'El pintor de batallas' (2006)

Comentarios y noticias sobre el resto de los libros de Pérez-Reverte

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Siana
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Mensaje por Siana » Dom Abr 27, 2014 3:52 pm

Ayer vi entera por primera vez "Las flores de Harrison". Qué pasada 8O :( .

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Sab Jul 05, 2014 1:05 pm

"Guerra, morte, vendetta. Quello che io ho vistoe che voi non vedete più"
Marco Cicala - Il Venerdì / La Repubblica - 14/09/2007

Questa intervista sarebbe stato meglio farla davanti alle donne stuprate in gruppo dalla marmaglia; davanti agli uomini macellati con la scure, emasculati con la sciabola, denudati, mutilati e impalati su scheletri d'albero. Sarebbe stato meglio farla al Prado, di fronte ai 'Desastres de la guerra', le allucinanti visioni con cui Goya agguantò il vivo dell'orrore e ce lo scaraventò in faccia per sempre. Non parla d'altro, in fondo, 'Il pittore di battaglie', l'ultimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte tradotto in italiano (Marco Tropea, pp. 288, euro 15, in libreria dal 20 settembre). Certo, lo fa con moderna tecnica da thriller filosofico, ma, sotto, affiora uno sguardo arcaico, un pessimismo da storico classico, un'antropologia nerissima. Certo, il libro è ambientato quasi due secoli dopo quei "desastres" e racconta altre guerre, ma il disastro è sempre lo stesso. "Pensi a quell'altro capolavoro di Goya: 'Duelo a garrotazos'", ricorda Pérez-Reverte. E ne scarabocchia l'impianto su un pezzo di carta. "In primo piano due uomini interrati fino alle ginocchia che si stanno massacrando a randellate. Sullo sfondo un arido paesaggio minerale. Forte, impassibile, duraturo. Qui, due imbecilli che passano la loro breve vita prendendosi a mazzate. Laggiù, spettatrice, l'eternità imperturbabile e geometrica dell'universo, la natura" dice con sorriso spavaldo.

Siamo a casa sua, trenta chilometri a nord di Madrid. Una mite villetta, ma imbottita di guerre. Cimeli degli anni -più di venti- in cui faceva il reporter dal fronte. Per giornali e poi tv: Libano, Eritrea, Malvine, Salvador, Nicaragua, Mozambico, Angola, Golfo, ex Jugoslavia... C'è un kalashnikov appoggiato in un angolo ("ricordo di Bosnia"), dentro una teca proiettili, elmetti riportati sempre dai Balcani ("i proprietari non ne avevano più bisogno perché erano stesi a terra, morti"), su tavoli e credenze una vasta collezione di sciabole, perfino un busto di Napoleone ("un mio antenato combatté a Waterloo. Più tardi la Francia gli diede una medaglia. Eccola"). Nascono qui -all'ombra di militaria ma anche di carte nautiche, fiori ben curati, e biblioteche fittissime- i libri che hanno fatto di Arturo Pérez-Reverte, classe 1951, l'autore di bestseller più popolare di Spagna e forse d'Europa. Ha sbancato con il ciclo -già sei episodi- del capitano Alatriste, spadaccino crepuscolare, spietato ma etico a modo suo, nella Spagna magnifica e velenosa del Siglo de Oro. Dalla serie è stato tratto il film 'Il destino di un guerriero' -uscito da noi a giugno, praticamente inosservato-, Viggo Mortensen protagonista. Ma il cinema ha saccheggiato anche i romanzi 'Il maestro di scherma', 'Territorio comanche', 'La carta sferica' e 'Il club Dumas', thriller bibliofilo da cui Roman Polanski ricavò 'La nona porta' con Johnny Depp (del 1999).

'Il pittore di battaglie' si apre così. Scena: una cadente torre saracena sulla costa spagnola. Davanti, il Mediterraneo abbacinante. Dentro, un uomo dipinge sulla parete. Non è un artista di professione, però s'è messo in testa di realizzare l'opera della sua vita. Un affresco circolare come i muri della torre in cui è andato a rinchiudersi: una grande rappresentazione di battaglia che le contenga tutte. Tutti gli umani mattatoi, da Troia alle Torri Gemelle. Impresa monastica. Accompagnata dai fantasmi di Paolo Uccello, Piero della Francesca, Leonardo, Bosch, Bruegel, Goya. Ma anche dai volti di tutta la varia (in)umanità che il pittore Faulques ha ritratto nella sua precedente, lunga e pluridecorata carriera di fotoreporter di guerra. Ormai ha lasciato il mestiere. Non senza acciacchi (un dolore al costato), non senza strascichi (il ricordo della compagna amatissima saltata su una mina) e qualche segreto. Ora c'è solo il dipinto. Solo il lavoro nella torre. Solitario. Finché non si presenta un tizio. Croato. "Mi chiamo Ivo Markovic" dice. "Perché mi ha cercato?" chiede, ignaro, il pittore. "Perché ho intenzione di ucciderla". Una famosa foto di Faulques gli ha incenerito la vita. Lo ritraeva -soldato anonimo e sfinito- durante la ritirata da Vukovar. Quell'immagine ha fatto il giro del mondo. I nemici serbi l'hanno riconosciuto, internato. Gli hanno violentato, mutilato e ucciso la moglie. Crocifisso il figlio al muro con una baionetta. "Los desastres".

-Un ex inviato di guerra che racconta la storia di un ex fotoreporter di guerra.
-Scontato dirlo: non è un libro autobiografico. Però lo accumulavo dentro da tanto tempo. Scrivendolo contavo di liberarmi da certi tarli. Non me ne sono liberato. Anzi, ne ho innescati di nuovi.

-Dopo la guerra in Jugoslavia ha smesso di fare il giornalista: è quella che l'ha segnata di più?
-Già all'epoca del Golfo sentivo che presto avrei lasciato. Ero la "star" del tg della sera, ma disprezzavo il mio pubblico. Quello che fa "zapping", che non vede l'ora che il telegiornale finisca perché dopo c'è la partita. Ho abbandonato quando ho capito che alla gente "no le importaba un carajo", non gliene fregava una minchia. A un certo punto mi sono detto: ho soldi, successo, anche un veliero. Che ci sto a fare qui come un cretino? Però, il giornalismo mi ha reso felice.

-Felice?
-È la parola esatta. In guerra non tutto è orrore. C'è la scoperta, l'amicizia, soprattutto il sentimento di essere ancora vivi. Non è più così. L'informazione è un'arma sempre più micidiale. Il giornalista una pedina. Un testimone molesto. Da chi combatte è percepito come un nemico. Capisco chi gli spara addosso.

-Il libro è anche una dura requisitoria contro lo strapotere delle immagini.
-Le mostro una cosa (si alza, sparisce, torna con una foto incorniciata. Si vedono due uomini di colore in armi. Uno preme la suola dello scarpone sul collo di un cadavere steso ai suoi piedi, tipo preda da safari). L'ho scattata nel '77, in Etiopia. Il morto è un combattente etiope. Gli altri due sono eritrei. Beh, oggi questa foto è assolutamente priva di senso. Potrebbe prestarsi a qualsiasi uso. Essere utilizzata da Benetton per promuovere una nuova collezione di bermuda coloniali. Dicono che un'immagine vale più di mille parole. La verità è che oggi ci vogliono mille parole, mille didascalie per situare e spiegare correttamente un'immagine.

-Perché, nel romanzo, invece di ritrovare i carnefici della sua famiglia, l'ex soldato se la prende con il fotografo?
-Direi perché, nella logica del libro, il massacratore serbo non è colpevole. Ammazzando, torturando, violentando non ha compiuto un atto deliberatamente malvagio: ha dato solo seguito alla propria natura. E questo -lo ripeto, secondo il punto di vista dei personaggi, non il mio- fa parte delle regole del gioco. Markovic invece vuole incastrare l'uomo che con una fotografia l'ha tirato fuori dalle regole, l'ha strappato all'anonimato, e ha fatto di lui qualcosa di speciale, di riconoscibile.

-Lo sentiamo dire: "Il mondo ha smesso di pensare alla morte. Credere che non moriremo ci rende deboli, e peggiori".
-Nella 'Montagna incantata' di Thomas Mann, i corpi dei morti di tbc vengono fatti sparire di notte dal sanatorio, spediti a valle di nascosto perché gli altri malati non li vedano. Nel nostro mondo è lo stesso. Si rimuove, si occulta, ci si distrae. L'uomo antico invece aveva una coscienza, un commercio fisico con la morte e con il dolore. Guardi 'Il trionfo della morte', di Bruegel. A me da piccolo me lo facevano vedere, toccare il cadavere del nonno morto. Adesso i bambini sono tenuti a distanza. Il libro è, in questo senso, un memento mori rivolto al lettore. In altri romanzi l'ho divertito. Qui volevo fregarlo. Dirgli: "Credi di essere salvo. Però morirai. Pensi che la pace sia la regola, e l'orrore l'eccezione? Ti illudi. È il contrario. Pensi che non ci siano mine se non a Beirut? No, le mine ce l'hai in casa".

-Una volta ha raccontato che davanti all'ecatombe delle Twin Towers è rimasto freddo. Come ha potuto?
-Ero in un bar di Buenos Aires e tutti strillavano davanti alla tv: "Guarda che orrore!". Non capivo. Mi dicevo: ma come, ho passato vent'anni a mostrarvi cose del genere da ogni parte del mondo. Fino ad oggi non avete visto niente? Non avete sentito niente? Dove eravate? E la tragedia sa qual è? Che nemmeno la terribile lezione delle Torri è servita. Gli americani non hanno imparato. La gente vuol continuare a non vedere.

-Chi è il più grande pittore di battaglie?
-Il libro me lo portavo dentro da anni. Ma chi alla fine me l'ha fatto scrivere è stato Paolo Uccello. È davanti alla 'Battaglia di San Romano' agli Uffizi che è scattato qualcosa. È stato il detonatore.

-Mentre contro 'Guernica' di Picasso usa parole dure.
-Picasso non ha mai attraversato una guerra in vita sua.

-Solo chi ci è passato può rappresentarla?
-È consigliabile.

-Nel libro demolisce anche Robert Capa.
-Mentiva. Come il suo amico Hemingway, turista della guerra. Però Capa era un bugiardo simpatico. E, a differenza dello scrittore, ha pagato di persona. È morto saltando su una mina. E così si è riscattato.

-A proposito di turisti della guerra. A più riprese lei ha sferzato quegli intellettuali umanitari, specie francesi, che venivano in tournée a Sarajevo...
-Sì, i vari Henry Lévy... C'era anche Susan Sontag che non apparteneva alla categoria suddetta. Però un giorno la tv mi chiese di intervistarla e rifiutai. Ero lì per raccontare la guerra, mica quelli che la raccontavano.

-Sua figlia dice che nella vita quotidiana continua a comportarsi come un soldato.
-(Risata). Non giro col giubbotto antiproiettile! Sono una persona normalissima. Però, è vero, dalla guerra mi sono rimaste addosso certe abitudini. Porto i capelli tagliati molto corti. Anche le unghie. Perché è più igienico. Cose così, un'autodisciplina.

-Quando non lavora a un libro naviga.
-La mia vita si divide in quattro momenti. La scrittura. La preparazione di un romanzo, la documentazione. Poi i viaggi, ogni Capodanno lo passo a Venezia, mi incanta. E infine il veliero.

-Dove va?
-Solo nel Mediterraneo. Eolie. Sardegna... Mi piacciono soltanto i luoghi familiari. A parte forse Argentina e Messico, sto bene solo in Europa, specie quella del Sud. E Parigi.

-Rivendica il suo eurocentrismo.
-Sono nato a Cartagena, una città di fondazione fenicia. Sono cresciuto con la bellezza del greco antico. Con la pulizia della lingua latina. A contatto con le vestigia della civiltà araba. Sono figlio di questa cultura.

