado, lo que has odiado... Todo lo llevas ahí, lo que eres tú. Y un día hay alguna cosa -un vaso de agua, una copa, una risa, una chica guapa, un amigo, cualquier cosa- que hace clic, y entonces esa parte que llevas en la cabeza, toda esa documentación personal e intransferible que en principio va contigo, aparece. ¿Esta historia vale o no vale?... ¿Es una novela o no?... Sí, lo es. Vale. Empiezas a pensar, y durante un tiempo estás con esto en la cabeza. Estás pensando personajes y situaciones, y cuando por fin te descubres que... Es como enamorarse, ¿no? Cuando uno se enamora está: "¿Sí, no? ¿La quiero, no la quiero?", y tal. Y te acercas y le haces así a ver qué tal es la piel. Antes de decidirte a dar el paso es un poco así, ¿no?... La novela es estarse con ella y decir: "Bueno, ¿es o no es la mujer, la novela de mi vida?" Y cuando dices: "Bueno, creo que lo es", te lanzas y empiezas a trabajar de verdad. Entonces haces un plan de trabajo. Yo hago un plan de trabajo muy riguroso, planteo personajes... Porque una novela no es más que un problema narrativo. Uno tiene que resolver un problema: yo tengo que contar una cosa y hacer que el otro la entienda como yo la tengo en la cabeza, y eso requiere una técnica instrumental. Aparte del talento, la energía creadora, el estilo y todas esas cosas que puedas tener, requiere unas herramientas puramente físicas, es decir: lenguaje, sintaxis, estructura, personajes y demás, para resolver ese problema de la forma más eficaz posible. Entonces, para eso aplicas a ese problema los elementos de que dispones: tu cultura, tu memoria, lo que has leído, lo que has sabido y lo que te han enseñado, y lo que decides que en ese momento te puede ser útil. Entonces, me hago un plan de trabajo muy complejo, me hago una estructura por capítulos, me hago un plan de personajes, y después de eso me dedico a cubrir eso: viajo a los lugares en los que va a suceder la novela. Voy a poner un ejemplo: ahora estoy trabajando en una novela de la que llevo cuatro capítulos y que empecé a trabajar en ella a mediados del año pasado. Es una novela que transcurre en México y en España, la historia de una mexicana que viene a España, ahora, en la actualidad. Entonces, para eso me fui y me pasé un mes en México. Empieza en el mundo del narcotráfico mexicano actual, y estuve en Sinaloa, que es la región mexicana donde hay más narcotráfico, tan frecuente como aquí en Galicia o en el Estrecho, hablé con gente, me tomé copas, me gasté la pasta invitando, me hice íntimo amigo de muchos de ellos -a los que conocí utilizando mis viejos recursos como reportero, poniéndolos al servicio de mi vida como escritor- me emborraché con ellos, me fui de putas, en fin, lo normal, lo que uno hace en ese caso con la gente. Es gente muy dura, muy difícil, a la que hay que ganarse. Tú no puedes ir diciendo: "Hola, buenas, yo..." Tienes que ser de ellos, hablar como ellos, y eso requiere tiempo, adaptación y cualidades que yo por mi vida como reportero desarrollé por razones tácticas y necesarias. Bueno, entonces me enrollé muy bien con ellos y me han dado mucha información, me han contado muchas cosas, y ahora sé cosas que antes no sabía. Y eso ahora ya está en mi novela. Segundo capítulo, tal. Tercer capítulo: Melilla. Pues ahora me voy a ir a Melilla la semana que viene, voy a estar ahí trabajando una semana en los lugares donde se sientan, donde comen, qué comen, por dónde se pasean, cuando el personaje se sienta y mira para allá qué es lo que ve... Todo eso, que a lo mejor hay tipos que se lo inventan, a mí me gusta que sea verdad. Me gusta que cuando en 'La carta esférica' se pasean por la calle, sea Murcia lo que sale, cuando sale tal taberna, que sea el plato, la carta, el vino de ese día lo que realmente se tomen. En fin, en eso me lo paso muy bien, y me gusta que sea así, y eso requiere ese trabajo previo de documentación y de trabajo de campo que es muy importante. Después, con todo ese material, me siento y lo voy introduciendo en la novela y voy escogiendo mis personajes. Esa es la forma. Es muy minucioso, lleva mucho tiempo, y evidentemente sería más cómodo o más rápido inventarlo todo, pero es que entonces perdería la gracia. Yo siempre he dicho, y tú lo sabes, Pepe, que las reglas son importantes, ¿no?... Hasta para transgredirlas son importantes. La gracia de la vida es que hay reglas. Y entonces, ganar según las reglas, o hacer trampas según las reglas es más divertido que moverte sin reglas. Entonces, yo tengo mis reglas y procuro moverme y trabajar en mi novela ajustándome a esas reglas. Y cuando la novela sale bien, estoy más contento porque lo he conseguido cumpliendo con las reglas. Con mis propias reglas, quiero decir. En términos generales es así como construyo una novela, y luego viene la parte más trabajosa, que es escribirla, el trabajo mecánico diario, la lucha con la sintaxis, con el adverbio, con el complemento, con el adjetivo, con todo eso que llaman estilo, y que nunca olvido que está subordinado a la historia. No es más que un instrumento más de los muchos que hacen que una historia se cuente de forma eficaz, pero nunca subordino la historia al estilo. El estilo es una parte del conjunto.

-A ver si tienes algo que decir sobre la intertextualidad. Últimamente están apareciendo en la prensa mucha gente que se dedica a robar y publicar con su nombre, y ahora eso se llama "intertextualidad".
-¿Sabes qué pasa? Yo es que creo que hay un problema: hay determinados autores, o intelectuales, o como quieras llamarlos, en España, que piensan que los demás no leemos. Que sólo leen ellos. Entonces un día descubren, no sé, algo de Primo Levi, o de Kafka, o lo que sea, o de Goethe, o de Cioran, de Steiner, cualquiera de los que no están en las listas de novedades, un libro del año 40, a lo mejor, y piensan que solamente lo han leído ellos. Entonces tienen ese desprecio a los demás -"Bueno, ¿esto quién lo va a saber?"- y lo meten tal cual. Pero eso es muy frecuente. De todas formas, no hay que confundir, porque cualquier autor tiene un montón de influencias, y de guiños, y de cosas que ni él mismo sabe. Yo a veces me he encontrado a mí mismo escribiendo frases que estaban en mi cabeza y que estoy seguro de que eran de algún libro que leí en algún momento, pero que ya olvidé qué libro era. Son cosas que ocurren y que están ahí. Cuando lees, es evidente que todo eso tiene que filtrarse en tu trabajo. Es más, es bueno que se filtre. Y yo, como sabes, hago gala de ello en mis libros, hago la foto de familia. Digo expresamente los libros que me gustan, me recreo en ellos, hago citas... Pero hay gente que lo que hace es intentar ocultar esas influencias y se apropia de fragmentos completos, ideas y personajes para sus novelas. Allá cada cual.

-(A partir de aquí pregunta el público, pero no se oyen en la grabación)
-Pero no he venido a que me insultes. (Risas) Fue un poco casual también. Un día fui a un país donde había una guerra, y me di cuenta de que -yo era joven, tenía 21, 22 años- y era todo la aventura, el viaje, los compañeros, el whisky, las chicas guapas... Todo ese tipo de cosas influye mucho. Eres muy irresponsable, en el sentido vital. O sea, vas a comértelo todo. Había leído mucho sobre la guerra, desde 'Guerra y paz' hasta todo lo que se puede leer hasta los veinte años, y quería verla. Y llegué a una guerra y me di cuenta de que aquello era un espectáculo fascinante. Me di cuenta de que en la guerra era todo a lo bestia. La guerra era el amor, la venganza, el dolor, el horror, la miseria, la mierda, la gloria, todo al mismo tiempo. La amistad, el sexo, el alcohol... Y sobre todo, era ver al hombre. Me di cuenta de que la guerra no es más que esto pero, como he dicho, a lo bestia: es esto, pero sin la corbata, sin la chaqueta, sin el "pase usted primero". La guerra es el ser humano enfrentado a sus peores rincones oscuros. Me di cuenta de que la guerra es lo que saca al hombre afuera y lo que hace que el hombre, para bien o para mal -porque a menudo en el hombre lo bueno y lo malo están juntos- quede a la vista. O sea, no hay, digamos, cortapisas. La guerra no es políticamente correcta. Entonces, en la guerra te das cuenta de que si eres de los que saben mirar y callarse... Yo, como lector que era, tuve una suerte en la vida siempre: soy tan vanidoso y arrogante como cualquiera, pero siempre, desde que era jovencito, me di cuenta de que callando sabes más que si hablas. Cuando tenía vuestra edad, dieciocho años, a nadie le importaba lo que yo pudiera decir. Y realmente, no tenía nada que decir. Lo sé ahora, pero entonces no lo sabía. Y entonces, me di cuenta de que la gente con canas en el pelo había vivido, había amado, había tenido novias y amantes, había matado, yo qué sé, tenía cosas en la memoria que a mí no me habían pasado todavía. Entonces vi que si me callaba, si no iba de listo, si pagaba la copa y me sentaba con ellos a escuchar, podía aprender, y entonces mi visión del mundo iba a ser mucho más intensa. De eso me di cuenta muy pronto. No sé si yo era inteligente, pero era un crío listo y por eso me fijaba en esas cosas. O también, como he dicho antes con Juan Ros, tuve gente con quien oyéndola aprendí, y entonces me dije: "Bueno, pues si uno escucha, aprende, ¿no?" Entonces, me dediqué a escuchar, y a aprender, y a mirar. Y llegaba a una guerra, al Líbano, y en vez de ir de listo decía: "A ver, ¿quiénes son los que tienen canas en el pelo, los periodistas más viejos? Este, este y este." Me iba para allá: "Hola, buenas, qué tal, no sé qué, Reverte, español, tal, ¿quieren una copa?, yo es que no sé nada de esto, ¿puedo sentarme?". "Sí, siéntate, chaval". Maravilloso. Y al cabo: "Vente con nosotros". Si hubiera ido de listo, para que no sepan que soy nuevo -que se me notaba que era nuevo evidentemente, con la cara que tenía-, pues no me hubiera enterado de nada. Eso me ayudó y así aprendí, mirando. Insisto, aprendí a mirar. Cuando algún joven me dice "deme usted algún consejo", yo nunca doy consejos. Yo digo: "Búscate la vida, chaval", pero hay una cosa que sí diría, aunque no la digo, que es "mira, aprende a mirar". Cállate, cierra la boca, porque no tienes nada que decir -aunque te lo creas, no tienes nada que decir- y mira. Y así, yo me puse a mirar. Llegué a la guerra y a mirar. Miraba al tío que mataba, al tío que sufría, miraba a la viuda... En Chipre, en el año 74, con la invasión turca, los paracaidistas turcos saltaron sobre la isla, y toda la isla fue un campo de batalla, y yo estaba allí corriendo por la calle con mis compañeros. Era mi primera guerra de verdad. Y entonces, la radio empezó a llamar a todos los hombres a que fueran a alistarse para luchar contra el turco, el enemigo tradicional de los griegos, y vi a cientos de hombres en la calle despedirse de sus familias. Hombres con su fusil besando a las mujeres en la puerta. Y yo decía: "Es como Héctor cuando se despide de su mujer". Y me di cuenta de que estaba asistiendo a algo que el hombre había repetido desde hacía muchísimos años, y que yo era privilegiado por verlo. Estaba viendo a Héctor despidiéndose de su mujer, y a su hijo llorando porque Héctor lo asusta con el casco. Y como eso me pasaron muchas cosas. Miraba y me daba cuenta de que en la guerra todo esto se da, cosas que aquí no son posibles, porque afortunadamente el hombre no se dedica a esas cosas, pero en la guerra el hombre se manifiesta como ha sido siempre. Y eso me enganchó a la guerra, no lo de la aventura y los tiros. Eso es una parte. Cuando eres joven lo de la guerra, las chicas, los amigos, el whisky, la aventura, el qué machote soy, todo eso tiene que ver, pero había una parte más importante, y me di cuenta de que ahí podía aprender, que la guerra era una escuela de lucidez, de conocimientos, de información. Guerra más libros para interpretarla más humildad profesional para aprender era una formula perfecta, y a eso me dediqué durante un montón de tiempo. Eso es lo que me sedujo de la guerra. A veces me dicen: "Sé que a usted le gusta la guerra". A mí nunca me ha gustado la guerra. Es que la guerra es fascinante. Para quien mira, y tiene la suerte de que no le arrancan un brazo o una pierna -y en eso he tenido mucha suerte-, la guerra es fascinante. Y el día en que dejó de serlo y era algo que ya no me daba nada y que, es más, me quitaba cosas, ese día decidí irme y terminé con el periodismo.

-(Pregunta inaudible)
-Bueno, yo ahora ya no voy a bibliotecas, porque la vida me ha dado la suerte de que tengo biblioteca propia, muy completa, y que voy completando con libros de subastas y de anticuarios, así que me muevo bastante por un territorio propio, pero cuando era joven sí iba mucho. Lo que pasa es que yo no pedí nunca orientación a los bibliotecarios. Yo iba ya con la elección hecha, con lo que quería claro. La imagen que tengo la he traducido en alguna de mis novelas, sobre todo en 'El Club Dumas': es como 'El guardián de las palabras', aquella película, es el que tiene las claves del secreto. Yo creo que hay pocos oficios que todavía conserven la magia del ser guardián de algo. Ahora todo es demasiado transparente. Y para mí, a pesar de la parte técnica -ahora está todo informatizado- y de que el tiempo es diferente, y el bibliotecario es alguien que se mueve en otras coordenadas, para mí tiene todavía la imagen, el encanto de aquel que tiene el secreto, las llaves de esas puertas maravillosas que te llevan a otras puertas y a otros mundos. Es una imagen romántica la que tengo. No sé, seguramente ya no se corresponde con la actual. Es una imagen literaria, personal, simbólica. Digamos que la palabra es "romántica". Es una de las pocas profesiones a las que todavía puede uno acercarse diciendo: "Usted sabe cosas que yo no sé, usted controla mundos que yo no controlo, y si usted está de mi parte, me puede facilitar ese camino". No sé, esa es mi imagen.

-(pregunta inaudible)
-Claro, como se está demostrando continuamente en España. Debo decir que desgraciadamente no me sirvieron para nada. Yo ya era periodista cuando empecé la carrera de periodismo. Hice políticas antes que periodismo. Mi padre me decía: "Haz una profesión seria, no hagas periodismo, que es una profesión de canallas", y tenía razón. Entonces, yo hice ciencias políticas al mismo tiempo. Pero yo ya trabajaba, así que lo que hacía era me iba, no sé, al Líbano, y una novia me guardaba los apuntes, y a la vuelta me examinaba, y me iba otra vez, y así. Yo no iba a clase. Fui únicamente durante el primer curso algunos meses. Yo me matriculaba y me examinaba, pero iba y venía. Lo fui haciendo de esa manera, ciencias políticas y periodismo. Políticas me sirvió para mucho, me permitió leer a Toynbee y a Spengler, leí a gente que no había leído en la biblioteca de mi abuelo y que nunca habría leído de no haber estado en una facultad. Sobre todo me dieron claves y pistas para entender libros muy importantes que me permitieron comprender mejor la historia del mundo en el que vivimos. Siempre recuerdo a un profesor que se llamaba Aguilera, que me explicó la teoría de las dos espadas de Wilfredo Pareto, que me quedé: "Pues lo entendí". Pero mientras que en ciencias políticas sí aprendí, periodismo no me aportó gran cosa. Yo ya era periodista. De hecho, me examinaba y me aprobaban porque los profesores eran compañeros míos, y porque yo venía del Líbano de firmar en primera durante un año, y no podían suspender a un tío que era reportero del diario 'Pueblo' en el Líbano, por ejemplo. Yo es que nunca he sido partidario del periodismo como carrera universitaria. Yo creo que el periodista debe ser un tipo licenciado en historia o en economía o en deportes o en educación física, lo que sea, cualquier cosa de su especialidad. En filología el de cultura, o en literatura, o en historia del arte, o en historia el de relaciones internacionales, o en deportes. Es decir, un tipo preparado para aquello de lo que va a desarrollar. ¿Pero el periodismo como tal, enseñar a escribir?... A escribir se enseña leyendo y en la escuela. Se supone que un tío o una tía que llega a los quince años ya sabe escribir, y si no, pues que se vaya a hacer puñetas. No van a enseñar redacción en la facultad. ¿Pero qué me está diciendo usted?... Hombre, quizá me pueda enseñar usted en la facultad lo que es un "lead", una entradilla, un titular, cuestiones técnicas específicas... Vale, pero si un tío no redacta a los quince años, que se despida. A eso me refiero. En ese sentido me parece que se ha dado un paso atrás, se ha convertido la facultad en una especie de requisito o trámite innecesario, porque el periodista es aquel que escribe. Pepe Perona nunca ha estado en la facultad de periodismo. Perona es periodista, y ha escrito muchas veces, y lo seguirá haciendo en prensa. Creo que es una pérdida de tiempo, y es utilizar energías de jóvenes para cosas que no merecen la pena, y que podrían haberlas utilizado en otras cosas de forma mucho más sólida. Así lo veo. Puedo estar equivocado, evidentemente. Lo que sí sé es que a mí la carrera de periodismo, que la hice, y soy licenciado en periodismo, no me dejó nada absolutamente que me haya servido después en la vida profesional. Es que no me han pedido nunca ni el carné, ni el título de periodista. Me han pedido el de mi periódico o mi televisión, pero el de licenciado para nada, nunca en la vida. Ni en Televisión Española siquiera cuando estaba en la última etapa. Sin embargo, políticas sí me sirvió. Yo tengo recuerdos clarísimos y muy concisos, muy directos y muy importantes de materiales de estudio. Para mí la universidad es como todo, debe ser una orientación. Es enseñar a la gente a trabajar, darle un abanico de posibilidades, y ahí el periodismo no tiene nada que hacer. Es un ejercicio técnico de un oficio, que puede hacerlo desde un cardenal hasta cualquiera. Cualquiera que escriba.

-(pregunta inaudible)
-Normalmente en todas las novelas mías hay muchas cosas que no sé, y entonces lo que hago es que me enrollo con la gente para que me las cuente, y no con uno, con varios. Yo hablé con gente que se dedicaba a piratear cosas, a hacer incursiones por redes... Recordad una cosa, que cuando yo escribí 'La piel del tambor' todavía el hacker era una cosa extraña. Ahora ya es una cosa muy frecuente y todo el mundo está en internet, pero entonces internet todavía no existía apenas, era un proyecto que estaba empezando. La piratería informática era otra cosa que no tenía nada que ver con internet, se hacía de otra manera, por redes telefónicas. Era digamos la prehistoria de internet. Hablé con dos chicos jóvenes muy brillantes, uno de los cuales está trabajando ahora para una empresa informática española -no digo cuál es, porque tiene un pasado pirata que no quiero mencionar-, una empresa muy importante que hace unos juegos muy conocidos. Entonces tenía dieciocho o veinte años y era un experto en pasearse por todos lados, y él y su amigo me permitieron averiguar cuáles eran las técnicas de invasión, de meter "bombas retardadas" y todo tipo de maniobras clandestinas que se hacían en aquella época. Así me documenté.

-(pregunta inaudible)
-Documentar 'La carta esférica' me llevó toda la vida, como cualquier novela. Una novela no se documenta en seis meses o en un año. Si hay alguien que piense eso es que es bobo. Cuando un tipo os diga: "No, yo es que mi novela la documenté en un año" y tal, o está mintiendo como un bellaco o es que es idiota. Una novela es toda una vida. Tú vives, y 'La carta esférica' es fruto de toda una vida de lecturas, de recuerdos, de situaciones, de memoria, y todo eso trabajado de una forma profesional durante un año, o año y medio o dos años, que es el tiempo real que yo tardo para escribir una novela, pero documentar una novela te lleva toda la vida. O sea, yo estoy viviendo ahora de todo lo que leí cuando tenía ocho, doce, quince, veinte, veinticinco, treinta, cuarenta años, lo que viví después, lo que amé, lo que odié, todas esas cosas, ¿no?... La mujer que está en mi novela son todas las mujeres que ha habido en mi vida. Los hombres son todos los hombres que ha habido en mi vida. No hay nada con lo que digas "de aquí a aquí voy a hacer una novela". Afortunadamente, ¿no?... Yo creo que cualquier novelista coherente y consecuente con su propio trabajo trabaja de esa manera. Es una larga vida y una larga acumulación de cosas. Es más, yo diría que cualquier novelista coherente escribe siempre la misma novela. Yo escribo siempre la misma novela. Es siempre la misma historia, el mismo problema, los mismos personajes, los mismos conflictos. Lo que pasa es que yo voy cambiando, voy evolucionando, porque hace quince años que escribo novelas y no soy el mismo ahora que hace quince años. Entonces, lo que es para mí muy divertido es ir viendo cómo voy tratando ese mismo problema mientras mi vida va cambiando. Es decir, cada novela es un nuevo enfoque, diferente, de aquello que has tenido ya. Es como una casa en la cual vas amueblando las distintas habitaciones, pero siempre es la misma casa. Entonces, cualquier lector de mis novelas sabe que mis héroes, mis conflictos, mis mujeres, son siempre los mismos. Es como si me repitiera sin repetirme. Y además me alegro de eso, soy consciente, lo fomento y lo busco, porque a mí me interesan cuatro o cinco cosas. Cada escritor tiene cuatro o cinco cosas en la cabeza, tiene un mundo narrativo concreto que es el que desarrolla. Desconfiad de aquel escritor que escriba novelas muy diferentes, una cosa aquí, mañana otra allá, que nada tengan que ver unas con otras. "Qué variado, qué ameno". No. No, ahí hay algo que no funciona, o es un mercenario o está mintiendo o está plagiando. Si os fijáis en los grandes escritores -y ya me voy de mí, hablo de escritores de verdad, Stendhal, Faulkner, Mann-, todos ellos, si te pones a mirarlos de verdad, tienen una serie de patrones que se repiten en sus novelas. Philip Roth, Joseph Roth, Kafka, todos, cualquiera de ellos. Y te das cuenta de que cada uno tiene sus obsesiones, y su vida como creador, como escritor o como lo que sea, es un intento por poner en claro esas obsesiones, esos temas y esas historias. Pero claro, la ventaja es que vas evolucionando, tu corazón va cambiando con los años, tu cabeza, tus recuerdos, tu cuerpo, todo. Y entonces es muy interesante mirarte a ti mismo, mirar tu propia obsesión a través de los años, y comparar. Yo ahora no haría 'El maestro de esgrima' ni 'El húsar' como los hice, porque ahora mi froma de mirar el mundo es diferente. Eso es muy interesante, muy rico y además hace que un autor siga vivo, ¿no?... Si un día agotara eso, ya habría terminado como escritor. Mientras tenga cosas nuevas que descubrir sobre mis viejas cosas, seguiré vivo como escritor, y eso para mí es muy interesante.