-La cultura. Nel libro ne parla come di un'arma di sopravvivenza.
-La cultura non ci salva. Stendhal ha detto che nessun libro può aiutarci a sopportare l'orrore. È vero. Però ci serve ad assumerlo. Ci rende lucidi. Dalla guerra ho imparato la durezza delle regole. Dall'arte la capacità di farmene carico.

-In Spagna c'è una nuova ondata di romanzieri che tornano a raccontare la Guerra Civile, fino a ieri tabù. A lei l'argomento non interessa?
-No. Per niente. Sento più mia la guerra di Bosnia che la guerra civile spagnola. Se non altro perché l'ho vissuta.

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Dom Jul 06, 2014 10:00 am

Il mistero «OF» di Pérez-Reverte
Elisabetta Rosaspina – Il Corriere della Sera – 17/09/2007

Non è facile, ma si può entrare in un dipinto. Inoltrarsi nel paesaggio verso la linea dell'orizzonte stabilita dal pittore e scoprire che cosa c'è in fondo al quadro. Si può, e a volte si deve. Ma non è detto che poi si riesca a tornare indietro. Un monito accompagna le 284 pagine dell'ultimo libro di Arturo Pérez-Reverte (Marco Tropea Editore, traduzione di Roberta Bovaia, 15, in libreria dal 20), sofferto viaggio tra ricordi bellici reali ed epici combattimenti, assedi infuocati, massacri orripilanti affrescati dentro le mura circolari di una torre di guardia: è sempre meglio tenere pronta una moneta tra le dita, in tasca, sotto la lingua, o una pallina d'oro infilata nel lobo dell'orecchio. È sempre meglio avere con sé il prezzo che prima o poi bisognerà pagare a Caronte per farsi traghettare sull'altra sponda.

‘Il pittore di battaglie’, titolo e protagonista del romanzo, è quanto più si possa avvicinare alla biografia e all'indole dell'autore spagnolo, per 21 anni esponente di quell'élite del giornalismo costituita dalla tribù dei corrispondenti di guerra; anche se, dal 1994, Pérez-Reverte si è ritirato nella letteratura. Come Andrés Faulques, vedutista del dolore, nella sua torre rotonda, dove tenta di raffigurare con i pennelli l'essenza di tutti i conflitti che le sue macchine fotografiche non sono mai riuscite a catturare nelle trincee. Gli assomiglia parecchio l'ex fotoreporter, stanco di arrischiarsi nel «territorio comanche», terra di nessuno, eccetto rovine fumanti e crudeltà disumane. Probabile abbia prestato qualcosa di sé anche al truce croato Ivo Markovic che odia i ritrattisti di guerre e la noncuranza con cui un loro scatto può distruggere un'esistenza. La sua. Spontaneo credere che anche Pérez-Reverte abbia incontrato, come Faulques, una Olvido Ferrara. Fotografa di oggetti, mai di umani. Un' altra avventuriera del «territorio comanche»: Messico, Cambogia, Libano. Complice e complicata, curiosa e coraggiosa: come quando, in Somalia, «seduta per terra a gambe incrociate, al centro di un cerchio di uomini armati fino ai denti che fumano osservandola... si era fatta bendare gli occhi e, con movimenti precisi, senza errori o esitazioni, aveva smontato e rimontato varie volte un fucile d' assalto».

Pérez-Reverte deve essersi lasciato incantare anche lui, come Faulques, dal «fazzoletto intorno agli occhi, i capelli raccolti in due trecce, la camicia umida di sudore e le gocce sulla fronte corrugata per la concentrazione». Quante coincidenze. Una reporter in prima linea, con le trecce, seduta a gambe incrociate, unica donna in mezzo ai combattenti, il nome comincia per O, il cognome per F ed è nata a un'ottantina di chilometri da Firenze: ricorda la foto di copertina della prima edizione di ‘Niente e così sia’. «Oriana Fallaci? -Pérez-Reverte sgrana gli occhi, sorpreso-. No, Oriana Fallaci era una vera giornalista e quando io l'ho conosciuta, nel '91, durante la prima guerra del Golfo, ormai era già matura. Non aveva più le trecce. Olvido invece è giovane, un'ex modella, bellissima, ma è soltanto una turista della guerra. Non hanno niente in comune». L'origine, per esempio. «Già. Anche Olvido è italiana e toscana, ma per uno stratagemma narrativo: è figlia di un mercante d'arte italiano. È lei la vera artista del romanzo. Doveva essere conterranea di Paolo Uccello. E poi volevo ambientare quella cena romantica con Faulques sul Ponte Vecchio. Però, è vero: la memoria di Faulques è la mia. Io non sono lui e non vedo il mondo esattamente come lo vede lui, ma condivido molti dei suoi punti di vista. Faulques ha ereditato i miei ricordi veri. Le sue foto sono immagini che io ho visto o situazioni che ho vissuto realmente. L'immenso quadro che lui dipinge, io l'ho nella mia testa. È il risultato dei miei 56 anni di vita».

Faulques non ha più voglia di vivere; Olvido, la donna amata, è morta dieci anni prima in Bosnia, portata via da una mina con i suoi orecchini sferici d'oro. Lui lavora all'affresco circolare come fosse il suo commiato dall'esistenza. O un analgesico per pensieri altrimenti intollerabili. Anche Pérez-Reverte: «Scrivo per arredare la mia vita. Renderla più sopportabile quando arriverà la vecchiaia e la malattia. Il futuro non m'interessa. Scrivo per resistere al ricordo di un bambino a Sarajevo, nel '92. Aveva l'età di mia figlia, è stato squarciato da una bomba, mi è morto fra le braccia mentre cercavo di portarlo all'ospedale. Non potevo tornare in albergo a lavarmi. Il suo sangue è rimasto sulla mia camicia e sotto le mie unghie per due giorni. Il mio libro non può ridargli la vita, ma scrivere mi aiuta ad accettare una realtà che sennò mi farebbe cercare Dio per strappargli la testa, se credo in Dio».

Eppure quando alla torre arriva Markovic, per vendicarsi di una vecchia foto dagli effetti devastanti, il pittore è pronto a difendersi. Forse anche a uccidere. Non è poi così facile, uccidere. «Oh, sì! Lo è. Un uomo deve lottare, ma non per amore della vita. Faulques, come me, disprezza quelli che si lasciano sgozzare come agnelli. Anch'io potrei uccidere: per un cane, per amore, per un'idea, per la sopravvivenza dei miei figli. Comprendo chi uccide per denaro, in un mondo come il nostro». Cose che si dicono. «E che si fanno. Io lo so, perché le ho viste. Possono succedere ovunque. Anche nel migliore albergo di Madrid, pieno di signore eleganti e uomini perbene, se qualcuno chiudesse le porte e ci lasciasse per un mese con acqua e cibo insufficienti, saremmo capaci di uccidere».

L'anormalità non è la guerra: Pérez-Reverte lascia che Faulques e Markovic ne convengano, durante le loro lunghe conversazioni. La normalità è in quell'affresco grondante ferocia: «Siamo formiche, delfini, cani, scimmie evolute, con più forza e più intelligenza. Siamo in cima alla piramide biologica, però facciamo parte del caos come gli altri. Ce lo ricordano le Torri Gemelle. Ce lo ricorda il ‘Titanic’. Ce lo ricorda uno tsunami. La gente si sorprende e dice: tremendo, impossibile. Ma io ho dedicato vent'anni della mia vita a raccontare com'è possibile. Fino a che punto dobbiamo avere compassione per gente che costruisce case in riva al mare o grattacieli che richiedono quattro ore per essere evacuati ma resistono meno di due al fuoco?». Dunque l' inferno è già qui. «Per me l' inferno è quello classico. Un fiume, con i miei amici che mi guardano dall' altra sponda». Faulques sa quando è il momento di attraversarlo: «È la fine che io vorrei per me stesso». Con una moneta in tasca, possibilmente. E dopo aver visto che cosa c' è in fondo al quadro. Qualunque cosa sia.

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Mié Jul 23, 2014 11:02 am

El arte de la guerra
Elisa Silió - El País - 03/11/2007

El fotoperiodismo se mueve en la imprecisa línea que separa la realidad y el arte. Sus imágenes se valoran y su presencia en museos y subastas es imparable. Pero en paralelo, hay quien piensa que el reporterismo, caduco, debería apostar por el vanguardismo. Si en 1808 en manos de Francisco de Goya y Lucientes hubiese caído una Kodak Professional quizá no existiese ni un triste boceto de 'Los fusilamientos del 3 de mayo'. Con un simple disparo hubiese denunciado la barbarie de la guerra que cada día los protagonistas de este reportaje se empeñan en evidenciar. Reporteros y/o artistas que bordean con sus trabajos la vaga línea entre el fotoperiodismo y el arte. Unas imágenes, consideradas fáciles y descuidadas en los inicios, que en las últimas décadas han seducido al mercado. En las pujas se codean con la pintura, cada vez son más los museos que adquieren algunas para sus fondos, y estos días varias muestras coinciden en España.

Pero en medio de este clima esperanzador hay quien asegura que el fotoperiodismo está caduco -arrollado por los telediarios e internet-, desvirtuado -hasta en el rincón más perdido del planeta la población es consciente del poder mediático-, uniformizado -las imágenes del 11-S obedecían a un mismo patrón-, en pocas manos -las grandes agencias están absorbiendo a las pequeñas- y con una estética desfasada. El asturiano Javier Bauluz (1960), el único español ganador del Pulitzer, estalla: "Estoy harto de los que dicen que hay que hacer cosas más vanguardistas. De los que piensan que las guerras y los pobres están muy vistos o que un terremoto hay que contarlo fotografiando una grieta de un centímetro en el suelo con la cámara ladeada".

"Por supuesto que el fotoperiodismo no está muerto", se indigna Cristina García Rodero (Puertollano, Ciudad Real, 1949), la primera española que va a ser socia de Magnum. "Los que no están vivos son las revistas y los periódicos que no quieren gastarse dinero y mandar fotógrafos. Los grandes reportajes han desaparecido", continúa la premio Nacional de Fotografía de 1996. "El fotoperiodismo tiene que entrar en los museos. Detrás de una cámara no sólo hay técnica sino cerebro y sentimiento. Hay más fotógrafos mucho más artistas que los pintores, y sé lo que me digo", asegura García Rodero, licenciada en Bellas Artes. Contactar con ella es una odisea. Panamá, Praga, México y Estados Unidos en pocas semanas da idea de su ritmo frenético. "Me estoy haciendo mayor, y tengo muchos capítulos abiertos", explica. Tan sólo ha ido a una guerra, la de Kosovo, y no piensa volver. "Prefiero fotografiar las fiestas, que es un momento de alegría y generosidad".

Arturo Pérez-Reverte, curtido como periodista en el frente antes de convertirse en un escritor de éxito, le dio la extremaunción al reporterismo gráfico al presentar su novela 'El pintor de batallas' hace casi dos años. Apostó entonces por retomar la pintura de guerra de Goya o Paolo Uccello ('La batalla de San Romano'), nunca la del 'Guernica' de Picasso "que no huele a sangre". "Cuando las imágenes modernas han sido explotadas hasta la saciedad, es fundamental volver a 'El jardín de las delicias', de El Bosco. La imagen fotográfica no vale. Robert Capa (el padre del fotoperiodismo) mentía, y ya se mentía mucho antes con las fotos. No se puede meter todo el horror en un rollo de película". Por eso el fotógrafo de su libro pinta la foto que, pese al oficio, no puede hacer.

"Yo no estoy de acuerdo con Arturo en volver a la pintura, pero sí a la verdadera fotografía. Las mejores fotos hoy las hacen los palestinos en Palestina y los iraquíes en Irak, porque trabajan por necesidad, no por devoción. Porque cuentan lo que les pasa a sus familias, porque con el muerto de la foto compartían pupitre en clase...", sostiene Enric Martí (1959), jefe de fotografía de Associated Press (AP) en Suramérica. "En el festival de Perpiñán yo propuse que hiciéramos una exposición de fotos hechas por palestinos que están desenfocadas o mal encuadradas pero que son de caerse de culo".

Martí se une desde Chile a la crítica de Bauluz: "Estoy harto de los fotógrafos estrellas de rock que viajan en primera, se alojan en hoteles de cinco estrellas, pasan cuatro días en la zona de conflicto y el resto promocionándose". Le disgusta que si "hay mucho estilo y mucho arte el objeto se quede en segundo plano", pero no disimula su orgullo porque la imagen de un velatorio en Kosovo, que ilustra estas páginas, cuelgue en el Museo Nacional de Arte de Cataluña. "Tenía que haber estado ciego para no hacer la foto. Ajusté la velocidad, me situé con respeto y tiré un rollo sin moverme".

Enrique Meneses (1929), a quien la Asociación de la Prensa de Madrid dedica una muestra desde julio y que logró sacar de Cuba las fotos de Fidel y el Che en Sierra Maestra cosidas a las enaguas de una joven, es de la vieja escuela y se niega a hablar de arte. "¿Arte? Hay que ser muy torpe para que no entre en el encuadre el detalle que uno quiere destacar. Luego el resultado puede ser artístico, pero si disparas pensando en hacer arte te sale un bodegón". Meneses, freelance durante siete años para la revista 'Paris Match', reconoce en cambio haber colocado la cámara en una posición u otra con una caja registradora en la cabeza. Un buen clic en vertical: 5.000 euros por una portada. Un acertado clic en horizontal: 3.000 euros por una doble página. Él sorteó a 12.000 soldados para llegar a Fidel, y se sorprende de la avalancha actual de periodistas que llegan al mejor aeropuerto y asustan a las autoridades locales.

En el frente del que Pérez-Reverte escribía en 'Territorio comanche' la competencia del fotero con las conexiones de televisión es feroz, pero el hispano-estadounidense Santiago Lyon (1966), jefe de fotografía de Associated Press, es optimista. "La imagen fija es muy potente, tiene una fuerza que no ofrece la televisión, que no deja de ser una consecución de miles de imágenes. Hay una película del momento en la que los estadounidenses clavan la bandera en Iwo Jima y, sin embargo, todo el mundo recuerda la foto. Ahora algunos telediarios terminan con una imagen fija porque te permite pensar, apreciar desde varios ángulos...". Lyon se felicita del "excelente uso" que los portales de internet hacen de las fotos. "Está comprobado que el 70% de las personas que empiezan a ver una fotogalería la acaban y eso interesa mucho a los anunciantes. Da igual la vía por la que la foto llegue al espectador. No es un sacrilegio que se vea en un vídeo de alta definición, por ejemplo".

Gervasio Sánchez, cordobés de 48 años, 20 de ellos cubriendo conflictos, también detesta el glamour. "Hay quien va a la guerra a hacer la foto con la que ganar un premio y montar exposiciones. A esos yo les recomiendo que se dediquen a retratar celebridades", dice el reportero, que trabaja para 'La Vanguardia', 'El Heraldo de Aragón' y la Cadena SER ("de la fotografía no puedo vivir"). "Cuando vas a una zona de conflicto comienzas fotografiando lo evidente: las bombas, los gritos, los entierros... Pero con el paso de las semanas comienzas a fijarte en detalles cotidianos y surge la foto. Por ejemplo, un halo de luz atravesó la biblioteca de Sarajevo, y la foto es un documento que prueba la pérdida de la memoria, pero también una imagen bella", añade. Una estética que preocupó a la ensayista Susan Sontag en su libro ‘Sobre la fotografía’, convencida de que ésta "embellecía" la realidad. Lo ejemplificaba con dos iconos: el soldado herido en la Guerra Civil de Robert Capa y el cadáver del Che que recuerda a la crucifixión de Cristo. "La denuncia social no tiene por qué ser fea", opina Lyon. "En la guerra también hay momentos felices. La gente se casa y tiene niños", remacha Gervasio Sánchez.

El Musac de León ha adquirido material de Gervasio Sánchez pero del Pulitzer Bauluz no hay obra en ninguna institución. "Los museos son una vía de acceso de estas fotos al destinatario pero no la más apropiada. El problema es que los anunciantes y los lectores prefieren ver el drama desde lejos", argumenta Sandra Balsells (Barcelona, 1966), premio Ortega y Gasset 2005. Alude a la "fatiga emocional" de la que hablaba Jimmy Fox, ex editor de Magnum. Aunque ella se considera una afortunada, pues la editorial Lunwerg y Caja Madrid han apostado fuerte por el libro y la exposición ‘Latidos de un mundo convulso’, que ella ha coordinado.

En otra muestra estos días en Madrid, ‘Cuando las cifras son humanos’, Bauluz ha enganchado sus fotos en un tendal de tela. "Así hay movimiento. La gente se mete dentro de la instalación, se aísla y los fotografiados les miran a la cara". Cada cual tiene sus manías. Meneses nunca fotografía la guerra en color -"la sangre parece ketchup"-, Balsells ve Rumania en blanco y negro y Oriente Próximo colorido, mientras Gervasio Sánchez se niega a distorsionar la imagen. Y una obsesión común: preservar la dignidad del protagonista.

Hace unos años, Associated Press decidió vender sus fotos para publicidad, lo que provocó el enfrentamiento entre los fotógrafos y los responsables de marketing. Otra polémica de la que Pérez-Reverte también se hizo eco: "Ahora ves un niño destripado en Angola y puede tratarse de un anuncio de moda o de las fuerzas armadas". Pero ésa es otra historia.

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Lun Ago 04, 2014 9:56 am

Carne picada
Montero Glez - abc.es - 12/11/2007

Por alejar voces que anuncian guerras, viene a cuento recordar vergüenzas pasadas. Terrenos de juego donde un mal día brotó la semilla del exterminio. Sin ir más lejos, en nuestra historia más reciente, el campo de Mestalla o el ya desaparecido Chamartín fueron utilizados como campos de concentración. Para no ser menos, en el lado de allá del océano, Pinochet convirtió los estadios en fábricas de carne picada. Sirva el ejemplo sonoro de Víctor Jara, cantor del pueblo, que le arrastraron al llamado Estadio Chile y allí que le molieron los huesos como si fueran café. Después le ajustaron treinta y tantas balas en el cuerpo. El hijo de Amanda terminó amontonado en un corredor del estadio junto a otros hijos del pueblo. Tras impedir varias veces la reconstrucción de los acontecimientos, al final, el Estadio Chile pasaría a llamarse Estadio Víctor Jara. Lo más parecido a un gol fuera de tiempo, de esos que marca el recuerdo para reconciliar olvidos. Pero un gol al fin y al cabo.

Por tirar del último eco hasta alcanzar las primeras voces, Arturo Pérez-Reverte da cuenta de lo que sucede cuando, en el terreno de la paz, germina la semilla bélica. Lo hace en su novela ‘El pintor de batallas’, convirtiendo un campo de fútbol en camposanto. Ocurrió en la antigua Yugoslavia, cuando Arturo anduvo descalzo sobre el sable recién afilado de la última contienda. Llegando a un pueblo desierto, el tufo le pegó de lleno. Su olfato lobero le arrastró por calles quebradas y portales abiertos a balazos. El conflicto de los Balcanes había pasado por allí sin ruido aparente. Y fue a la salida del pueblo cuando el olor a picadillo le taponó las fosas nasales. Ante él se alzaba el estadio con la siniestra envoltura de un regalo en tiempo de guerra. Sin más compañía que la del sonido de sus pasos sobre el cristal crujiente de la batalla, entró. Fue entonces cuando el olor atravesó su garganta. Habían arrancado el césped y también removido la tierra. Todavía se escuchaba el eco de los moribundos. En las gradas vio a un niño, de ocho a diez años, flaco, rubio y con ojos como escarcha. Lucía sonrisa maligna y pistola de madera al cinto. «¿Buscas croatas?», preguntó burlón. Y sin esperar respuesta acentuó la mueca y afirmó con la guasa: «En este pueblo no encontrarás ninguno». Entonces el pintor de batallas alzó la cámara y le tiró la foto. Cada vez que Pérez-Reverte lo recuerda, le sabe la boca a sangre. Por eso escupe al suelo. Se trata de un gargajo de la memoria, el mismo esputo donde Francisco de Goya tiñó pinceles para embestir el lienzo de la guerra.

Y por seguir dándole saliva a la guadaña, cabe aquí terminar con lo ocurrido en una pequeña ciudad de El Salvador, en su mismo estadio, donde fue fusilado Victoriano Gómez, una especie de Robin Hood lugareño. Para que cundiera el ejemplo, las autoridades lo dieron por la televisión local. Victoriano Gómez cayó ejecutado a la tarde pero, desde primera hora de la mañana, las gradas del estadio se vieron atiborradas de gente. Era como si, de un momento a otro, fuese a dar comienzo un encuentro futbolero. El gobierno decidió vender cara la muerte de este hijo del pueblo que bien sabía que la propiedad es robo. Por lo mismo, se montó un espectáculo que sirviese como lección. El periodista Ryszard Kapuscinski dio cuenta del deplorable acontecimiento en su libro de reportajes titulado ‘La guerra del fútbol’.

Resulta atroz la imagen de un estadio habilitado para deshabilitar a las gentes, tanto como descubrir una sonrisa cruel en un muñeco de madera. Así que, para alejar voces de sangre, no conviene cortarle posibilidades al recuerdo por muy malo que éste venga. Nunca está de más recordar lo que ocurre en tiempos de guerra, cuando el fútbol deja de ser una fiesta y los estadios se convierten en edificios fúnebres con cadáveres amontonados por los corredores, a la espera de que un niño chico, armado con pistola, remueva la tierra. Pues eso.

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Vie Ago 29, 2014 11:18 am

Portrait of the artist as a samurai warrior
Steven Poole - The Guardian – 15/12/2007

‘The Painter of Battles’, by Arturo Pérez-Reverte, translated by Margaret Sayers Peden, 218pp, Weidenfeld & Nicolson, £12.99

Imagen

A man lives alone, in a crumbling tower by the sea. On its interior wall, he is painting a vast circular mural of war, melding histories and landscapes into a singular nightmare. One day a stranger arrives, and announces that he intends to kill the painter. Instead of punching the man, fleeing or informing the police, the painter takes the news phlegmatically, continuing to work on his mural while receiving the visitor each day for a series of long, philosophical conversations on the nature of art and war.

Such is the curious setup of this novel. There is no point complaining of implausibility, since if the painter had reacted otherwise, this particular story wouldn't exist, and it is this story we have in front of us. Other fictions are based on similar theatrical conceits: perhaps Sandor Marai's ‘Embers’, in which two men converse in a castle to reveal one's betrayal, long ago, by the other; or the sly entertainment of another two-hander, Gilbert Adair's ‘A Closed Book’. But here Pérez-Reverte -the author of some delicious novels constructed around enigmas in chess or painting, and the series of elegant swashbucklers starring Captain Alatriste- is composing in a more minor and less ludic key.

The painter, Faulques, used to be a war photographer, and his memories of those times form the meat of the novel (the publishers tell us that Pérez-Reverte drew on his own experience as a war correspondent). These scenes -in Beirut, Croatia, Chad, Kuwait- are drawn with a terrible precision, beautifully rendered, and yet within them Pérez-Reverte manages to argue also that the beauty is a problem. Paying intense attention to light and colour, allowing Faulques to recall the exact technical details of the f-stops and shutter-speeds he used, he simultaneously draws the reader's gaze over the photographer's shoulder to the killers and victims who appeared to him more as material than as human beings.