-(pregunta inaudible)
-El que está de moda o está de actualidad, sí. ¿Y qué quieres que te diga?... Son modas, como con la ropa. Hay una guerra de moda, un programa de tele de moda, porque la gente es así de gilipollas y el mundo es así de gilipollas. O sea, están matando a los mismos en Timor, pero hoy no interesa porque no han matado a ningún blanco últimamente, solamente a indios de allí, y eso no interesa. En Liberia igual, pero se ha pasado de moda y ahora se habla de otra cosa, porque esto es así, porque la sociedad actual es así. Es lo que hay, yo que sé, porque somos así de bobos. Pero ni tengo la culpa ni... Vamos, allá cada cual. Un periodista es un mercenario, no te hagas ilusiones, es un tipo que está en una empresa, como en la Volkswagen. "Haga usted los tornillos cuadrados". Pues cuadrados, a la orden. ¿Qué voy a hacer?... "Ahora hágalos redondos". Pues redondos. "El coche que vaya de rosa, que es la moda este año". Pues rosa. No conozco ningún periódico del mundo, ni ninguna televisión, que se haga por altruismo: se hacen por tener influencia política o por ganar pasta. Y quien quiera entrar en ese juego tiene que saber, salvo que sea subnormal, qué está haciendo allí. "No, yo es que quiero defender la igualdad de la humanidad, pero estoy en el grupo López". Y el grupo López vende lavadoras. ¿Pues qué vas a hacer, macho?... Cuando salgan las lavadoras, dirás que las del grupo López son estupendas, porque estás en ese grupo, y ese grupo tiene ese periódico para decir que sus lavadoras son estupendas. Y tú, si no eres idiota, lo tienes que saber. Entonces, si quieres jalar, y dar de comer a tus hijos, y tener un coche y un apartamento para el fin de semana e irte con tu novia a La Habana en verano, tendrás que tragar con los López, y decir que son unas televisores o lavadoras cojonudas. Es lo que hay, porque esto es así. Esta sociedad es así y funciona de esta manera. Lo que pasa es que claro, ahí hay un margen, y ahí es donde está el problema, que es tu dignidad personal. "Mire usted, vale, de acuerdo, pero eso ya no, ahí ya yo no miento". Cada cual pone sus límites. Tú si tienes tus hijos que dicen: "Papá, queremos pan, danos pan", pues tendrás que fastidiarte y tragar con los López y decir que son las mejores lavadoras del mundo, hasta el final de tus días. Pero si no tienes hijos, o tu mujer te ha dejado, te ha puesto los cuernos y se ha ido con el fontanero y te da todo igual y te has quedado solo, puedes decir: "Pues bueno, qué más me da, me la voy a jugar: López, esto es una mierda", y te vas. ¿Comprendes, no?... Ahí hay un margen que la vida te irá marcando y te dirá hasta qué punto puedes ser fiel a ti mismo o no serlo. No pasa nada. Si eres un canalla, un cobarde o un lameculos el día de mañana, no será culpa tuya. A menudo. A veces hay lameculos biológicos, que son así porque no pueden evitarlo: aunque les vaya bien, lamen el culo, porque es que son así. Pero hay gente que no, que lo hacen porque tienen que comer, tienen hijos, y oye, esto es muy jodido y hay que salir adelante. Entonces, todo eso, tú, según tu cultura, tu decencia, tu dignidad, tu montón de cosas, que es ahora cuando las estás fraguando, el día de mañana pondrás tus límites aquí o allá. Pero eso es una cuestión personal. O sea, tú entras en 'La Verdad', y 'La Verdad' es del grupo Correo, el grupo Correo es de 'El diario vasco' -que es donde escribo yo, por cierto-, y sabes que hay una serie de cosas que podrás hacer y otras que no. Si trabajas en la COPE, no puedes cagarte en Dios, porque es de los obispos, y entonces te van a echar. "Mire usted, pero es que yo necesito acordarme de Dios todos los días". Bueno, pues te vas, asumes el paro y eres digno, pero parado. ¿Comprendes, no?... Eso depende de ti, pero ahí está justamente la salsa, macho, es que ahí está la gracia. Ahí es donde uno se la juega, donde tú te avergüenzas de ti mismo o no, donde tú te sientes satisfecho de ti mismo o no. Y eso se llama dignidad. Y al final te das cuenta de que la única virtud que al final terminas admirando es la dignidad. Te das cuenta de que en un mundo donde los valores están tan confusos como en este, donde al final resulta que ya no sabes el que es canalla por gusto o el que lo es por necesidad, cuando ves a un tío digno y consecuente -o una tía, ¿no?... Vascos y vascas, que diría Ibarretxe- te das cuenta de que lo que admiras es eso, a la gente que es capaz de defender aquello en lo que cree, que tiene límites, que dice: "Mire usted, hasta aquí". Pero ese es un asunto tuyo, ese eres tú, es tu propia moral, tu propia ética personal -aunque no las tengas-, incluso tu propia estética. Es que ya nos vamos a un terreno muy complicado, pero vamos, que a veces no es una cuestión ideológica. A veces puedes no creer en nada: ni en Dios, ni en la patria ni en la política ni en el decano, ni en nada, pero son las reglas de las que hablaba antes, ¿no?... Hace falta tener algo. Entonces, no creo en nada, pero me voy a montar una disciplina personal. Cada mañana, no sé, voy a cantar una jota y voy a tocar el violín, o voy a afeitarme, o lo que sea. Voy a tener unas normas que me permitan decirme: "No soy tan infame como la mayor parte de la gente que vive alrededor". Y eso se llama dignidad, que puede llegar hasta el heroísmo más glorioso. Ahí hay toda una escala y un montón de posibilidades. Aunque sólo sea una estética, una manera de estar ante el mundo y la vida, es muy necesario. Incluso cuando no crees, puedes tener esa referencia que te permite mantener la cabeza levantada.

-(pregunta inaudible)
-Sí, 'El maestro de esgrima', aparte de una ambientación histórica a base de novelas de Galdós y Valle, a base de pasearme por el Madrid de entonces, que eso evidentemente está ahí, incluso en lo lingüístico, se basó en varias cosas: primero, la lectura de todos aquellos tratados de esgrima de la época que pude leer, y luego de mis recuerdos, porque yo había tirado esgrima de jovencito, con lo cual la base técnica la tenía, a pesar de que era una esgrima moderna, no clásica. Ahí sí estuve en bibliotecas también -porque no tenía yo medios para adquirir ciertos libros- para leer manuales de esgrima de la época que me permitieron averiguar un montón de cosas. Después, hablé con maestros de esgrima, dos de ellos, uno joven y uno mayor, que ya se ha muerto, que me permitieron entrar en la cabeza de un maestro de esgrima. Y entonces, una vez ya en posesión de todos esos elementos ya me senté a trabajar y monté yo mi propia esgrima. Utilicé un libro básico del que saqué todas las citas para los epígrafes, que se llama 'Nuevo arte de esgrima', del maestro Guzmán Rolando, un libro de los que compré, y lo tenía. Entonces, yo construí un combate de esgrima, partiendo de movimientos ya conocidos, pero para mi estocada secreta hice trampa: eliminé movimientos intermedios para que todo fuera real, pero al faltar un movimiento determinado el lector no pueda saber nunca qué se hace de verdad. La invención debe ser verosímil, creíble. Da igual que sea improbable, debe tener apariencia de credibilidad.

-(pregunta inaudible)
-Es que a mí sólo me interesa un tipo de mujer. O sea, mujeres hay muchas, y las respeto a todas, o a casi todas, pero todos tienen sus obsesiones literarias, y a mí hay un tipo de mujer, que es la que me interesa, por razones muy personales. Porque leí a Milady de pequeño en 'Los tres mosqueteros', porque en la vida como reportero me he encontrado mujeres determinadas, porque en mi vida personal... Lo que sea, ¿no?... Entonces, al final te quedas con un tipo de mujer, que me interesa a mí literariamente. La vida personal es otra cosa. Pero como escritor, como novelista, me interesa un tipo de mujer determinada, a la que intento comprender. Así de sencillo. Intento comprenderla, y me voy aproximando. Llevo quince años acercándome a esa mujer de una forma intelectual. Antes me acercaba de otras formas, ahora de forma intelectual, y ahora hay cosas que antes no conocía ni comprendía y que empiezo a comprender. Hay cosas que ahora las reflexiono. Tengo cincuenta años ya, con canas y el colmillo así, y a la fuerza, por tonto que seas, hay cosas que son evidentes, pero que con veinte años no lo son. Ahora entiendo cosas que antes no comprendía, incluso sobre mí mismo, vinculadas a esas mujeres, porque al final resulta que cuando miras para atrás, ves que hay un tipo de hombres que cualquier progreso que han hecho, lo han hecho a través de las mujeres. Te das cuenta de que los grandes saltos que has dado en la vida tienen relación con una mujer. No digo que ella sea la responsable, sino que ella es un elemento de ese momento de transición... No, pero no te creas, a veces se da, pero eso no es cierto. Hay mujeres muy abyectas y muy infames y muy miserables, tanto o más que los hombres. Aunque el porcentaje es mayor entre los hombres, la mujer puede ser tan abyecta o miserable como el hombre o más. Pero te quería decir: yo tengo una hija de diecisiete años, y el día que me fijé en ella de verdad tenía ocho o nueve, y es un ejemplo que he contado muchas veces, el día que me dijo "pero papá" con un desprecio tan grande. Y yo decía: "Pero esta tía, si nadie la ha engañado, nadie le ha mentido, todavía no se ha acostado con nadie, aún no sabe nada del hombre y sin embargo ya sabe que somos despreciables, ¿no?"... Desde entonces la he observado mientras crecía y digo: "Ah, claro". Es que hay cantidad de cosas, y no hablo sólo de mujeres en el sentido de compañeras, sino también de madres, abuelas, tías, primas, vecinas, que te das cuenta de que buena parte de tus saltos evolutivos como ser humano adulto pasan por mujeres y que muchas cosas que yo pensaba que eran mías me las han dejado mujeres. En mi novela nueva la protagonista es una mujer, y esta vez lo cuento desde dentro, lo cual es más complicado. Cada vez voy acercándome más a ellas.

-(pregunta inaudible)
-Por partes: los concursos literarios no me interesan para nada. No me he presentado a ninguno. Luego, la palabra "best seller" es errónea, porque es un término que engloba muchas cosas. Puede ser Umberto Eco o Tom Clancy. Mis novelas son best sellers, y también las de Agatha Christie, que son mejores que las mías. No sé, es un término muy relativo. Hay crítica literaria seria, que no se carga a los best sellers y sí se carga a algunos best sellers, con lo cual estoy de acuerdo plenamente, pero hay un tipo de crítica literaria que es estúpida y analfabeta. También hay críticos muy cultos y preparados, pero hay tipos que no han leído más que los últimos tres títulos de mesa de novedades en librería. Hay analfabetos pero absolutos y completos, y además en periódicos de gran circulación y con columna. Mejor que nadie me lo resumió José Luis Sampedro una vez, -es un tipo maravilloso, yo lo quiero mucho desde hace mucho tiempo y somos muy amigos- hablando de cuando publicó 'La vieja sirena' y lo mal que lo trató alguna crítica. "Hay que ver, Arturo, toda la vida leyendo a Herodoto, a Tucídides, a Jenofonte, a Homero, a Virgilio, y ahora resulta que me sale un tío diciendo que en 'La vieja sirena' se nota mucho la influencia de 'Sinuhé el egipcio'. Eso me dice que ese crítico no ha leído más que 'Sinuhé el egipcio'". Y es verdad. A veces resulta que hay un crítico que aplica su limitación a tu obra, y eso no es justo. ¿Ese tipo qué puede ver en tu libro?... Entonces, es un tema en el que no suelo entrar, pero insisto en que "best seller" no es una palabra negativa. Los hay muy dignos y muy miserables. Los hay como los de Tom Clancy, que son auténtica bazofia, y los hay como los de Umberto Eco, que son unos libros muy respetables, o John Le Carré, que es un magnífico escritor de novela de género. Es que es un término muy confuso, y quería dejarlo claro.