The novelist implicates himself, too, in the callousness he depicts in Faulques, using suffering to make art, even as he also indicates what Faulques has to leave out of his work: "What there was no way to photograph was the buzzing of flies - they won all the battles". The strategy can result in moments of powerful, seductive nihilism. On one job, Faulques photographs a group of prisoners who are tied up by a river and left to be eaten by crocodiles. Later, safe in a restaurant, he thinks of all humanity as "rational meat lying in the sun".

But the novel, it seems, does not quite trust the texture of its own painting, and writes explicatory notes to the exhibition. The framing story -that of the present-day conversations between Faulques and the stranger- spells out all the concerns about the ethics of representation that are already eddying, with productive stealth, through the muddy ochres, winter greys and scarlets of the war scenes. The visitor who proclaims his intention to murder the artist is a Croat, called Ivo Markovic, whom Faulques once photographed. The photograph, published internationally, made Markovic recognisable to his enemies, and his wife and daughter were murdered. Thus the issues of responsibility and guilt are rather overtly staged; and there is a lot of inconclusive talk about Faulques's own theories of symmetry and chaos as they apply to art and violence.

There is also a beautiful and tragic woman in Faulques's past. She is called Olvido, and her function in flashback is to laugh behind crystal wineglasses in restaurants and to stand naked on balconies at night. She goes to art galleries with Faulques, where they talk about the paintings; and then follows him to war zones. On the way she is made to say such things as: "I watch you; you're all the time taking mental photos, as focused as if you were practising some strange Bushido discipline, with a camera in place of a samurai sword." That is a rather lovely physical image, but in the end her character seems over-burdened with wisdom.

‘The Painter of Battles’ is a strange book, much of its material shoehorned cornily into its flashbacks, its central dialogue straining under the moral weight placed upon it; it's a messy clash between showing and telling. And yet in a way it also becomes the mural of which it tells, drawing a perfectly obsessive, claustrophobic panorama. Few novels display such intensely marshalled powers of extended visual evocation. "Faulques never used pure black," the prose explains laconically at one point. "That colour created holes, like a bullet or burst of shrapnel on the wall." Finally, perhaps redemptively, Pérez-Reverte pulls off an ending of such calm tact and art that the reader is left in contemplative silence, circling the images left in his head.

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Lun Sep 22, 2014 9:34 am

'El pintor de batallas', de Arturo Pérez-Reverte
JJ Holden - melibro.com - 21/09/2014

Una de las novelas más personales, difíciles y oscuras de Pérez-Reverte, si no la que más. El enfrentamiento dialéctico entre un retirado corresponsal de guerra reconvertido a pintor y un veterano de guerra croata dispuesto a matarlo es la base para un viaje por la crueldad y oscuridad del ser humano, un intento de descifrar las causas de la violencia inherentes a éste, y que le ha acompañado y le acompañará en mayor o menor medida siempre, por mucho que algunos bienpensantes o gente metida en movimientos "new age", y que de tan ciegos e ignorantes llegan a resultar patéticos y peligrosos, digan lo contrario.

La violencia, la guerra, es como el aire –contaminado– que respiramos o el amor del que somos capaces. Amor que cuando se siente por una bandera, una religión, una raza, por los beneficios económicos o de manera posesiva por otro ser humano, acaba volviéndose odio y miedo. Odio y miedo hacia el otro. Hacia el diferente, hacia el que no piensa igual. Odio y miedo que impulsan a la violencia o a otras expresiones de vileza como la marginación, la censura o el rechazo.

Sustentada en los memorables diálogos de los dos personajes y con el fantasma de una mujer revoloteando por toda la narración, 'El pintor de batallas', aún con una estructura un tanto descompensada, es una novela estupenda, y una de las más frías y demoledoras de Reverte. Nihilista al máximo, sin concesiones, pero también lúcida y catártica. Leída con serenidad, uno puede aprender muchísimo de ella, que ya es más de lo que se puede decir de buena parte de los libros que como este han triunfado en las listas de ventas.

No es recomendable y probablemente no la entenderán -reacciones de rechazo así ya las ha tenido- todos los apóstoles del buen rollito y los que niegan la complejísima condición humana. Esa oscuridad e instintos primigenios violentos que la mayoría llevamos dentro y aunque no vayamos a vivir una guerra en nuestra vida –afortunadamente, si bien eso nunca se sabe; en eso somos casi una excepción en la historia– muchos expresan esas y otras emociones negativas en la vida cotidiana, en las millones de pequeñas guerras cotidianas que forman nuestra sociedad capitalista y que hacen, como buenos depredadores, que nos pisemos unos a los otros o nos estrangulemos moralmente para campar a nuestro antojo. Y de eso va también el libro. No solamente de la guerra entendida literalmente, sino de la ruindad de la envidia, la falta de empatía o compasión, la crueldad que nosotros, inconscientes agentes de destrucción y caos, llevamos dentro, y que sacamos en moderadas dosis -salvo excepciones- y las desatamos en las circunstancias más propicias para ello.

Hemos pasado de matarnos a pedradas y a golpes a tener el planeta repleto de arsenales nucleares y todo tipo de sofisticadas armas, mientras en el colmo de nuestra inteligente “evolución” ya podemos ver las guerras por televisión, a la hora de la comida, aunque lo más probable es que, en ese momento, unos estén pensando en qué putadas gastarles a sus subordinados –eso cuando no se les tira a la calle, como es norma común en estos tiempos– y otros al revés, o a los “compañeros” de trabajo.

La larga trayectoria de Pérez-Reverte como corresponsal de guerra le sirve para hacer un recorrido por muchas de las guerras de las últimas décadas –el ser humano entró en el siglo XXI como siempre: expoliando y matando– y llena la novela de muchas historias cruentas, algunas de las cuales parece que ha vivido directamente y que le hacen tener un nexo común con la más autobiográfica y documental, pero igual de seca y contundente, 'Territorio comanche'.

La extrema crueldad y oscuridad de 'El pintor de batallas' ha hecho que al menos de momento permanezca ajena a la fiebre por llevar al cine todo lo que lleve el sello impreso el nombre del autor, y no es casualidad que el sexto Alatriste, publicado después del estreno de la película, 'Corsarios de Levante', fuese el más salvaje de todos. Sin embargo ver 'El pintor de batallas' como una obra desesperada sería un error. Su intención principal es analizar, diseccionar, observar, esa perpetua violencia. Ver las líneas maestras del juego en el que está metida la humanidad. El orden dentro del caos original para, al menos, aceptar, asumir toda esa crueldad, aprender de ella para que junto a los rasgos positivos que tenemos -el arte, el amor, aunque sea efímero o se corrompa- nos sirva de analgésico, de lúcido modo de sobrevivir, tanto a nuestra miserable condición como al mundo hostil en el que vivimos. Y eso ya es mucho.

En ese sentido este libro es mucho más educativo que muchos de los que tienen ese calificativo y pese a que apenas deje resquicio para la esperanza, está claro que cerrar los ojos y taparnos los oídos, adoptar la táctica del avestruz ante la violencia que nosotros, posibles monstruos, humanos llevamos en los genes más recónditos desde los tiempos más ancestrales, es algo muy negativo y que paradojicamente, lo único que hace es perpetuarla e incluso acentuarla.

--

De esta reseña, @perezreverte dijo en Twitter:

-Un lector lúcido. Creo. Gracias por leer así.

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Ada
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Mensaje por Ada » Mié Nov 26, 2014 10:05 am

Entrevista en una web italiana:

http://www.sitocomunista.it/rossoegiall ... verte.html

Il soldato e la morte
Marco R Capelli - progettobabele.it - 17/09/2007

Pronunciate il nome di Pérez-Reverte in Spagna, o in qualsiasi paese dell’America Latina, ed otterrete immediatamente, in risposta, uno sguardo affermativo. Non sarebbe esagerato definirlo il più importante (oltre che il più famoso) romanziere spagnolo vivente. Considerando poi che proprio la Spagna ha dato i natali al romanzo moderno (ed, ovviamente, mi riferisco al 'Don Quijote'), non è cosa da poco. È forse anche per questo, ma non solo per questo, che confesso senza esitazioni di aver provato una certa emozione quando, nella confortevole e lussuosa reception dell’Hotel Colonna, nel cuore della Roma papalina, ho avuto l’occasione di stringergli la mano. Tra l’altro, amici spagnoli mi avevano messo in guardia nei confronti di una certa, supposta... “spigolosità” del suo carattere. Devo invece dire di essermi trovato di fronte un professionista estremamente cortese senza, tuttavia, essere per questo freddo o distaccato. Un uomo abituato a mettersi in discussione ed difendere le proprie opinioni, indubbiamente. E si tratta di opinioni molto forti, frutto di profonde riflessioni e dell’esperienza di una vita. Un grande costruttore di storie, costantemente consapevole della transitorietà dell’esistenza e determinato a lasciare traccia del suo passaggio. Perchè alla fine, lo sappiamo, vincerà lei: la morte, ma Reverte non mi sembra deciso a darle partita vinta o a facilitarle il compito. Una visione della vita da vecchio soldato che, in buona misura, mi sento di condividere e questo, forse, spiega perchè l’intervista si sia, lentamente, trasformata in una conversazione non strettamente letteraria. Anche senza divisa -cantava Fiorella Mannoia- il ragazzo è pur sempre un soldato...

-La verità è che essendo, come sono, un suo ammiratore, avrei moltissime domande da rivolgerle, ma, visto che sono un dilettante che tenta di apparire quanto più professionale possibile, credo dovremmo iniziare parlando del suo nuovo libro, 'Il pittore di battaglie'. Fin dalle prime pagine ci si rende conto di come sia un romanzo molto diverso dai precedenti, sia come stile che come struttura. È stata una decisione cosciente quella di lavorare ad un libro tanto diverso dai diciotto che lo hanno preceduto oppure, piuttosto, una sorta di necessità?
-I libri sono come le donne: scelgono loro, e questo libro è arrivato nel momento giusto, psicologicamente e cronologicamente, perchè ogni libro corrisponde ad un momento della vita.
Questo libro doveva essere scritto per ragioni personali. Non mi sono detto "voglio scrivere un libro che sia diverso, più complesso, più profondo". No, questo è un libro che si è sviluppato nel corso di tutta una vita, ed era giunto il momento di scriverlo. Se un libro lo si scrive prima del tempo, può essere un libro sprecato e se si aspetta troppo, può capitare di non riuscire a scriverlo, così, questo era il momento giusto per farlo. Avevo bisogno di mettere ordine nella mia memoria, di regolare un conto con me stesso, avevo dentro dolori che desideravo eliminare o attenuare, e questo libro ha avuto su di me un effetto analgesico per molte ragioni. È un libro speciale, singolare, dovevo scriverlo, l’ho scritto e sono felice di averlo fatto.

-Si percepisce chiaramente, leggendo queste pagine, che c’è molto di personale (senza per questo che ci sia qualcosa di autobiografico). La verità è che ci sono cose che non si possono nè raccontare nè comprendere davvero, se non le si è vissute. Per questo motivo mi chiedo se questo libro non sia, in certa misura, difficile da capire per il lettore italiano, per il quale la guerra (per fortuna) è generalmente qualcosa di lontano, o almeno così ci piace pensare...
-Credo che, in realtà, ci sia un errore di fondo: è vero, crediamo che la guerra sia qualcosa di lontano, però, in realtà, io non parlo della guerra, io parlo dell’orrore, dell’orrore della guerra, e l’orrore è lo stesso in una camera da letto, nel pronto socorso di un ospedale, in un carcere, in qualsiasi luogo in cui la durezza della vita si manifesti con più chiarezza. Anche se è vero che la guerra è il simbolo più evidente di questa durezza, io non parlo della guerra, io parlo della condizione umana, del dolore, dell’orrore della morte, della solitudine e queste sono cose che riguardano tutti quanti. Anche se la gente pensa che... ascolta, facciamo l’esempio delle torri gemelle, quando vidi l’aereo che si schiantava contro le torri (in quel momento mi trovavo a Buenos Aires, in Argentina) la gente attorno a me diceva "che orrore, che spavento, è incredibile", e io dicevo "incredibile? Perchè deve essere incredibile? Questa storia l’aveva già raccontata Omero, parlando della guerra di Troia". L’occidente ha alle spalle novemila anni di storia documentata e tutto questo è già accaduto infinite volte. La verità è che non abbiamo imparato nulla... è tutto lì, è sempre stato tutto lì. Io ho trascorso ventuno anni di vita raccontando che stava lì, tutt’attorno a noi. Ma la gente ha continuato a pensare che queste erano cose che solo capitavano altrove, che non avevano niente a che vedere con noi. Ed ecco che, all’improvviso, ci si rende conto che non è vero. Questa è la stupidità dell’essere umano moderno occidentale che non impara mai, che costruisce hotel su spiagge dove ci sono sempre stati tsunami, che sale sul 'Titanic' pensando che non possa affondare, che costruisce le torri di cui abbiamo detto. Torri che per arrivare in cima ci vogliono cinque ore, però possono resistere al fuoco solo per tre ore... E la guerra ci ricorda esattamente questo: abbiamo dimenticato, o meglio abbiamo cercato di dimenticare, che siamo mortali.

-Ci piacerebbe dimenticarlo, perchè non è un pensiero piacevole.
-Precisamente. Ci piacerebbe dimenticare di essere mortali, di essere vulnerabili.

-Questo libro sarà un colpo allo stomaco per tutti quelli che, quando l’orrore della vita cerca di afferrarli attraverso l’occhio azzurro della televisione, cambiano canale come se questo bastasse a cancellarlo, a renderlo ireale.
-Però non è un libro che ho scritto per risvegliare coscienze. No, questo libro è un atto personale, egoista. Ho scritto questo libro come consolazione personale, per convincermi che non vale la pena di provare compassione. Perché la compassione pone un problema fondamentale: quando uno vede l’orrore, il dolore della gente, vede un terremoto, uno tsunami, chiaro che ti fa male al cuore, chiaro che dici “povera umanità”, però se uno ci riflette, e scrivere è un modo di riflettere, si accorge che nessuno è innocente, in realtà, che l’umanità non è innocente, sta pagando il prezzo della propria stupidità, della propria incapacità di apprendere. Un tempo sì, un tempo non c’era informazione, l’uomo medievale, l’uomo del secolo XVIII, il napoletano degli anni venti o trenta erano innocenti, perché non sapevano… però oggi tutto il mondo “sa”, c’è la televisione, la radio, internet. C’è molta informazione, tutti sappiamo. Il problema, adesso, è che non vogliamo sapere. Perché la conoscenza implica responsabilità. E questo, di non voler sapere, ci ha reso peggiori, e colpevoli.

-Concetto interessante… un’umanità ormai resa maggiorenne dall’arrivo dell’età dell’informazione che però si rifiuta di assumere le responsabilità che a questa maggiore età sono collegate. Il chè anticipa la mia prossima domanda. In tutti i suoi libri, o quasi, si nota un forte interesse per il passato. Quasi una forma di nostalgia, o di amore nostalgico. Però il passato non era migliore del presente, anche se possedeva questa forma di innocenza che, possiamo dire, giustificava quelle che erano le azioni degli uomini.
-Non intendo dire che il passato fosse “migliore”, era senz’altro peggiore. Sì, il passato era peggiore. Però l’uomo era più innocente. Mi intenerisce l’uomo medievale aggredito dalla peste, però non mi intenerisce l’uomo moderno che vive l’11S. Ho visitato gli Stati Uniti e mi sono reso conto che non hanno imparato nulla. Si comportano come prima dell’11S. Continuano a chiedersi: perché non ci amano? Perché ci odiano?

-Questo è molto americano…
-Ma noi (europei) non siamo affatto migliori. È questo che rende l’uomo moderno peggiore dei suoi antenati: la perdita dell’innocenza. E la sua colpa è proprio il fatto di accettare tutto quanto come se fosse normale, inevitabile.

-E per lei, scrivere questo romanzo, è stato un modo per dimenticare le cose che ha vissuto o, al contrario, di accettarle?
-Non è cambiato nulla. Però, sì, vedo le cose più chiaramente. La verità è che io sto morento. Come te, come tutti.

-Chiaro, tutti moriamo a poco a poco, giorno per giorno.
-Ho visto morire molta gente nel mio lavoro. Li ho visti morire piangendo o senza piangere, gridando o in silenzio, con le budella fuori o con le budella dentro… li ho visti morire in molti modi. Ed ho imparato una cosa: che è necessario morire con serenità, con lucida serenità.

-Sempre, sfortunatamente, ci tocca di accettare quel che non possiamo cambiare.
-Precisamente. E questo romanzo mi aiuta a prepararmi a morire.

-Parliamo del romanzo, allora, in chi si identifica di più Pérez-Reverte: Faulques o Markovic?
-Credo che siano due diversi aspetti della mia personalità. Avrei potuto costruire questo romanzo in forma differente. Avrebbe potuto essere un romanzo onirico, in cui il protagonista si sdoppia nella notte e si vede riflesso in uno specchio. Però, alla fine, ho preferito la forma classica, la stessa forma del dialogo socratico. Faulques e Markovic sono due aspetti complementari dell’animo umano.

-La parte contemplativa e la parte attiva?
-Chiaro. Due elementi complementari, come dicevo. È una struttura narrativa che serve per raccontare la storia. Non c’è molta differenza, anche perché nel finale le due parti convergono.

-E Olvido?
-Olvido è l’unica salvezza possibile. La cultura e l’amore. Sono gli unici elementi che ci salvano. Cultura e amore.

-Però Olvido è anche un simbolo: Olvido come "olvidar" (dimenticare).
-Certo. Tutto è un simbolo, nel romanzo come nella vita.

-E quando, alla fine, muore la capacità di dimenticare, non rimane nulla. Non c’è più nessuna consolazione.
-Esattamente. Però Olvido, soprattutto, è la cultura. La cultura che ci permette di continuare a vivere normalmente, a vivere sorridendo senza perdere la lucida consapevolezza che la morte ci sta aspettando. E poi c’è, ovviamente, l’amore. E per amore intendo solidarietà, carità, amicizia, compassione, tutti i sentimenti più nobili dell’uomo. Però la cultura è la spiegazione. Se domattina i barbari entrassero nella città di Roma, l’uomo che ha cultura capirebbe che è una legge storica, che è successo prima, molte volte, che succederà di nuovo. Che è un ciclo che deve compiersi. Chi non ha cultura grida “I barbari, i barbari, che orrore. Che sfortuna!”. L’uomo colto sa che succede ogni dieci secoli, ogni venti secoli. È soltanto la storia dell’umanità destinata a ripetersi. E la cultura è l’unica forma di consolazione.

-Una consolazione molto terrena. C’è un punto, nel romanzo, in cui Faulques dice: “Lasciamo Dio fuori da tutto questo”.
-Si, Dio non ha niente a che vedere con queste cose. Lascio Dio a quelli che ne hanno bisogno. Ma che sia chiaro: non ho niente contro Dio o contro quelli che credono in Dio. Però il tema del romanzo non ha niente a che vedere con la religione. Dio è per coloro che ne hanno bisogno. Io ho la cultura, i miei ricordi, il Mediterraneo, se ho anche una mia Olvido… non ho bisogno di Dio (sorride).

-C’è un’altra considerazione molto interessante nel libro: "vivimos en un mundo que tiene leyes pero nunca podremos saber cuáles son" (Viviamo in un mondo che ha le sue leggi, ma non ci è dato sapere quali siano). Come a dire, in fondo, che non ha senso chiedersi “Perché a me?”, visto che ci si potrebbe chiedere, con la medesima valenza logica, “Perché non a me?”. E la prima domanda non ha più valore della seconda.
-Esatto. Questo romanzo l’ho scritto come consolazione. Ho visto molte cose che non avrei voluto vedere, e queste cose che ho visto mi hanno lasciato impronte dure da cancellare. Adesso che tutto questo è stato esposto, ordinatamente, sotto forma di libro, anche le impronte che porto dentro sono diventate più sopportabili.

-È per questo che ha abbandonato la professione di inviato di guerra? Perché non ne poteva più di battaglie, morte, tragedie?
-“Non poterne più“ è una espressione troppo drammatica. Diciamo che ero stanco, per l’inutilità di quel che facevo, e per il senso di impotenza. Quando avevo venti anni e facevo l’inviato, tutto era perfetto: belle ragazze, paesi esotici, avventure. A trenta, quarant’anni sei un professionista, hai soldi, un buon lavoro, prestigio. Però, a cinquantasei anni, che senso ha? Perché dovrei continuare a raccontare di guerre di cui non importa niente a nessuno? Il senso di impotenza è la sensazione più difficile da sopportare. Come quando parlavo della Guerra del Golfo o della Bosnia.

-La Guerra di Bosnia, già. È incredibile come la gente abbia potuto restare così indifferente. La Bosnia è qui a lato. Cento chilometri di un mare che è praticamente un lago. Quasi si poteva sentire il rumore degli aerei e delle bombe. Quanti anni sono passati? Dieci? Dodici? Nessuno parla della Bosnia. Nessuno si ricorda di Sarajevo. È come se cercassimo di dimenticare per non ricordarci del male che abbiamo dentro. E questa guerra, qui, alle porte di casa, ha dimostrato che il male non si è estinto con la caduta di Hitler o con la fine del nazismo. Che il male non è sempre qualcosa di lontano, che riguarda gli altri. Il male è nel cuore degli uomini. Tutti. Incluso il nostro vicino di casa. Inclusi noi stessi.
-La verità è che l’essere umano è molto pericoloso, è un bastardo molto pericoloso. Basta metterlo nelle condizioni adatte e può tirar fuori tutto il male che ha dentro. Se domattina chiudessimo questo hotel (N.d.: Hotel Colonna, Roma…), isolassimo gli ospiti dal mondo esterno, lasciandoli senz’acqua, senza luce, senza cibo, senza nulla, allora tutti quelli che stanno qui dentro si comporterebbero come animali molto pericolosi. Perché è questo che siamo: animali molto pericolosi.

-Quindi, quello che è successo in Bosnia, quello che è successo fra Hutu e Tutsi in Ruanda (quasi un milione di morti, per lo più fatti a pezzi all’arma bianca) non sono cose lontane, aberrazioni della natura umana, si tratta di qualcosa che dorme nel cuore di tutti gli uomini, attendendo le giuste condizioni per mostrarsi.
-È la natura umana. L’essere umano moderno lo nega. “No, no, no”, dice. Non lo vuole ammettere.

-Stiamo divagando, lo so. Ma è molto difficile parlare di questo libro limitandosi a parlare di letteratura.
-Questo libro non è solo letteratura.

-No, non lo è infatti. Ed è una buona cosa. Perché questo libro è qualcosa di più di un semplice romanzo. È un’occasione per riflettere. Anche in questo senso, si tratta di un libro differente dagli altri suoi romanzi. Com’è stata la reazione del suo pubblico abituale, abituato a romanzi più avventurosi e più “classici” nella forma e nei contenuti?
-Da questo punto di vista ho un vantaggio. Ci sono alcuni scrittori, ed io sono fra questi, che possono contare su un pubblico di lettori fedeli. Certo, alcuni romanzi piacciono di più, altri di meno, però il pubblico li compra comunque. Alcuni dei miei lettori sono rimasti molto sorpresi leggendo questo libro, ad altri è piaciuto più dei precedenti. Ho attirato nuovi lettori e, forse, ho perso qualcuno di quelli vecchi. Però, da un punto di vista editoriale, ha funzionato allo stesso modo dei titoli precedenti. E questa non è cosa da poco, trattandosi di un lavoro molto più complesso.