-(pregunta inaudible)
-La cuestión es la siguiente: yo ahora tengo la certeza, no la duda, de que la mujer pelea en inferioridad de condiciones con el hombre en el mundo actual. Es un mundo donde las reglas las han hecho los hombres, y la mujer se hace un lugar en ese mundo. Entonces, la mujer no tiene retaguardia, como decía en la novela. La mujer tiene un periodo de su vida que va de los quince a los cuarenta años en los cuales tiene que montarse la vida. Si no lo hace, va lista, y después será rehén del hombre lo que le quede de vida. Será la típica mujer de "mi marido es un hijo de puta, me engaña, ¿pero qué voy a hacer?, dejé la carrera con diecisiete años, ¿dónde voy a ir ahora?"... Aguantando. Todos conocemos ese tipo de mujer, rehén del hombre y de muchas otras cosas. Entonces, la mujer tiene un periodo de su vida para librar la batalla y montarse ese territorio en el cual vivir el resto de sus días, compatible con el hombre: no hablamos de la mujer como enemiga, simplemente hablamos de montarse un mundo, un universo en la sociedad actual. Pero, a diferencia del hombre, si la mujer pierde la batalla, si flaquea, fracasa o es derrotada, no tiene dónde replegarse. Todavía. La mujer sabe que si pierde la batalla, está lista de papeles. Cuando se pase su belleza, su juventud, si no ha ganado la batalla, será rehén del hombre para el resto de sus días, o será una marginada. No social, pero marginada. Después hay otra cosa: el hombre tiene una capacidad de autoengaño mayor. El hombre es más "estúpido" entre comillas, tiene una capacidad de aturdirse, de anestesiarse frente al horror de la vida. La vida es una mierda, básicamente. El horror está ahí, y cuando puede entra y te sacude de la forma más infame y más despiadada, sin preguntar y a cualquiera y en cualquier momento. Lo que pasa es que vivimos de una manera que bueno, pero cuando uno está donde el horror se manifiesta, sabe que el horror es un semáforo, es un virus, es un beso a destiempo. El horror está ahí, y te machaca y te destroza la vida, o te destroza a ti. Ante esa realidad, que es una realidad histórica, objetiva, el hombre ha montado una serie de mecanismos -el bar de la esquina, la política, el fútbol, mil cosas- que le permite engañarse a sí mismo y bueno, manejarse más o menos. Consolarse. Pero la mujer no. La mujer es genéticamente más lúcida, y pare, y tiene una biología que la hace ser más consciente del mundo en el que vive. La mujer posee una capacidad de autoengaño menor, y aunque hay muchísimas mujeres gilipollas, absolutamente estúpidas y aturdidas, aún así hasta las idiotas tienen una especie de lucidez instintiva personal mucho más aguda y a flor de piel que el hombre, por razones genéticas más que otra cosa. Hasta las idiotas. Entonces, frente a la batalla y a la derrota posible, el hombre está más tranquilo que la mujer. Ve menos la derrota, y si lo derrotan tampoco es tan grave. La mujer, que es terriblemente lúcida, sabe que en la derrota está liquidada. Con lo cual, lo que en el hombre es estupidez, la infamia que en el hombre es injustificable, en la mujer es justificable. Es decir, la mujer tiene más motivos para ser mala cuando es mala, porque pierde mucho más si pierde. Por eso la mujer es más cruel cuando decide ser cruel. La mujer es mucho más decidida cuando decide atacar, y mucho más valiente cuando tiene que pelear, porque no tiene retaguardia. Es como los tercios españoles en Flandes. Si te derrotan, ¿cómo vas a irte a España?... Tienes que luchar, porque te van a matar los campesinos por el camino. Esto es exactamente igual. La mujer sabe que no puede retirarse a ningún sitio. Por eso, lo que en un hombre sería infamia, en la mujer no es más que supervivencia y defensa. La mujer es una superviviente. Yo lo veo así, y eso es lo que en mis novelas está. Tánger Soto no es mala ni infame, es una tía que lucha por unos sueños y un mundo personal en un mundo de hombres, y sabe que solamente la crueldad, la dureza, el coraje, el valor, le van a permitir ganar, si gana. Si pierde, Coy se irá a otro barco, o al mar, pero ella ya no tendrá dónde meterse. Esa es la cuestión. Al final de 'La carta esférica', Coy es hombre y tiene rencores y es humano y recuerda y hay perros por ahí y tal, y Coy le niega voluntariamente eso.

-(pregunta inaudible)
-Yo no demuestro nada. Eso está ahí o no. Yo escribo, eso es todo. Eso se trasluce o no se trasluce, pero está ahí. Uno no escribe para demostrar nada. Eso está ahí, y aflora o no aflora. Pero eso otro es la escritura pedante y erudita. Una parodia del escritor que no tiene nada que decir y construye todo a base de retórica, citas y robos ajenos. Pero en las novelas no es todo personal. Hay cantidad de cosas que son cosas de otros: citas, guiños, intertextualidad. Por ejemplo, 'El Club Dumas' es un libro que está hecho de textos. De textos ajenos. Un libro que está hecho no de piratería, no de plagio, sino de referencias cruzadas, estableciendo un montón de conexiones entre libros que no tienen ninguna conexión. Conectar a Agatha Christie con Dumas, Edgar Allan Poe con Wallace, o Tolstoi o Dostoyevski con Dumas o Stendhal. Claro que eso lo hago conscientemente, y además es muy divertido hacerlo. Pero son dos cosas distintas: una cosa es que tú juegues con esos elementos, legítimamente, como juego literario y otra cosa es que seas un cabrón que está tomando material de otros tíos para vestir tu novela y encima dártelas de listo y de culto. Que eso ocurre también, y con mucha frecuencia. Pero cualquier lector medianamente avisado sabe de qué va. "Este tío es un pedante que me está aquí apabullando con Homero, pero se ha ido al libro de citas latinas de Gredos y está sacando las citas para vestirse de bonito". Eso cualquier lector lo sabe. Yo al menos como lector lo sé, claro.

-(pregunta inaudible)
-No, eso lo dijo un periodista que no se enteró de lo que dije. Ocurre de vez en cuando. Yo lo que dije es que tenía en la cabeza media docena de novelas todavía, media docena de historias por contar, que me apetece contar, y que espero contar algún día, y que si un día se acaban y no hay más, diré adiós, porque es patético estar ahí dándole a la tecla sin nada que decir. Eso sí que es patético de verdad. Uno lo tiene que saber, como cuando termina la vida: "Muy bien, señores, encantado, me tomo la copa, pago lo que se debe, y adiós", y te vas. Y no pasa nada, porque has terminado. Eso es en la vida y en todo: en el amor, en la vejez y también en la literatura. Y eso dije: "Si ese día llega y no hay más, diré adiós". Dije: "Ahora tengo novelas para diez años. Si cuando se acabe no hay más, pues me iré". Pero no excluí que se me ocurran novelas nuevas, sólo que ese cretino pensó que yo me refería a que tengo fecha de caducidad, como los yogures.

-(pregunta inaudible)
-Es que no son mis novelas. Es que el error es buscar las novelas en las películas. La película es un tío que se llama Roman Polanski, o Pedro Olea, o como se llame, y te dice: "Hola, voy a hacer una película con tu novela". Dices: "Bueno, pues hazla. Vale tanto". Y punto. Lo pagan y dices: "Bueno, pues adiós, hazla". Después vas a ver el pase, y ves si me divierte o no me divierte, si me gusta o no me gusta, si lo paso bien o lo paso mal. Pero no es tu novela, es una película que han hecho sobre una idea que está en tu novela, y yo no me siento para nada moralmente vinculado al resultado de una película. Algunas están mejor, otras menos. Si hay amigos, pues a lo mejor te mojas más, pero nunca son mis novelas, son películas de otro señor.

-¿La literatura es la vida, o la vida es la literatura?
-Es que eso es muy personal. Podría decir que a mí, en mi caso personal, en el momento en el que estoy en mi vida sólo me interesa de la vida aquello que es posible convertir en literatura. Es decir, la literatura, por mi vida o por mi evolución como lector, como ser humano, como todo... Yo sobre todo lo que soy es un lector, soy un tío que lee desde niño, desde hace más de cuarenta años, y que cuanto soy, he hecho, he vivido y lo que sea tiene que ver con la literatura de una u otra forma, directa o indirectamente. Entonces, al igual que la literatura ha sido para mí siempre la puerta por la cual yo me he ido al mundo, y al mismo tiempo ha sido la herramienta que apliqué al mundo y que me ha permitido entender el mundo, ahora se ha producido en mí un fenómeno singular y personal que es que solamente me interesa aquello que es literatura. Es como si hubiese una especie de marco, y lo que no cabe por ese marco se queda fuera, porque no me interesa. Yo no tengo tiempo ya. No sé cuánto me queda de vida, veinte años, cinco, diez, uno, o seis meses o quince días, no sé. Pero lo que sí sé es que ya no tengo tiempo para perder en cosas en que antes podía perderlo tranquilamente. Yo ahora no puedo permitirme el lujo de perder una hora charlando con un tipo cuya charla no me interesa o me aburre, salvo que sea una cosa de cortesía inevitable. No, ni siquiera en ese caso. Porque mi tiempo es limitado y sé que lo que no haga ahora no lo voy a poder hacer jamás. Entonces, como mi opción, mi elección, ha sido la literatura, en varias formas de las cuales hemos estado hablando esta mañana aquí, todo lo que queda fuera de ese vaso ahí se queda, y no me importa, y adiós. Entonces, en ese sentido la vida es literatura para mí: en el de que únicamente aquello que puedo convertir en literatura -para mí, para mi obra, para mi vida, para mi forma de ver el mundo- me interesa. Y lo que no, paso completamente, porque ya no tengo tiempo.

-(pregunta inaudible)
-Pero es que eso es aplicable a cualquier tipo de carrera. Yo es que tengo un sentido de la universidad digamos muy antiguo. Yo creo que la universidad -igual decirlo aquí parece una herejía, pero me da igual, porque has preguntado, soy el invitado y tenéis que aguantarme- debe ser férrea y medieval. Eso de entrada. Y el que no, pues no. El que no, que se fastidie. Que se vaya a hacer puñetas. ¿Usted no da la talla?... Pues lo siento, hay unos límites. La universidad son élites, y las élites hacen falta. Sé que no es políticamente correcto decirlo, pero hacen falta élites, gente más preparada que otra. Gente con una capacidad intelectual, cultural, mecánica, técnica, que sea la que realmente mueva a la gente que no se mueve, o que a veces hay que moverla a hostias. Hace falta gente preparada. Entonces, el concepto básico ya se ha destruido, es otra cosa ahora. Pero en esa idea de la universidad, férrea y medieval, recuerdo que antiguamente la universidad no era lo que es ahora, un lugar en el cual te dan un certificado que te permitía trabajar. No, era un lugar en el cual se formaba gente. Tú ibas allí, y a lo mejor no ibas a trabajar nunca en nada, pero ibas allí a formarte, cultural, espiritual e intelectualmente. A ser alguien superior, en el sentido noble del término. Porque no somos todos iguales. Eso es mentira. Los hay inteligentes y los hay estúpidos. Los hay canallas y los hay dignos. Hay gente muy distinta. No somos todos iguales. No es lo mismo el que se esfuerza, el que lucha, el que pelea, que la rata de cloaca que está lamiendo culos a ver lo que cae. No es lo mismo, ni lo será nunca, digan lo que digan los políticos de mierda que nos están manipulando a todos. Entonces, eso hay que ganárselo, eso hay que currárselo. Hay que estudiarlo y pelearlo, y el que no, que se joda. Es que la vida es así. No todo el mundo llega a la meta. Porque nunca ha sido así, y no tiene por qué ser así ahora, aunque nos hagan creer que tiene que ser así. No todo el mundo tiene derecho a tener un título de licenciado, es mentira. Es para aquel que se lo curra, y cuanto más difícil sea, mejor. Y el que no, pues que sea fontanero, que hay fontaneros dignísimos, y que además hacen más falta que los licenciados. Así lo veo yo, y es mi opinión, que comparto conmigo mismo, pero ya que me la preguntas, te la digo. En ese contexto quería decirte que la universidad para mí idealmente, sería un lugar adonde yo vengo a salir mejor, más noble, más digno culturalmente, espiritualmente e intelectualmente. Alguien superior, que sea útil a la gente, que ayude a aquellos que no han llegado hasta ahí, y que tire de ellos y los lleve a lugares mejores. Ésa es la cuestión. Entonces, en esa concepción, la pregunta tuya se queda fuera, de entrada. La entiendo muy bien, pero eso me importa un carajo.