-Si, è vero. Si tratta di un libro molto più complesso… e forse non lo consiglierei ad un lettore che non avesse mai letto nulla di Arturo Pérez-Reverte.
-No, non è il libro giusto per incominciare.

-Ci sono però punti di contatto con gli altri suoi libri. Per esempio con il ciclo di Alatriste.
-Chiaro, la "mirada" -lo sguardo, come dite voi italiani- dei miei personaggi è lo stesso.

-Alatriste potrebbe essere visto come la fusione di Faulques e Markovic... Anche lui è un veterano, ed ha elementi in comune con tutti e due i personaggi del 'Pintor de batallas'.
Ne 'El pintor de batallas' ci sono molte chiavi per comprendere gli altri miei libri. Per capire perché i miei personaggi sono come sono.

-Anche Olvido... premetto che sono assolutamente affascinato dai suoi personaggi femminili. Perché hanno… beh, sono difficili da spiegare, esattamente come le donne vere!
-Bueno… è esattamente così che vorrei che fossero! (sorride)

-Sono donne affascinanti, misteriose, passionali e… pericolose. Ed ovviamente quasi incomprensibili per gli uomini che stanno loro intorno. In Olvido vedo un riflesso di Nikon (da 'El club Dumas' –n.d.) e molti elementi in comune anche con Tanger Soto (da 'La carta esférica' -n.d.), che per me è una delle meglio riuscite tra le sue “donne di carta”. La migliore, ed anche la peggiore, se vogliamo, perché è davvero … cattiva!
-La più cattiva di tutte (ride). Hai letto 'La Reina del Sur'?

-No, non ancora.
-Bene, ne 'La Reina del Sur' c’è una narcotrafficante che, a quanto pare, è piaciuta tanto ai lettori che in Messico stanno scrivendo canzoni su di lei. Canzoni dedicate al personaggio di un romanzo! Ma è davvero un personaggio ben riuscito, ed anche un po’ diverso dalle altre.

-In America Meridionale, oltre che in Spagna (e non solo!) i suoi libri sono molto popolari. Fatico invece a capire come mai, nonostante tutto, in Italia non siano ancora conosciuti come meriterebbero. Le nostre librerie sono stracolme di spazzatura nordamericana, con tutto il rispetto per gli autori, che ci viene presentata come se fosse letteratura immortale, mentre, invece, avremmo molti più punti di contatto con la cultura spagnola.
-Direi che in Italia ci sia la tendenza a non fidarsi di tutto quello che ha un nome latino. Siete più abituati a riferirvi alla cultura anglosassone.

-Molto vero, d’altra parte capita la stessa cosa con gli autori italiani, spesso più famosi all’estero che qui da noi (uno per tutti, il caso di Valerio Evangelisti che in Francia è un autore “cult”). È qualcosa su cui dovremmo lavorare, tutti noi che ci occupiamo di libri... Però, con le mie chiacchiere, sto davvero abusando della sua pazienza (e dagli sguardi che vedo attorno direi anche di aver sforato il tempo previsto!). La verità è che è stato anche troppo cortese…
-Certo che no. È stato un piacere.

-Diciamo allora che proseguiremo questa interessante conversazione quando tornerà in Italia per presentare il suo prossimo romanzo?
-Certamente. Alla prossima volta, quindi. Adios!
Consuela saber que nadie a quien amas se quema en lo que arde. http://adacaramelada.blogspot.com.es

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Lun Mar 02, 2015 6:16 pm

"La guerra è uno sbadiglio dell'universo"
Entrevista con Guido de Franceschi - ilgiornale.it - 21/09/2007

Ventuno anni da inviato di guerra per la stampa e per la Tv spagnola. Dal conflitto cipriota fino alle pulizie etniche nella ex Jugoslavia. Passando per un campionario completo di massacri africani o sudamericani. Poi Arturo Pérez-Reverte ha detto basta. E la narrativa, da gioco parallelo, si è trasformata in attività centrale ed esclusiva. Quasi venti romanzi, alcuni dei quali tradotti in pellicole cinematografiche. Tirature da capogiro in Spagna e successo planetario. Provvisto dell’'«etichetta» di nuovo Dumas e versato soprattutto nei romanzi storici, da ultimo Pérez-Reverte ha scritto un libro un po’ diverso, 'Il pittore di battaglie', ora in uscita per il suo editore italiano, Marco Tropea (pagg. 284, euro 15).

Parlando con 'Il Giornale', lo scrittore spagnolo ammette che in ogni suo romanzo c’è una dose di sé, ma forse «nel 'Pittore di battaglie' la dose è maggiore». Il suo ultimo romanzo riallaccia temi personali sempre presenti nella sua opera, d’altronde «non si mette in un libro ciò che non si ha. Abbiamo uno zaino in spalla di libri letti e mondo vissuto. E quando lo si rovescia escono romanzi che, pur differenti nelle forme, appartengono a un territorio compatto personale».

Il motivo del maggior autobiografismo del 'Pittore di battaglie' è presto spiegato. Vi si racconta la storia di Faulques, ex gigante tra i fotoreporter di guerra ritiratosi in un’'antica torre di avvistamento in riva al Mediterraneo per dipingerne l’interno circolare. Un mural di venticinque metri di circonferenza che vuole ritrarre la guerra, tutte le guerre. Corruschi elmi di eroi omerici, cavalieri medievali, Ak-47, stupri, impiccagioni, duelli all’arma bianca mescolati in un continuum indistinto. Finché sulla soglia della torre si affaccia il croato Markovic. Protagonista di un celebre scatto di Faulques, Markovic ha ottenuto celebrità come eroe della sua fazione. Ma in virtù di questa fama i nemici gli hanno violentato la moglie per poi trucidarla con il figlioletto. Ora cerca un dialogo con il fotografo che ha «condannato» la sua famiglia. E cerca vendetta.

Lo sguardo dell’'autore è disincantato e osserva la guerra come normalità connaturata all’'uomo e al suo destino. Quasi una tragedia classica. Un riferimento all’'antichità dichiarato da Pérez-Reverte, che rifiuta l’'idea di aver scritto un libro disperato. «Chiunque conosca le radici culturali del mio romanzo capisce che è anche consolatorio. Io non sono Faulques, ma quando dovrò morire mi piacerebbe farlo con la serenità da antico romano che ne pervade la figura. Mio nonno mi diceva che i libri insegnano a pensare come un greco, lottare come un troiano e morire come un romano». E poi c’è il Mare Nostrum, vera casa di Pérez-Reverte: «Io sono un mediterraneo. E la disperazione di un mediterraneo non è quella di un “barbaro” tedesco o inglese. La nostra disperazione è anche consolazione. È impossibile disperarsi con novemila anni di cultura. A volte mi domando come i “barbari” del nord possano sopportare la disperazione. Non per nulla il pittore sta sul Mediterraneo che è una consolazione meravigliosa, perché permette di accettare il dolore e la morte. Un freddo mare del nord no».

Nel libro Faulques spiega che il suo intento è dipingere la foto che non è mai riuscito a scattare. Dunque l’'ex giornalista Pérez-Reverte ha pensato questo romanzo per scrivere l’articolo che non gli è mai riuscito? Lui sorride al sillogismo. Poi lo corregge: «No, ho scritto l’'articolo che nessuno aveva capito. Io lo avevo già scritto. Ero la star della Tv di guerra spagnola. E un giorno ho compreso che nessuno capiva niente». Una sensazione confermata in occasione dell’'11 settembre 2001 e dello stupore generale davanti all'’attacco alle Torri Gemelle. «Tutti dicevano: “Oddio, ma è impossibile!” Ma è proprio questa parola, “impossibile”, la prova evidente che l’umanità è stupida. Da Troia alle Torri l’umanità non ha capito niente. E mi domando fino a che punto bisogna avere compassione per gli stupidi che con novemila anni di informazione alle spalle dicono: “È impossibile”».

Pérez-Reverte si è avvicinato alle sue convinzioni fin da piccino: «Non eravamo bambini politically correct e io una volta ho fatto cadere un fiammifero in un formicaio e ho osservato le reazioni: nessuna solidarietà tra le formiche. La casualità e le regole del caos fanno sì che cada un fiammifero nel formicaio. Le formiche dicono: “È impossibile!” E poi ognuno per sé. L'’uomo è una formica che si dà troppa importanza. La teoria occidentale della vita sacra, del progresso dell’'uomo: questo è darsi troppa importanza. E ci si dimentica della nostra vulnerabilità e degli sbadigli dell’'Universo». Sbadigli che significano morte. La guerra non è un’'eccezione e 'Il pittore di battaglie' vuol essere un libro sulla vita e non sulla guerra, per quanto questa sia in primissimo piano.

Spagna, guerra, dipinto: tre parole che fanno subito pensare al 'Guernica' di Picasso. Ma Pérez-Reverte non la pensa così. «Picasso è immenso, ma se parliamo di pittori di battaglie no. Lui non ha mai vissuto la guerra. Glie l’'hanno raccontata. E la sua guerra è demagogica. C’è più guerra in un angolo di tela di Goya o di Brueghel o nello sguardo di un cavaliere di Paolo Uccello che in tutto il 'Guernica'. Ma la società di oggi preferisce un simbolo, un'’icona mediatica, alla realtà».

Sguardo lucido e nero, quello di Pérez-Reverte, addolcito però da romana serenità e mediterranea consolazione. E un piglio narrativo che vola alto, scorrazzando nelle campagne della filosofia. Il suo non è un romanzo-guru con moraletta e fabula docet. È un libro di dubbi, non di risposte. Non ci sono le istruzioni per l’uso o lo schierarsi pro o contro la guerra. «Se io, con 21 anni di esperienza bellica, 55 anni di età, la barba sale e pepe e ventimila volumi nella mia biblioteca, scrivessi un libro etico, moraleggiante o di denuncia della guerra sarei un perfetto figlio di puttana, falso, demagogico, opportunista. Oppure un imbecille».

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La torre dei conflitti
Bruno Arpaia - Il Sole 24 Ore - 23/09/2007

Probabilmente, anche i tantissimi lettori italiani di Arturo Pérez-Reverte si sentiranno un po' spiazzati, non ritrovando nel suo ultimo romanzo, 'Il pittore di battaglie', le avventure rocambolesche, la forte caratterizzazione stocrica, il frenetico susseguirsi degli eventi degli altri suoi libri. Eppure, a ben guardare, in questa storia fondamentalmente statica, che quasi rispetta l'unità di luogo aristotelica, quei lettori potranno rintracciare molte chiavi in grado di illuminare l'opera anteriore e l'intero, densissimo, universo dello scrittore spagnolo. ma dovranno forse affrontare anche una seconda lettura per penetrare a fondo il suo romanzo più ambizioso, più lucido, più duro, più sconsolato e toccante. Anche se parla di guerra, 'Il pittore di battaglie' non è un romanzo di guerra: la usa, la racconta, ma solo perché essa non è "che la vita spinta ai suoi estremi drammatici... niente che la pace non contenga in dosi minori". I conflitti, per Pérez-Reverte, sono insomma come una cartina al tornasole della crudeltà e dell'orrore di cui sono capaci gli esseri umani. Tutti. Sono il segno più evidente de un universo e di una natura indifferenti, nei quali apparentemente regna il caos, la mancanza di senso. È per queste ragioni che Faulques, il protagonista del romanzo, un famoso fotoreporter si rifugia in una cadente torre di guardia in riva al Mediterraneo. Le foto, ormai, non servono più a raccontare il mondo, assorbite come sono dalla realtà virtuale dei media. Perciò Faulques, che da giovane si dilettava a dipingere, torna all'antico, alla pittura, a maestri come Paolo Uccello, Goya, Aniello Falcone, Carducho. Vuole, attraverso dell'arte, comprendere le simmetrie dell'orrore, tanto evidenti da rimanere segrete per la maggior parte degli uomini.

A parte il paesaggio mediterranao e quello della battaglia che Faulques sta dipingendo (e che Pérez-Reverte ci descrive con una precisione e un'affilatezza sensa pari), quasi non ci sono che tre personaggi nel romanzo. Ciascuno di loro gira attorno a uno dei tre assi di simmetria della narraziones: l'arte, la scienza, la guerra. Che poi finiscono per mescolarsi e sovrapporsi, perché il mondo non è semplice, non è in bianco e nero. Perchè, di fronte all'orrore, si può fare spallucce, si può negare ciò che accade, oppure su può imparare a vivere accettando le crudeli e inavitabili regole del gioco, capendo l'ordine segreto che le regge: come fanno la scienza, l'arte, la cultura, che non salvano né redimono, ma possono aiutare a vivere, a sopportare l'orrore, trasformandolo in qualcosa di vagamente comprensibile.

Per questo Faulques parla di simmetria, di teoria delle catastrofi e mi meccanica quantistica, per questo cerca di penetrare le linee, le prospettive e le diagonali di Paolo Uccello o di Goya, per questo "viaggia" negli sfondi dei quadri di Dürer o di Bosch. Per questo, tornando a Omero, a Cervantes, a Shakespeare, ai maestri della pittura, cerca de ricuperare un senso del tragico che ormai 'lumanità ha drammaticamente smarrito. Como dice uno dei suoi personaggi, "il mondo ha smesso di pensare alla morte. Credere che non moriremo ci rende deboli, e peggiori". Inutile, dunque, farsi illusioni: abitiamo in un mondo ostile. La felicità, la mancanza di dolore sono "anormali". Viviamo, tutti, i minuti prima dell'esecuzione. Si tratta de scegliere como passarli, di correre con libertà in quei pochi minuti prima della fucilata: e allora, come Pérez-Reverte ha detto in un'intervista, "quei pochi metri avranno un senso meraviglioso, e questo è tutto".

'Il pittore di battaglie' è, insomma, un implacabile "memento mori" impregnato di etica da samurai, da antichi codici d'onore, raccontato attraverso una scrittura che, nelle perole dello stesso Pérez-Reverte, vuole essere "fredda, como il passagio di un bisturi su un tavolo di marmo". Quando, dopo la sorprendente scena finale, il lettore chiude il libro, si ritrova diverso, con il cuore gonfio, ma forse più pronto a vivere con intensità i suoi pochi minuti, ad attraversare con dignità l'indifferenza dell'Universo che lo circonda.

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koora_linax
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Mensaje por koora_linax » Sab Jul 11, 2015 7:52 pm

En su vigésimo aniversario no podemos olvidar unas de las barbaries cometidas en territorio europeo. A lo largo de la historia de la humanidad ha habido diferentes terribles momentos, momentos que todos deseamos que jamás hubieran pasado en primer lugar: ambas guerras mundiales, la Inquisición Española, el Apartheid... Desgraciadamente, no podemos hacer nada corregir todos esos errores, pero si podemos asegurarnos de no olvidarnos jamás de ellos para que no se repitan jamás. La masacre de Srebrenica, durante la Guerra de Bosnia acaecida entre 1992 y 1995, se analizan los antecendentes de esta terrible matanza así como sus consecuencias dos décadas después en este enlace:

http://hipertextual.com/2015/07/causas- ... srebrenica
"Al final lo que está en juego es como vivir con el desorden". Arturo P-R

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Ada
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Mensaje por Ada » Mar Jul 28, 2015 5:27 pm

«Disfruto mucho siendo un Pepito Grillo»

28 julio 2015

Si se lo encuentran, ni se les ocurra darle la enhorabuena por su jubilación; de hacerlo, corren serio peligro de que les pegue un tiro. Es Juan Ángel Serrano Masegoso, exdirector de la Escuela Superior de Arte Dramático (ESAD) de Murcia. Productor teatral, 'tocahuevos' rendido al genio de Calderón.

DOCE TRAGOS
1 -¿Un sitio para tomar una cerveza? -En el River Café. Nueva York.

2 -¿Qué música le suena en el teléfono móvil? -Ninguna.

3 -Un libro para el verano. -'El pintor de batallas', de Arturo Pérez-Reverte.

4 -¿Qué consejo daría? -Jamás volveré a darlos

5 -¿Facebook o Twitter? -Facebook.

6 -¿Le gustaría ser invisible? -Por probar.

7 -¿Un héroe o heroína de ficción? -Don Quijote de la Mancha no está nada mal.

8 -Un epitafio. -[Se niega a pensar la respuesta.]

9 -¿Qué le gustaría ser de mayor? -¡Actor!

10 -¿Tiene enemigos? -Supongo que no, qué tontería.

11 -¿Lo que más detesta? -La deslealtad.

12 -¿Lo peor del verano? -El calor.

-¿Qué?

-No me pida un consejo, dejé de darlos porque me harté de quedar siempre como el culo cuando los daba; no me hacía caso ni Dios.

«¿Qué si hay un Más Alla? ¡Seguro, joder, a mí me quedan aquí tres ratos!»
-¿Quién es usted?

-Yo soy el tonto de la familia, el único que se ha dedicado a algo improductivo: la educación y el teatro.

-¿Ninguno de sus tres hijos tiene nada que ver con el teatro?

-¡Nada, nada! De pequeñitos hicieron algunos papelitos en películas de los hermanos Ozores, pero no les gustó en absoluto. Más tarde, Jorge quiso estudiar Cinematografía cuando acabó el instituto. Yo tenía en casa dos o tres cámaras, y jamás se le había ocurrido coger una. Le dije: «Tú no quieres hacer cine, tú lo que quieres es ir a Hollywood directamente a recoger el Oscar. Así es que vamos a hacer una cosa, te matriculas en primero de la carrera que elijas y después haces cine». Y nunca más se supo.

-¿Qué logró?

-Tener una hija. África se lleva once años de diferencia con Jorge, el segundo de mis hijos. Quería tener una hija, estaba seguro de que a la tercera sería una niña y se lo dije a mi mujer: «Vamos a por la niña, ¡he tenido una revelación!».

-¿Qué le ha pasado?

-Que he experimentado lo terrible que es que te jubilen. Te obligan a que trabajes hasta que ellos quieran, y luego te jubilan porque se les ha puesto en... el alma. Los parlamentarios pueden serlo a los 83 años, pero tú tienes, como si fueses un yogur, fecha de caducidad a los 65 años. Me ha jodido enormemente que alguien decida que yo soy ya inútil para producir.

-¿Cómo se encuentra física y mentalmente?

-A ver: primero recordemos que los romanos, sin tampoco ser muy listos, inventaron el Senado; es decir, que cuando tú llegas a un período de madurez intelectual, a lo mejor es cuando se puede realmente exprimir el limón. Me encuentro físicamente perfectamente, e intelectualmente mejor que nunca; creo que tengo ahora más ideas de las que he tenido en toda mi vida.

-¿Qué tiene claro?

-Que a mí no me ha parido Dios para quedarme en mi casa, a no ser que tenga que cocinar, que eso ya es otra cosa muy seria. Yo hago en la cocina absolutas maravillas, desde un solomillo al hojaldre con 'foie', que me sale riquísimo, a unas tartas de frutos rojos que para qué le cuento. El caso es que yo necesito irme a la cama cansado, ¿comprende?

-¿Qué no hace jamás?

-No me acuesto nunca antes de la doce de la noche, ni me levanto nunca más tarde de las seis y media de la mañana.

-¿De qué no tiene costumbre?

-De estar leyendo solo un libro, ¡qué menos que tres o cuatro!

-¿Qué le resulta curioso?

-Que me pretendan nombrar personalidad de reconocido prestigio en el Consejo Superior de Enseñanzas Artísticas, del que he sido miembro desde su creación. [También ha sido presidente de la Asociación Española de Centros Superiores de Enseñanzas Artísticas (ACESEA).] Lo que yo me pregunto es: «¿Cómo voy a ser yo personalidad de reconocido prestigio si dicen que ya estoy caducado y me han jubilado?

-¿Qué hay que hacer?

-Hay que aguantar esto de vivir no sé cómo y hasta cuándo; y otra cosa: si te la tienes que jugar, juégatela porque nadie va a venir a sacarte las castañas del fuego.

-¿De qué daría fe?

-De que nuestros políticos no tienen ninguna vocación de servicio a la sociedad, solo tienen vocación de servirse a sí mismos.

-¿Qué estuvo a punto de hacer y no hizo?

-Producir un montaje de 'El carro de heno', una obra de teatro de [Camilo José] Cela que no hay cojones a tragársela y que, afortunadamente, no se hizo. Comí con él un par de veces; lo acompañaba Marina [Castaño], que entonces era su secretaria y que le impedía todo el rato que comiese pan. Le gustaba ponerse ciego a pan.

-¿En qué es único?

-Creo que soy el único español gilipollas que lleva haciendo su declaración de la renta desde unos días antes de nacer y al que siempre le sale a pagar, no sé por qué cojones.

-¿Con qué sueña?

-Con llevar a escena, tras adaptarla al teatro, la novela de Arturo Pérez-Reverte 'El pintor de batallas'.

-No me engañe. Dígame algo.

-No le engaño: hay que tener suficiente dinero para poder ser suficientemente libre.

-¿Qué sigue siendo?

-Sigo siendo un Pepito Grillo, y Pepito Grillo tiene un tanto de suicida. Me siento muy feliz habiendo podido insultar personalmente a varios ministros de diversos gobiernos; a [Jorge] Semprún, incluso, llegue a hacerle una pedorreta en Almagro.

-¿Con qué disfruta?

-Me encanta amargarle la siesta a los que no se han ganado el descanso; sí, eso me hace feliz.

-¿No han intentado vengarse de usted?

-Normalmente, los bordes son cobardes. Han intentado darme una patada en el culo, pero siempre a través de culos ajenos. Pocos han tenido la valentía de intentar dármela directamente.

-¿Tiene mala leche?

-Total, me han conseguido amargar. Espero que algún día se me pase, aunque no creo.

-¿Siempre la ha tenido?

-A lo largo de la vida he hecho las cosas a lo 'masegosamente', lo cual incluye un pronto muy malo. No soporto que se hagan las cosas mal, sobre todo cuando no es más difícil hacerlas bien que mal.

-¿Qué no es y le gustaría ser?

-Actor, me gusta el escenario más que a un tonto un lápiz.

-¿Y por qué no no lo es?

-Soy pequeño, regordete y feo, y con esas tres condiciones qué quiere usted que le diga. Ahora soy pequeño, regordete, viejo, barbudo y feo. Sin embargo, los directores dicen que soy muy disciplinado. Creo que el único momento en el que obedezco es cuando estoy en el escenario.

-¿Qué sería raro?

-Difícilmente me verá poniéndole un reparo a una mujer. Me han deleitado montones de ellas; no he tenido una vida amorosa muy agitada, pero tampoco tenue. Y con este cuerpo mío tiene, indudablemente, su mérito.

-¿Qué no tiene remedio?

-Me hago viejo, lo veo claro en el espejo. Me doy cremas hasta en el carnet de identidad, pero no hay manera de quitarme las ojeras; y esta barriga, ¡paso un hambre!, pues nada, no hay manera tampoco. ¿Qué puedo hacer? ¡Pero si ya ni bebo nada, nada, nada!

-¿Tiene alguna teoría?

-Varias, pero una que espero no poder demostrar nunca es la siguiente: si los hijos de puta volaran cambiaría el clima, porque estaríamos varios años sin ver el sol.