-(pregunta inaudible)
-Sí. Y con eso terminamos ya de confesiones, que esto parece... Vamos a ver, yo era un mercenario honesto, y lo he dicho muchas veces. Yo iba a la guerra por dinero, porque me gustaba mi trabajo, porque era bueno en mi trabajo, y por un montón de cosas. Durante veinte años fue mi forma de vida. Yo era un profesional, y era un buen profesional. Me jugaba la vida, me jugaba la piel, enterré amigos, o sea, pagué todos los precios personales, familiares, sanitarios, de todo. Tenía un trabajo, lo hacía dignamente, lo mejor que podía, cobraba por ello, y punto. Hay tres etapas digamos en mi vida como periodista. Una primera que es joven: la aventura, la gente, la humanidad, colegas, solidaridad, los mecheritos y tal. Las buenas causas, los buenos, los malos, los palestinos buenos, los judíos malos, lo de siempre, lo habitual. Veinte años. Después, en una siguiente etapa, ya ves que la vida no es tan sencilla, que el blanco y el negro no están tan claros, ves que el que mata prisioneros al mismo tiempo es amigo tuyo y que hace cosas buenas, ves que el ser humano, las causas... Total, al final, conclusión: mi dignidad es mi trabajo. Mi trabajo es decir "aquí hay una guerra, aquí hay un muerto", pasar miserias para poderlo contar, que me maten amigos como me pueden matar a mí, cobro por mi trabajo, soy un buen reportero, y ya está, punto. Pero luego llegué a una etapa posterior en la cual resulta que la sociedad en la cual tú trabajas cambia: la televisión se vuelve espectáculo, la gente quiere ver 'Gran hermano', hace zapping entre el Telediario y 'Lo que necesitas es amor', tiene más audiencia Isabel Gemio que mi telediario en Sarajevo, y un día resulta que me dicen: "Oye, hazme un programa especial. Mandamos para allá a Paco Lobatón. Vamos a hacer un reportaje especial que va a tratar sobre la guerra de Bosnia". Yo llevaba en Bosnia tres años. Tres años de verdad. Sois jóvenes, pero alguno recordará los telediarios de entonces. O sea, comiéndomelo de verdad. Guerra, muertos, mierda. Lo que es la guerra. Y me dicen: "Oye, mira, necesitamos niños violados de verdad y tal, mujeres violadas, niños huérfanos y tal". Y dije: "Bueno, vale, yo los saco". "No, no, que los lleves al estudio en Medjugorje, que lleves allí para el programa de Lobatón unos niños, unas mujeres violadas, un poquito de todo para poder..." Tal. Y yo dije no. "No, porque no me sale de los cojones. O sea. Que venga Lobatón y se los lleve él, si quiere". Y Paco era amigo mío, no es una cuestión de enemistades. Y muy amigo mío además. Pero eso no era lo grave. Lo grave era ser el síntoma de que la televisión se ha vuelto eso. A mí me pedían cada vez menos información y más mujeres violadas y tal. Y después me pedían: "Entra en directo cada diez minutos". "¿Pero cómo voy a entrar?... ¿Entonces cuándo voy a ir a encontrar información?"... "No, no, pero es que lo que interesa es entrar, porque tenermos que aumentar la audiencia, que Antena 3 va a hacer un programa, y entonces también lo tenemos que hacer nosotros". Mira, con veinte años me podrían haber matado por aventura, con treinta por mis semejantes, con cuarenta por mi profesión o por dinero, pero con cincuenta me habrían matado por que subiera la audiencia un punto con respecto a Antena 3. Y no me daba la gana. Dije: "No, hombre, no. Esto se ha terminado. Esta televisión ya no me interesa. Vendo novelas, gano una pasta con ellas, puedo vivir solo tranquilamente. ¿Para qué voy a estar yo tragando a jefes que me están pidiendo niños violados?... Que se vengan ellos a por ellos. Paso muchísimo". Y porque podía, como dije antes. Si tuviera cinco hijos, estaría todavía como un gilipollas en Sarajevo o en Kosovo dándoles de comer. Pero como no tenía cinco hijos, sino una, que ya estaba criada y que además tenía unos medios económicos, dije: "Adiós". Y después había cosas que quería hacer: quería navegar, quería poner en orden todo eso que había vivido, quería escribir. Dije: "Me viene perfecto", y entonces los mandé a todos a tomar por saco, escribí 'Territorio comanche' y me fui. Esa es la historia. Muchas gracias a todos.

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Última edición por Rogorn el Mar Ago 13, 2013 3:32 pm, editado 2 veces en total.

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Mensaje por Ada » Lun Jul 02, 2012 8:33 am

Jot Down.
Fragmento extraido de

http://elblasco.blogspot.com.es/2012/06 ... suelo.html


Eres de las pocas personas a las que yo he oído mencionar la palabra "honor"

Bueno, no es culpa mía que eso esté devaluado. Es que las palabras "honor", "lealtad", "dignidad", "orgullo" -bien entendido, si no es soberbia- definen virtudes. Lo que pasa es que ahora si dices de un hombre que es bueno y honrado, estás diciendo que es tonto. Entonces claro, siento melancolía y nostalgia de cuando esas palabras significaban virtudes y se utilizaban con naturalidad. Cuando mi padre murió, lo estaban bajando a la tumba y alguien dijo: «Era un hombre honrado y un caballero». Creo que es el mejor epitafio que he oído en mi vida y fue dirigido a mi padre. ¿Pero a quién tienes ahora que sea honrado y caballero? ¿De quién dices eso? Ni de nosotros mismos se dice. Pero eso no son conceptos del dieciséis o el diecisiete; son conceptos naturales.

Sí, pero la sociedad española ha ido degradándose, volviéndose superficial y...
Sí, ¿y qué quieres que te diga?

No, si esto lo estoy diciendo yo.

Si, ¿y?

Estamos jodidos.

Es lo que hay. Y esta sociedad ha ido generando políticos, banqueros, economistas, hipotecas, vacaciones, chiringuitos... todo a su medida. Y esta España que tenemos ahora no es más que la consecuencia, el reflejo del espejo de la España que hemos querido tener. Somos lo que queremos ser. Cada uno tiene el mundo que se merece, que se cuestionen a sí mismos. Hemos hecho un país analfabeto, un país inculto, un país insolidario, un país maleducado... lo hemos hecho nosotros. Lo que pasa es que algunos tenemos un refugio, una trinchera donde cerrarnos, y otros no la tienen. Yo lo tengo muy claro; a mí la España actual no me gusta. Entonces, como ves, intento atrincherarme, y sueño con mis novelas, tengo mi mundo y los uso como analgésicos. Pero vamos, somos consecuencia de nosotros mismos: PSOE, PP, Convergencia i Unió, PNV, ETA, el asesino de la katana... yo qué sé... el banquero de turno, Mario Conde, El País, Intereconomía, la Cope, Sálvame, las tertulias de radio, las autocomplacientes galas de los Goya: somos nosotros. Es lo que queremos tener. Pero no me gusta, desde luego. El conjunto no me gusta nada.


Arturo Pérez-Reverte entrevistado por Enric González en Jot Down Magazine
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aik
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Mensaje por aik » Lun Jul 02, 2012 11:12 am

Manuel Ventero entrevista a Arturo Perez-Reverte en el programa Siluetas de RNE.

http://www.ivoox.com/entrevista-a-artur ... 855_1.html

Gracias a icorso.
"Son Españoles los que no pueden ser otra cosa". (Cánovas)

Adeletheresa61
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Mensaje por Adeletheresa61 » Mar Jul 03, 2012 2:06 pm

Seguro que lo teneis pero lo voy a sacar de vuelta

http://www.ucm.es/info/especulo/numero11/perezrev.html
"La narrativa del
próximo milenio me
importa un carajo"

18 marzo 1999. Monterrey, México.

El cuestionario terminó y el novelista español se puso cómodo. Dejó de frotarse las manos y habló, entre otras cosas, de su primer encuentro con Johny Depp, este actor que participa con un buen rol en la película "El Club Dumas", dirigida por Roman Polansky a partir de una novela de Pérez Reverte.

—Estaba a punto de arrancar el rodaje –Pérez Reverte se da tiempo para quitarse los anteojos y limpiarlos con la servilleta azul que el mesero dejó ahí junto a la taza de café— y armamos una rueda de prensa.

Román Polansky y yo llegamos puntuales, mientras que Johny Depp descendió de un avión particular con dos horas de retraso.

Yo no lo conocía personalmente. Sabía de la magnitud de su prestigio y había visto "Brasco", "El joven Manos de Tijera" y "Ed Wood", eso es todo. Así que al verlo por primera vez, con esa barba sin rumbo, ese inmenso puro y esa horrible cachucha al revés, pensé: ¿ese hombre va a ser el protagonista? Qué buen asunto.

Al momento de la filmación, me di cuenta de que su prestigio como actor está totalmente justificado. Polansky se entendió de maravilla con él, casi no tuvo que repetir shots.

Media hora y dos tazas de café antes, la entrevista daba comienzo.

Pérez Reverte pedía un Express, "por favor, en la taza más pequeña del restaurante". Todo estaría ceñido a unas breve tazas de palabras.

—Uno puede detenerse de pronto en tu novela y subrayar por ejemplo estas líneas: La vida valía menos que el acero que se empleaba en quitarla. Tiempos difíciles y crueles. Tiempos duros. Me gustaría saber si se trata de una viñeta de los tiempos del capitán Alatriste o de una nota arrancada de la prensa de hoy. ¿Tu juego es ilustrar el presente jugando al pasado o viceversa?

—El juego es explicar el presente, por supuesto. Está muy claro que no estoy hablando sólo del siglo XVII. La vida, todavía hoy, vale menos de lo que cuesta el instrumento dedicado a quitarla en cantidad de países, incluidos México y España.

Hay dos tipos de libros que utilizan la Historia. Uno es el libro pastiche, que se limita a recrearla y a disfrutar con ello. Y luego está el que utiliza la Historia como una clave para explicar qué nos está pasando ahora. En este último camino es que me detuve para escribir "El Capitán Alatriste". Yo estoy hablando del ahora, del español de hoy, de lo español... Hablo de cómo somos lo que somos, de por qué fuimos lo que fuimos, y de cómo nos hicieron como nos hicieron. Ministros corruptos, curas fanáticos y reyes incapaces nos llevaron a ser la piltrafa que todavía somos.

—Te pido, si fuera posible, que describas "el último cuadro" que trajiste de la guerra, el que has guardado para ti como una sombra o un fantasma permanente.

—Es un cuadro en el que siempre hay inocentes infelices en primer término, que mueren mientras entierran a sus muertos.

Y siempre vemos, al fondo, canallas y sinvergüenzas, gentuza, banqueros, políticos que están haciendo fotos y sonriendo. Para mostrar ese cuadro fue que escribí "El sol de Breda". En la portada, está el cuadro usual, pero puesto al revés.

Los Generales al fondo y, en primer plano, los peones, la gente pobre que sufre la magnitud de la guerra, que es víctima y verdugo al mismo tiempo. Esa es mi imagen de la guerra, ninguna otra.

Ahora, como he vivido tanto en la guerra, no puedo desligarla de la sangre, la mierda, el sudor de toda esa gente que no puede salir de ahí por razones históricas. Eso es algo que se repite y se repite, sólo cambia el escenario: hoy es Sarajevo, mañana Chiapas, luego Zacatecas, el Golfo. Pero al cabo siempre es la misma historia.

—Existe, parece ser, un virus o simplemente una forma de energía que induce a los soldados, o a los mochileros, a ser testigos o promotores de la destrucción en El sol de Breda. En tu caso particular, como experiodista, ¿cómo ha sido –si la hubo- esa afección (vivamente presente, por cierto, en Territorio Comanche), la fascinación por los incendios?

—Hay una atracción natural del hombre ante el fuego. Las llamas poseen un hipnotismo especial desde siempre. El fuego destruye vidas, haciendas. Incluso destruye lo que el mismo fuego hace posible. Destruye los libros, destruye la memoria. El fuego arrasa y destruye aquello que nos permite reconocernos... Yo he visto arder la biblioteca de Sarajevo. Eso es algo que no voy a olvidar jamás.

—Tú eres Calderón de la Barca, de alguna manera.

—Claro, de alguna forma. Yo entré en esa biblioteca porque yo también soy Íñigo. Entré a esa biblioteca cuando terminé de hacer mi trabajo, no antes. Entré decidido a salvar libros. El fuego, como símbolo de orfandad, es algo que tengo muy presente.

—Tu trato con el cine te ha llevado a compartir créditos con Román Polansky, una de las figuras más controvertidas y arriesgadas del cine, el más famoso de los desterrados de Hollywood, ¿cómo ha sido tu vínculo con Polansky y cuáles son tus expectativas respecto a los resultados de este trabajo?

—Realmente es mi quinta película. Con el cine tengo una larga experiencia, aunque no siempre positiva... Polansky me sorprendió gratamente. Yo esperaba encontrarme con un genio hosco y encontré a un tipo muy inteligente, que conoce bien su trabajo. Es, sobre todo, un gran profesional.

El conocía mi novela en su edición francesa, la tomó con un guión de Enrique Urvizu y le aplicó muy pocas modificaciones. Hablamos. El me dijo: "vamos a ver algunos asuntos de tu historia". Yo le contesté: "Es mi novela y es tu película, cada quién responde por lo suyo. Es tu asunto. Tienes autoridad absoluta para cambiar lo que quieras, pero yo no intervengo... Claro, si me gusta la película, aplaudiré, si no voy a decir que no me gusta".

Al cabo lo vi trabajar y quedé muy complacido... Creo que Polansky hará una gran película, aunque no he visto ni uno de los rushes, sólo asistí al rodaje... pero todo eso se verá en el Festival de Cannes, donde será estrenada.

—Se ha vuelto una costumbre para la prensa internacional el oponer el caso insólito de Arturo Pérez Reverte al perfil mercantil y técnico de Stephen King, Ken Follet y John Grisham.

Tú, se da por sabido, no eres partidario del bestseller norteamericano. ¿Cuál es, desde tu experiencia y tu punto de vista como lector, lo más sólido del lado respetable de la expresión literaria norteamericana vinculada al ejercicio del periodismo? ¿Cómo es tu postura, digamos, ante los "no analfabetos culturales" gringos, como Hemingway, Dalton Trumbo, Norman Mailer, Truman Capote, Bob Woodward?

—Yo no estoy atacando al bestseller norteamericano. Yo los leo, incluso hay técnicas narrativas de las que me apropio sin el menor complejo. Lo que no me gusta es que se mezclen las cosas. No quiero que se piense que, por el hecho de que vendamos muchos libros, Ken Follet y yo somos iguales... Juntos pero no revueltos... Yo marco las diferencias. Soy un escritor europeo, con una memoria de tres mil años, y no vayan a comparar con... bueno, con Ken Follet...

Y lo que pasa en lo tocante a los otros escritores a los que te refieres, es que finalmente uno puede ser feliz con Agatha Christie, con Pynchon, con Trumbo, con Norman Mailer... En la literatura, cabemos todos.

—El caso Hemingway...

—Como persona no me gusta, me parece un fantasma, un prototipo del machismo. Pero "París era una fiesta" me encanta.

—La memoria y la cultura, como piezas protagónicas de tu trabajo narrativo, significan, ya lo has dicho, una fórmula de lucha contra el poder. ¿Qué representa para ti el ser decididamente un escritor atento a las fórmulas dramáticas usuales, de planteamiento, desarrollo y final? ¿No se te ha ocurrido pensar que esa es también una cárcel, una especie de discreta servidumbre?

—"El Quijote" se gestó en una cárcel. Hay cárceles absolutamente motivadoras y enriquecedoras... Muchas veces, como en ese caso, la regla ayuda...

En mis novelas, los personajes no observan las reglas generales, pero se rigen por reglas personales muy estrictas, tienen su propia moral y la respetan. Creo que las reglas son necesarias, y en mi caso el desafío es contar historias al público moderno, pero tal y como siempre se contaron.

—¿Qué razones podrías tener para no acercarte, como lector, a la astucia formal de Ionesco, Lewis Carroll o Italo Calvino, escritores por cierto bastante despreocupados ante esa maquinaria histórica que a ti te resulta prácticamente imprescindible? ¿Cómo son tus acercamientos, si los hay, con la literatura fantástica?

—Respeto y leo mucho a Carroll y a Calvino, pero cada uno escoge el territorio en el que va a moverse...

A mí la Historia me importa, por eso voy hacia ella. Es, en mi caso, un elemento narrativo que me interesa para encontrar el conflicto que pretendo mostrar.

—Al mantenerte, como ocurre diariamente, distanciado del mundo de los académicos y de las mafias literarias, ¿qué tanto pierdes y qué tanto ganas?

—Gano todo y no pierdo nada. Hay cosas que tengo claras y cosas que no tengo claras. Pero eso lo tengo clarísimo. En esa transacción gano tranquilidad. Gano, vaya, el no tener que vivir en un mundo hipócrita, falso, lleno de envidias, donde nada es lo que parece. El llamado mundo literario. Ese mundo repugnante en el que todos dicen una cosa y hacen otra. Prefiero, claro, estar afuera de todo eso, y estoy muy feliz de que, en el terreno de la literatura, no le debo nada a nadie.

—¿Qué tuercas habría que apretar o apretarnos un poco más para garantizar el derrumbe de la tiranía de la estupidez?

—Esa tiranía no va a caer. En esta película, ganan los malos por la sencilla razón de que los malos ganan siempre. Pero no podemos resignarnos a que ganen impunemente.

De pequeño, me fascinaron esos cuadros en los que, en la batalla de Waterloo, los soldados iban combatiendo en el valle hasta desaparecer poco a poco. Así nos pasa a nosotros. Sabemos que vamos a perder y que van a ganar los hijos de puta, pero tenemos que pelear hasta el final. Pelear ya es una justificación. Yo peleo a mi manera: a veces insultando públicamente. A veces a través de mis novelas.

—"Yo no soy escritor, soy novelista". Esa frase marca una clara distancia entre uno y otro oficio. Te pido que vayas más lejos con esa idea.

—Se ha abusado de la palabra escritor. Hay gran cantidad de gente, en el mundo de la literatura, que pasan por escritores sin hacer literatura. La literatura ha generado un negocio falso, hecho de subvenciones estatales, de conferencias, de ciclos y mesas redondas. Hay gente que se dedica a asistir puntualmente a esos eventos, como público o como exponente. Se trata de supuestos escritores que, claro, no han escrito nada. Son marionetas culturales.

Cuando alguien se acerca a mí para referirse a esos asuntos de las mesas redondas, yo le indico que soy solamente un artesano de la tecla y que los artistas son ellos, "vaya a preguntarles".

A mí, la narrativa del próximo milenio me importa un carajo. Lo que sí me preocupa es qué estoy escribiendo y cómo estoy escribiendo. Lo demás es lo de menos.

—¿Contar historias de espadas y batallas es algo que te ahorra potenciales insomnios? ¿Es tu trabajo literario una especie de antídoto contra las pesadillas?

—Sí, curiosamente me las ha ahorrado. Sé que ha habido escritores que sufren y así es como producen bastante bien, pero escribir, para mí, resulta un analgésico. Es lo que me da más tranquilidad, me quita dolores y remordimientos.

—Escribes de nueve de la mañana a tres de la tarde, eso cuando todo va bien, ¿y si no tienes idea, entonces qué? ¿No tienes miedo de que la literatura, así como llegó contigo, un día te abandone y se vaya con otro? ¿Qué harías en ese caso?

—Navegar todo el tiempo, y sentarme después a leer. Ahora mismo me estoy preparando para los próximos 20 años. Mis libros y mi velero, esa podría ser mi vida si la literatura me abandonara.

—¿Por qué abandonaste la televisión?

—Yo era un mercenario. Llegaba y decía: "aquí tienen un muerto, un disparo, un hijo de puta." Dejé de hacer eso y me puse a hacer otra cosa, cambié de registro.

—Siendo reportero, sospechabas que llegarías a tener el privilegio de corregir tus textos con una Montblanc?

—En el periodismo se aprende a improvisar, de modo que seguí improvisando.

Así como me hice yo mismo un oficio de periodista, así me forjé una carrera de escritor... Aunque la verdad es que nunca imaginé que llegaría a tener éxito, a vender tantos libros, a ser tan leído... Pero es que uno nunca sabe lo que va a ocurrir a la vuelta de la esquina.



© Gabriel Contreras 1999

Espéculo. Revista de estudios literarios. Universidad Complutense de Madrid



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Ada
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Mensaje por Ada » Mar Jul 03, 2012 2:48 pm

Gracias Aik, Gracias Adele (yo no lo había leido nunca)

Adeletheresa61 escribió: "El joven Manos de Tijera"

Jejej supongo que será porque en Mejico llaman así a la película. Desde luego que escribir Enrique Urbizu(con V) es imperdonable
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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Mar Jul 10, 2012 8:54 am

"No somos competencia, ni mucho menos"
Entrevista con ABC - 14/06/1996

Arturo Pérez-Reverte forma parte, un año más, de la terna de triunfadores de la Feria [del Libro de Madrid]. En esta ocasión, además, su último libro, 'La piel del tambor', no es una novedad estricta, pues apareció en librerías a principios de este año. Pero como sucede con toda la producción de este popular narrador, el interés por el libro no ha decaído en ningún momento. A falta de los datos correspondientes al último fin de semana, son casi 2.600 ejemplares los vendidos hasta el momento en la Feria. Sólo Gala ha podido con él. Y ésta es su personal estampa de la Feria.

-Colas, colas, colas. De señoras mayores, de jóvenes, estudiantes... No es posible dar el retrato robot de mi lector, porque en la Feria descubres que tiene mil rostros y que interesas a sectores muy diversos del público. No tengo un lector tipo, pero me agrada mucho la cantidad de jóvenes que se han interesado por mi obra. Y mujeres, claro, porque siete de cada diez son lectoras. Por otra parte, lo que más ilusión me hace es que, un año más, he firmado ejemplares no sólo de 'La piel del tambor', sino de todos mis libros, porque unos tiran de otros. Es señal de que uno tiene sus propios lectores, que completan su territorio. Quieren leer toda tu obra, y no se fían tanto de lo que la crítica pueda llegar a decir en un momento determinado, como de un autor.

-¿Cuántos ejemplares lleva vendidos hasta el momento de 'La piel del tambor'?
-Trescientos veinte mil ejemplares, y se acaba de lanzar una nueva edición de veinte mil más.

-¿Son estas cifras la mejor respuesta a ese sector de la crítica que sigue discutiéndole?
-Bueno, la crítica ha cambiado mucho. De mi último libro han hecho reseñas muy buenas críticos respetables, aunque algunos la hayan atacado, pero creo que han sido una excepción.

-¿Cree que este año la feria ha confirmado la recuperación del interés del lector por la novela, frente a esa literatura de tema político, sobre un asunto polémico, y de efímera vida, que tan popular fue en temporadas anteriores?
-Creo que las novelas siempre se han vendido muy bien, aunque algunos escritores hayan hecho hincapié en ese tipo de literatura. Si se repasan las listas de ventas de Ferias anteriores, se comprueba que el público siempre ha escogido novelas, y que Gala, Martín Gaite, Terenci Moix, Javier Marías, Almudena Grandes, siempre han sido escogidos por los lectores. Tal vez, insisto, los editores hayan hecho hincapié en, por ejemplo, que de 'La tabla de Flandes' siempre se vende la misma cantidad año tras año, unos 30.000 o 40.000 ejemplares desde que apareció en 1989. Y lo mismo sucede con todos los demás. A mi juicio, la novela española se ha recuperado después de un tiempo de desafección al género porque lo que se hacía era demasiado aburrido y los lectores desertaban por la vacuidad de muchas propuestas. Era como si se sobreentendiera que había que leer a Faulkner y que todo lo demás era mierda. Afortunadamente, esa leyenda se ha roto y se ha recuperado al lector de novela con libros bien escritos, que tienen acción y personajes de carne y hueso, en los que pasan cosas, y eso ha hecho posible que algunos alcancen grandes tiradas. Gracias a Juan Marsé, a Eduardo Mendoza, a José Luis Sampedro, los lectores se reconciliaron con el género y prepararon el terreno a autores más jóvenes que ahora gozan del reconocimiento general. Y sin competencia, que quede muy claro. No hay competencia, porque quien me lee a mí, lee a Marías, a Almudena, a Gala, a Carmiña. Hay una gran oferta de autores que no se excluyen, ni mucho menos.

-¿Qué opina de Antonio Gala y de Carmen Martín Gaite, los otros grandes triunfadores de la Feria?
-Antonio Gala siempre se ha mostrado encantador conmigo. Y Carmiña también. Los respeto muchísimo. Recuerdo que yo también he hecho cola para que ellos me firmaran ejemplares de sus obras. Me gusta sentirme lector.

Foto: http://hemeroteca.abc.es/nav/Navigate.e ... 4/018.html

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Mar Jul 24, 2012 9:20 am

“No soy apóstol ni guerrero"
Entrevista con Miguel Ángel Quemain – El Nacional (México) – 01/02/1997

Mañana se iniciarán las presentaciones que Arturo Pérez-Reverte realizará en México de su nueva novela-folletín, ‘El capitán Alatriste’, escrita en colaboración con Carlota Pérez-Reverte. Por la mañana se reunirá con la prensa cultural para explicar que esta nueva aventura narrativa consta de seis novelas que aparecerán cada año: ‘Limpieza de sangre’, ‘El sol de Breda’, ‘Misión en París’, ‘El oro del rey’, ‘La venganza de Alquézar’. Se dirá que es una búsqueda instalada en el mundo barroco y poblada de personajes como Francisco de Quevedo y Lope de Vega, que es un universo que indaga en el ámbito de lo popular español de ese tiempo, porque recorre el mundo pendenciero de los hostales y tabernas de ese tiempo donde, al calor de las copas y las botellas de vino, poetas y dramaturgos componían esas obras hoy inmortales.

El capitán Alatriste, explicará Pérez-Reverte, es un personaje veterano de la espada que malvive en el Madrid del XVII, como espadachín bajo contrato que se mete en callejones y aventuras, entre intrigas de la corte corrupta y decadente para convivir con los personajes típicos de aquellos años: un inquisidor representado por fray Emilio Bocanegra; Luis de Alquézar, secretario de realeza que contrasta con Gualterio Malatesta, evidentemente un criminal que transita los submundos donde un hatajo de seres, como Juan Vicuña y el conde de Guadalmedina aderezan el paisaje espiritual de un siglo cargado de mitologías. Admiración y envidias persiguen a esta figura de las letras, con quien sostuvimos un diálogo que aspira a dar cuenta de las voces que lo cercan, del modo en que conduce sus imaginaciones, sus creencias y desacuerdos literarios.

-Pérez-Reverte es un hombre que viene de la prensa y de la televisión
-El periodismo es absorbente, una pasión. Pero un día de pronto dices: “Bueno, pues voy a escribir algo, voy a ordenar en un libro ese mundo que estoy viviendo, que estoy leyendo”. Escribes la primera novela y te sientes bien, viene la segunda y sigues a gusto. ¿Sabes por qué?... Porque escribo más como lector que como autor. Soy un lector que escribe los libros que le gusta leer. A medida que me consolido, que mis libros son buscados, me voy planteando un plan de vida nuevo.

-Cuando escribiste la primera novela, ¿sabías que vendrían más?
-No, sólo tenía la primera novela en la cabeza. Pero tenía la certeza de que escribiría novelas. Es algo que sabe quien se dedica a leer toda su vida, que al final terminará escribiendo algo. No sabes si será bueno, pero uno sabe que lo va a hacer. Quería escribir esa novela y ver qué ocurría. No era un paso en una carrera, era un "a ver qué pasa", una experiencia, un ensayo; me satisfizo y seguí.

-Qué ha cambiado en ti desde la publicación de tu primer libro?
-Mi primer libro lo escribí en 1983. He cambiado mucho, he cambiado como periodista, como persona, como escritor. Mis planteamientos literarios son distintos a los de entonces. Antes releía por placer, ahora lo hago para aprender, leo estudiando. Releo a Dumas, a Conrad, a Stendhal, buscándoles los trucos, para aprender técnicas o contrastar experiencias.

-Hablas de trucos, de ilusionismo literario, en vez de recursos, de retórica.
-Claro. Todos los escritores profesionales utilizan trucos, pero los hay con complejos y no lo dicen. Utilizo unos personajes, una trama, trucos narrativos, instrumentos nobles del oficio. El truco debe ser noble, aunque los hay innobles, bajos, baratos, para esa literatura que está hecha para leer y tirar. Cuando digo trucos me refiero a esos recursos nobles que nos permiten contar historias de la forma más eficaz y bella. Los aplico y los confieso. ¿Por qué no?... Hay quien se avergüenza de ello. Me parece muy bien, pero yo trabajo, soy un artesano de los libros. No soy ningún genio que se sienta a hacer la obra de arte, ni a esperar a que Dios baje y me coja la mano para escribir una novela. Cada novela tiene detrás días y meses de trabajo. Muchos lectores me comentan que mis libros se leen con mucha facilidad, pero esa facilidad me cuesta sudores y sangre; pero bueno, de eso se trata. El hombre de final de este siglo ya no va a crear nada nuevo, la única vía que existe es la reinvención.

-¿Esa afición por el pasado está peleada con los recursos de la literatura moderna, Joyce, por ejemplo?
-Se le ha hecho tanto daño a la literatura, a la cultura en general, con el esnobismo y la demagogia, con la estupidez de algunos críticos y lectores que dicen: "Hay que escribir como Joyce y no como Stendhal, porque resulta que Stendhal es anacrónico, es Joyce lo que es actual". Dicen: "Dumas es superficial". Y resulta que apasionaba a las masas. Todo lo que no es Joyce resulta que no vale. Sucede lo mismo con Faulkner: dicen que está pasado de moda. Eso hace mucho daño a la cultura y a la literatura. El mundo ha caído en una especie de demagogia, de esnobismo, que sólo satisface a unos cuantos. En realidad se escribe para críticos, para los amigos, no para el público. Me propongo recuperarlos, reescribirlos para recuperar esa memoria. Quiero levantar los puentes que nos han roto todos estos bellacos, todos estos mangantes, todos estos bocazas y rehacer ese nexo con el lector que, por suerte, está ahí todavía, aún no está en el cine o en la televisión.

-¿No suponíamos que el cine y la televisión eran los enemigos de la literatura?
-Pero ha sido el único que ha mantenido la vieja cultura literaria. He decidido utilizar el cine como recurso, incluso sus técnicas como herramientas. Intento recuperar ese tipo de narraciones y de historias para jugar con esa memoria del lector que se ha educado en el cine. Hay que reescribir ‘Los miserables’ para un público que ve televisión y que le asaltan los drogadictos en la esquina y que tiene una hija que ha sido violada por un tal. Reescribirlos para el mundo de ‘Blade Runner’, por ejemplo. Es una empresa muy ambiciosa, pero en ese terreno me muevo. No soy apóstol ni guerrero.

-En tu literatura está presente una tendencia a la cita literaria, pero también a la construcción de personajes y atmósferas que forman parte de otros universos literarios, desde la novela gótica, hasta el naturalismo decimonónico, pasando por la novela de capa y espada; tal vez se pudiera comparar este procedimiento al collage tan frecuentado por algunos arquitectos que se autodenominan posmodernos.
-No, vamos a entendernos. Una cosa es un collage o un pastiche, o un Almódovar, y otra cosa es una recreación. Es diferente. Yo acepto la recreación, utilizo esos elementos, pero en lo que no estoy de acuerdo es en el término “posmoderno”. Lo posmoderno significa que vale mezclar la salsa de tomate de Andy Warhol, con Cervantes, con la música dodecafónica y con la chirimía de los pastores griegos. Eso me parece una barbaridad, vomitivo, de mal gusto, que es lo que menos tolero en arte y literatura.

-Te has propuesto hacer una literatura pensando en los lectores, salir de los círculos cerrados por el narcisismo de los críticos y los autores, y lo has logrado. ¿Cómo cumplir esa aspiración de ser leído de manera masiva?
-No lo sé. No sé si hay fórmulas, no sé si yo he tenido suerte, o si he conectado con los lectores, por alguna razón que ignoro. Realmente no lo sé. Lo que sí sé es que no me planteó grandes análisis críticos de mis obras, no me gusta. Lo que debe hacer el escritor es escribir. Después que vengan los críticos y decidan si eso que escribo se inserta, o no, en la historia literaria y que tracen líneas e interpretaciones. Yo escribo y punto. No me planteó ni mi obra ni la literatura en términos tan intelectuales. No soy un intelectual, soy un periodista que ha vivido una vida agitada. Quizá lo que tanto daño hace a la literatura sea eso, ese continuo averiguar por qué se escribe una cosa y cómo se debe escribir una novela. Diablos, las novelas se escriben y se leen, y lo demás son palabras.

-Hoy se habla mucho de la novela histórica. ¿Cees en esa categoría?
-¿Qué nos importa o para qué nos sirve la pasión de tus personajes en este siglo? La historia me interesa por dos razones: primera, porque el problema del hombre de hoy es que le han borrado la memoria. Ahora resulta que somos huérfanos. Para muchísima gente, la literatura moderna se inicia con Kundera, en cine empieza en Godard y en pintura con Picasso. No exagero, realmente se piensa así, por desgracia. El sentido histórico se ha reducido a la nada. La respuesta a las preguntas esenciales (de dónde venimos, a dónde vamos...) se encuentra fácilmente en el ayer más inmediato. Pronto, ni en eso. Nos están borrando las diferencias, lo que nos identifica, y nos estamos convirtiendo en una papilla homogénea. Estamos sometidos y a merced del primero que llega, nos pone una televisión o nos vende dinosaurios. Mañana nos venderá cualquier otra cosa. En cuanto a lo técnico, la historia es un recurso narrativo extraordinario. La historia me da una dimensión de misterio, de mima, de pasado, de encanto, que me gusta.

-Lo autobiográfico se inmiscuye también en los temas del pasado más lejano?
-Mi vida no han sido sólo guerras, también han sido libros. Gran parte de mí se ha fundido en los cuadros, en la esgrima, está mi ciudad, mi familia, mi origen, mis gustos y aficiones. Sin embargo, no hay autobiografía en mis novelas, porque no hay personajes puros. A cada uno les cedes una herencia, una parte de ti mismo, todos ellos tienen algo de mí: puntos de vista, tics, caracteres que se toman también de los que te rodean. Lo que hay mío realmente es ese tipo de lucidez escéptica, resabiada, a veces amarga, pero no por eso pesimista, sino que asume los hechos de esos héroes cansados que salen en mis novelas y las protagonizan. Quizá les haya dado de mí esa especie de escepticismo retorcido y cansado. Mis personajes son como soldados cansados, como héroes fatigados. Quizá ahí sí reconozca alguna cosa mía. Creo que el mundo ya no es un lugar de héroes solidarios sino de héroes solitarios; las grandes causas y las grandes banderas de batalla han terminado. El "héroe" de hoy es el hombre que libra su guerra personal, es un hombre que escoge su campo de batalla, es un mercenario que escoge su bandera y su patria.

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Mensaje por Rogorn » Sab Jul 28, 2012 9:37 am

(Esta es la entrevista más antigua que tenemos localizada)

“Las guerras, todas, están movidas por intereses económicos”
Entrevista con Tere González-Adalid – La Verdad (Murcia) – Serie ‘Los que se fueron’ – 29/04/1979

Hace unos días que a Arturo Pérez-Reverte, 28 años, cartagenero y periodista, le nombraron jefe de la sección de Internacional del diario ‘Pueblo’. Y es como si le hubieran cargado de cadenas, prestigio profesional aparte, porque este chaval, con aspecto de oficinista burocrático de ministerio (pero sonriente), no puede parar un momento, con ese “culo inquieto” que Dios le ha dado, con esas ganas de “guerras” que tiene a todas horas. Entre teletipos cargados de actualidad e informaciones de los cuatro puntos cardinales del globo, encamisado y encorbatado, Arturo Pérez-Reverte contestó a nuestras preguntas con sinceridad (con escalofriante sinceridad, diría yo) al exponer sus opiniones, tan aparentemente frívolas, sobre ese cáncer monstruoso que es la guerra. “Todo esto es muy complicado, y contado así en frío suena fatal. Pero es que hay que vivirlo en caliente allí”.

A Arturo Pérez-Reverte, licenciado en Ciencias Políticas y en Ciencias de la Información, y también redactor jefe de la revista ‘Defensa’, la vocación le viene de antiguo. Lo que ya no es tan fácil es descubrir cuál es su verdadera vocación: las guerras o el periodismo, o si esta última es tan sólo un medio para llegar a aquéllas. Y cuenta que cuando tenía diez o doce años jugaba a las guerras “armado” con una cámara fotográfica. “Yo me hice periodista porque a mí desde pequeño me gustaban las guerras. Y entonces me dije: “Únicamente hay dos formas de ir a la guerra: una es ser militar y otra ser periodista. Siendo militar es muy difícil ir, porque España no hace guerras con nadie”. Entonces resolví hacerme periodista, para poder viajar e ir a todos esos sitios que yo soñaba de pequeño en los libros de aventuras”. Por eso y porque, según él mismo confiesa, tiene un carácter “demasiado folklórico, indisciplinado y demás” para someterse a la disciplina militar. Entre los muchos conflictos bélicos que ha presenciado recuerda especialmente el del Líbano, porque ha sido testigo directo de todo el proceso. Y sobre todo el del Sahara, porque estuvo un año en El Aaiún y luego en la guerrilla con el Frente Polisario, y porque “como español me siento psicológica y sentimentalmente ligado al pueblo saharaui, y profundamente defraudado y decepcionado por cómo España “solucionó” el conflicto”.

-¿Te gusta realmente ir a la guerra?
-Claro, claro.

-¿Te gusta realmente, con toda su carga de violencia, horror, dolor, sufrimiento…?
-En la guerra no hay sólo violencia. Hay otros aspectos que son muy interesantes, como el factor humano, las personas que conoces en ella... La guerra las pone en situaciones límite, les quita toda esa capa de civilización y cultura que tenemos aquí y las dejas en estado puro. En la guerra, que es muy rica humanamente hablando, es donde mejor se puede conocer a la gente: el amigo, el compañero que te ofrece su paquete de cigarrillos, el rato que pasas con Fulano en un bombardeo... A mí lo que me atrae de la guerra no son los muertos, sino las situaciones que hace posible: conocer a gente y sobre todo la calidad humana de las personas.

Opiniones personales aparte, Arturo logró su meta: “ir a las guerras”, aunque fuesen menos aventureras de lo que pensaba. “Yo concebía el periodismo como más aventura de lo que es en realidad”. Para lograr su objetivo ha tenido que someterse a una cierta disciplina, la del horario y el trabajo fijo, “ya que en este país lo de trabajar por tu cuenta no sirve. Hasta el momento he sido capaz de amoldarme a un trabajo y horario fijo, y ahora, con esta nueva situación, tendré que amoldarme más, pero te aseguro que siempre que pueda me escaparé y haré lo que a mí me gusta, que es coger el avión y presentarme en el Líbano, Eritrea, Angola, o allí donde haya ambiente. La vida aquí en la mesa es muy aburrida, muy monótona. Es como quien está en una oficina, mientras que allí estás vivo”. “Allí”, la guerra como telón de fondo de la entrevista.

-¿No te parece denigrante ese refinamiento de la industria bélica en esos artefactos diseñados no ya para matar sino para producir el mayor daño y dolor posible?
-Me planteas una pregunta de tipo moral, y yo cuando enfoco este trabajo lo hago desde un punto de vista técnico y frío. Me parece denigrante, en efecto, que se gaste más dinero en comprar bombas nucleares que en dar de comer a la gente que se está muriendo de hambre, pero es un tema que en mi actividad profesional no me afecta directamente, puesto que mi trabajo es sobre una cosa que está ya y no se puede cambiar. La guerra es un factor que estará siempre en las relaciones internacionales de los hombres. Lo ha estado y lo seguirá estando. Es un recurso más entre los recursos que los hombres tienen en sus relaciones cuando hay disputas entre ellos.

-Esa es tu opinión desde el punto de vista profesional, pero ¿y desde el personal?
-La única conclusión válida que he sacado después de todos estos años es una profunda simpatía por el que está metido en la trinchera temblando de miedo, pensando en su mujer y en sus hijos, por ese que muere sin saber por qué y que lo mandan como carne de cañón al matadero. Y un profundo desprecio hacia esos que desde los despachos los envían a todo esto. Me siento psicológicamente ligado al soldadito y profundamente distanciado del político, del hombre de empresa que organiza todas estas cosas.

-Desde esa concepción tuya, ¿qué opinas de la violencia?
-Te voy a decir una cosa que a lo mejor parece una barbaridad, pero es que la violencia es una cosa que el hombre lleva dentro desde que nace. Entonces, haya o no haya guerra, el hombre desarrolla esa violencia. Quien no lo hace pegando tiros la desarrolla conduciendo un coche a doscientos kilómetros por hora. La guerra es un lugar donde la violencia se hace extremadamente más visible, pero no creo que la guerra sea más violenta que un combate de boxeo o una pelea entre dos conductores de coches después de chocar en una esquina. La guerra no hace al hombre más violento, te lo aseguro. Lo que pasa es que le hace más bruto, más desesperado, y le hace cometer mayores animaladas, pero la violencia no es la guerra la que la genera. El hombre es violento en sí.

Parece como si Arturo hubiera exprimido sus experiencias bélicas y hubiese sacado de su violento jugo todas las enseñanzas o conclusiones a que ha llegado en su vida. Para él, tanto en la vida como en la guerra “no hay buenos ni malos, no hay indios ni cowboys. En la realidad todos son unos pobres desgraciados que están liados en una historia, que a veces son buenos y a veces son malos, a veces héroes y a veces cobardes, pero no hay un bando bueno y otro malo. Eso son inventos de la propaganda de cada uno de ellos. Son pobres desgraciados, empujados unos contra otros por fuerzas muy superiores. Todas las guerras están movidas por intereses económicos. No hay guerras justas ni guerras injustas. Todo depende del enfoque que se le da, que le dan los gobiernos. Ninguna guerra es justa. Es un concepto relativo, como todo en la vida”. Aún así, Arturo distingue entre la actitud del individuo que se subleva y lucha “por defender lo que es suyo, y la de los dirigentes, que pueden tener otros objetivos: de poder, económicos, de prestigio, presiones exteriores, etc”.

Arturo es de esos que ante una escena violenta disparan su cámara fotográfica antes de intentar evitar que esa violencia se produzca. “Ante esta situación mi reflejo es de profesional. No es una posición éticamente correcta, pero es profesionalmente objetiva. En esta profesión hay que ser eficaz antes que nada, y después te planteas problemas éticos y te echas en cara todo lo que quieras.

-¿Qué es lo que te ha enseñado humanamente esta forma de ejercer la profesión?
-Me ha enseñado a valerme por mí mismo y a conformarme con muy poca cosa. La gente aprecia su coche, su casa, ahorra, pero yo he visto que una bomba hace todo eso cenizas y la gente se queda en la calle sin nada, únicamente con lo puesto, y a veces sin eso. Entonces, todo eso me ha enseñado a prescindir de todo lo prescindible, a acostumbrarme a vivir con muy poco. Al mismo tiempo, me ha endurecido ante los pequeños problemas e incidentes de cada día. A tomarte aquí la vida un poco en broma, a tomarte todo folklóricamente, a pasar de todas esas cosas que parecen triviales, y a darle más valor a ésas como la amistad, etc.

-¿Te ha hecho más relativista, más comprensivo?
-Me ha hecho más tolerante con las flaquezas y debilidades humanas. Y comprender mejor que el hombre es ángel y bestia al mismo tiempo. Me ha hecho odiar absolutamente al hombre del despacho, al cerdo, porque ahora comprendo las consecuencias de sus manejos y de sus historias. Yo mismo he sufrido sus consecuencias.

Arturo distingue entre el “aquí” y el “allí”. “Aquí” pasa de todo, “me divierto mucho viendo el juego político, pero no creo en lo más mínimo en las virtudes políticas”, precisamente porque “allí”, y a pesar de su postura “técnica y fría”, “éticamente incorrecta, pero profesionalmente objetiva”, ha visto con sus propios ojos cómo en virtud de ese juego político morían niños “achicharrados por el napalm”.

-Anárquico, aventurero, pasota por exclusión… ¿Eres violento?
-Yo soy espectador, testigo, no protagonista. Procuro quedar al margen.

-¿Has ejercido la violencia?
-Sí.

Un folklórico políticamente, que sostiene una sonrisa tolerante, escéptico, un tanto narcisista, que sólo cree “en mis amigos y en mí mismo”.

-¿Periodista?
-Yo no soy un periodista perfecto. Está demasiado mezclado con una cuestión personal. Yo no soy objetivamente un periodista. Me siento más ciudadano del mundo que periodista. Mi patria es allí donde me encuentro bien y me encuentro bien en todos esos sitios.

-¿Te imaginas haciendo un periodismo de provincias?
-Sí, cuando tenga cincuenta años trabajaré en un diario de provincias tranquilo, y me dedicaré a la pesca y a escribir sobre esto.

-¿Te gusta la pesca?
-Me gusta el mar. La única cosa que echo de menos es el mar de Cartagena.

-¿Aunque esté tan sucio y contaminado?
-Sí, pero es de Cartagena.

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