-¿Lo más raro que le ha pasado?

-En Adelaida (Australia), llevaba en el bolsillo de la camisa los papeles con una conferencia escrita que tenía que dar; de pronto, un canguro me los quitó de un brinco y se los comió.

-¿Hay un Más Allá?

-¡Seguro, joder, a mí me quedan aquí tres ratos! Será un mundo feliz, sin políticos, en el que no tendrás que dormir, ni por supuesto que defecar. Un Más Allá tiene que existir por huevos.

-¿Qué defiende usted con uñas y dientes?

-La libertad y la justicia.

-Dígame una verdad.

-Yo no tengo precio, no se me puedo comprar, no estoy en venta.

-¿Qué es prescindible?

-Absolutamente todo menos la libertad.

-¿Se tiene algo prohibido?

-Todo lo que me dañe físicamente, menos el tabaco, me lo tengo ya autoprohibido. Entiendo que la gente se drogue, pero yo no me volvería a drogar nunca.

-El tabaco mata, ¿no?

-Claro que mata, cojones, ¿pero quién tiene huevos a dejarlo? Yo no.

-¿Practica deporte?

-Jamás. Estoy haciendo un estudio del aprovechamiento hidráulico de mi meada; creo que hacer esfuerzos baldíos es una idiotez.

-¿Qué ayudaría a mejorar la sociedad?

-Que la música y el teatro se estudiasen y practicasen en las escuelas desde la enseñanza primaria.

-Si pudiera volver atras...

-...procuraría aprovechar algunas oportunidades que tuve y que dejé pasar. Pude elegir, por ejemplo, irme como agregado cultural a Bogotá, a Caracas, a Rabat. Hubiese estado bien.

-¿Qué le harta?

-Tanto político imbécil poniendo a gente atrevida que no tiene ni zorra idea en puestos de responsabilidad. En el terreno de la cultura pasa mucho.

-¿Su obra de teatro preferida?

-Ay, 'El príncipe constante', de Calderón.

-¿Ha sido un buen padre?

-Supongo que no, que no he sido el padre ideal aunque he intentado hacerlo bien. Lo que sí creo que voy a conseguir es ser un buen abuelo. También tengo muy claro que me lo han puesto muy fácil tanto mis hijos como mi mujer [Nieves]. Mi mujer ha sido mejor mujer mía que yo marido de ella, y mis hijos han sido mejores hijos míos que yo padre de ellos.

-¿Cuál es la conclusión?

-Pan, pijo y habas.


http://www.laverdad.es/verano/entrevist ... 021-v.html
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Ada
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Mensaje por Ada » Mar Nov 24, 2015 11:41 am

Artículo sobre el Efecto Mariposa en El Pintor de batallas escrito por una profesora de la universidad de Philadelphia

http://adacaramelada.blogspot.com.es/20 ... alira.html

Forma parte de un libro sobre metafisica. Si a alguien le interesa se lo puedo hacer llegar
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Mensaje por Ada » Mié Nov 25, 2015 10:57 am

Portrait of the artist as a samurai warrior
Steven Poole - The Guardian - 24/11/2015

Arturo Pérez-Reverte's claustrophobic meditation on art and violence, The Painter of Battles, impresses Steven Poole.

The Painter of Battles by Arturo Pérez-Reverte, translated by Margaret Sayers Peden
218pp, Weidenfeld & Nicolson, £12.99

A man lives alone, in a crumbling tower by the sea. On its interior wall, he is painting a vast circular mural of war, melding histories and landscapes into a singular nightmare. One day a stranger arrives, and announces that he intends to kill the painter. Instead of punching the man, fleeing or informing the police, the painter takes the news phlegmatically, continuing to work on his mural while receiving the visitor each day for a series of long, philosophical conversations on the nature of art and war.

Such is the curious setup of this novel. There is no point complaining of implausibility, since if the painter had reacted otherwise, this particular story wouldn't exist, and it is this story we have in front of us. Other fictions are based on similar theatrical conceits: perhaps Sandor Marai's Embers, in which two men converse in a castle to reveal one's betrayal, long ago, by the other; or the sly entertainment of another two-hander, Gilbert Adair's A Closed Book. But here Pérez-Reverte - the author of some delicious novels constructed around enigmas in chess or painting, and the series of elegant swashbucklers starring Captain Alatriste - is composing in a more minor and less ludic key.

The painter, Faulques, used to be a war photographer, and his memories of those times form the meat of the novel. (The publishers tell us that Pérez-Reverte drew on his own experience as a war correspondent.) These scenes - in Beirut, Croatia, Chad, Kuwait - are drawn with a terrible precision, beautifully rendered, and yet within them Pérez-Reverte manages to argue also that the beauty is a problem. Paying intense attention to light and colour, allowing Faulques to recall the exact technical details of the f-stops and shutter-speeds he used, he simultaneously draws the reader's gaze over the photographer's shoulder to the killers and victims who appeared to him more as material than as human beings.

The novelist implicates himself, too, in the callousness he depicts in Faulques, using suffering to make art, even as he also indicates what Faulques has to leave out of his work: "What there was no way to photograph was the buzzing of flies - they won all the battles." The strategy can result in moments of powerful, seductive nihilism. On one job, Faulques photographs a group of prisoners who are tied up by a river and left to be eaten by crocodiles. Later, safe in a restaurant, he thinks of all humanity as "rational meat lying in the sun".

But the novel, it seems, does not quite trust the texture of its own painting, and writes explicatory notes to the exhibition. The framing story - that of the present-day conversations between Faulques and the stranger - spells out all the concerns about the ethics of representation that are already eddying, with productive stealth, through the muddy ochres, winter greys and scarlets of the war scenes. The visitor who proclaims his intention to murder the artist is a Croat, called Ivo Markovic, whom Faulques once photographed. The photograph, published internationally, made Markovic recognisable to his enemies, and his wife and daughter were murdered. Thus the issues of responsibility and guilt are rather overtly staged; and there is a lot of inconclusive talk about Faulques's own theories of symmetry and chaos as they apply to art and violence.


There is also a beautiful and tragic woman in Faulques's past. She is called Olvido, and her function in flashback is to laugh behind crystal wineglasses in restaurants and to stand naked on balconies at night. She goes to art galleries with Faulques, where they talk about the paintings; and then follows him to war zones. On the way she is made to say such things as: "I watch you; you're all the time taking mental photos, as focused as if you were practising some strange Bushido discipline, with a camera in place of a samurai sword." That is a rather lovely physical image, but in the end her character seems over-burdened with wisdom.

The Painter of Battles is a strange book, much of its material shoehorned cornily into its flashbacks, its central dialogue straining under the moral weight placed upon it; it's a messy clash between showing and telling. And yet in a way it also becomes the mural of which it tells, drawing a perfectly obsessive, claustrophobic panorama. Few novels display such intensely marshalled powers of extended visual evocation. "Faulques never used pure black," the prose explains laconically at one point. "That colour created holes, like a bullet or burst of shrapnel on the wall." Finally, perhaps redemptively, Pérez-Reverte pulls off an ending of such calm tact and art that the reader is left in contemplative silence, circling the images left in his head.
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Mensaje por Ada » Lun Ene 25, 2016 6:06 pm

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Rogorn
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Mensaje por Rogorn » Mar Feb 02, 2016 5:40 pm

El pintor de batallas
Fuensanta Niñirola - latorredemontaigne.com - 28/01/2016

Excelente y dramático viaje al interior de uno mismo, incluyendo la propia biografía del escritor cartagenero. Los años en que el autor trabajó como reportero de guerra debieron marcarle profundamente. Heridas que probablemente nunca sanarán, porque cada vez que vea la foto o el reportaje de cualquiera de los continuos conflictos actuales, tendrá que hacer un esfuerzo para no recordar.

Creo que, excluyendo 'Territorio Comanche', primera aproximación al tema de la guerra, es en esta obra de madurez donde Pérez-Reverte mejor reflexiona sobre la condición humana, el fotógrafo como “ojo público”, contrapuesto a los propios combatientes y aquellos que están al margen, o mejor dicho, aquellos que no están directamente presentes en el conflicto bélico. Los que no miran o miran a otro lado… pero no sólo es eso. La lectura remite a imágenes de alto contenido simbólico: la partida de ajedrez del Caballero con la Muerte en el filme 'El séptimo sello', de Bergman, podría equipararse a la larga conversación discontinua de Faulques con Markovic; del mismo modo, el grabado de Durero 'El caballero, la muerte y el Diablo', donde la Muerte esgrime el reloj de arena, recordando el poco tiempo que le queda, y al fondo se aprecia un lejano torreón en lo alto de una montaña, resulta muy relevante en esta novela. Encontramos en ella muchos simbolismos: el de la propia pintura, descrita con gran detalle por sus referencias (Durero, Paolo Ucello, Piero della Francesca, Brueghel, Goya, …), que marcarán una geometría especial, una geometría cósmica; y también el del dolor físico, interno, la enfermedad a la que solo se alude pero que el pintor de batallas siente crecer en su interior, manifestándose con ineludible periodicidad. La enfermedad como símbolo del Mal que afecta a la condición humana.

Solo tres personajes se mueven por estas páginas, aunque se podría decir que en realidad es uno solo, el ex fotógrafo bélico Andrés Faulques, que en sus años de madurez, tras abandonar la fotografía, se refugia en la pintura, pintura de guerras, a modo de exorcismo de sus propios demonios. Que el autor haya elegido el apellido Faulques no parece casual: probablemente aluda a un ex legionario francés, paracaidista y mercenario experto en lucha contrarrevolucionaria, que recorrió muchos escenarios de guerra: la II Guerra Mundial, Indochina, Argelia, Congo, Yemen… y que fue testigo de los horrores en todos esos conflictos.

Los otros dos personajes, que podrían ser un desdoblamiento de la mente de Faulques, son, en primer lugar, el croata Ivo Markovic, cuya fotografía hizo ganar fama y premios al ex reportero. El croata le ha estado buscando durante diez años, haciéndole responsable indirecto de la muerte de su esposa e hijos, precisamente a causa de la fotografía. Y finalmente le encuentra en su refugio pictórico. Y por último, Olvido Ferrara, o mejor dicho, su recuerdo, que gravita sobre toda la obra. Olvido (¡qué acertado nombre!) conoció al fotógrafo en México y juntos vivieron una intensa historia de amor durante tres años, hasta la muerte de ella. Una relación en la que la belleza pugna frente a lo sublime: el horror. Empeñada ella misma en olvidar su pasado, en borrarlo de su memoria, manchándose del lodo de los escenarios guerreros: sangre, sudor y lágrimas. Su evocación será el pivote sobre el que bascula la relación entre Faulques y Markovic, Olvido siempre presente en la memoria de ambos, siempre recordada.

Mirar es tomar partido, piensa el pintor. ¿Es compatible matar y pensar? Le pregunta el croata, ¿se puede torturar y pensar al mismo tiempo? ¿se puede pensar mientras toma fotografías? Olvido Ferrara prefería no mirar, o mirar en otra dirección; sus fotografías eran siempre de objetos, nunca de personas. La terrorífica visión que se le ofrecía era tan impactante que prefería mirar las ruinas, los restos de la catástrofe, nunca el rostro humano doliente. El recuerdo de las conversaciones con su amante, tras una noche de amor o de espera ante la inminente batalla puebla otra gran parte de la narración.

No hay acción en la novela, salvo la de pintar, pues el ex fotógrafo, atrincherado en los agrietados muros de una vieja torre junto al mar que le sirve de taller y de retiro, se ha propuesto plasmar en aquellos viejos muros toda su experiencia de treinta años mirando la guerra a través de su visor fotográfico, experiencia que, tras la muerte de su amada, no puede sino rememorar en cada minuto de su vida, y está convencido de que no es con la fotografía, sino con la pintura con lo que puede extraer de su interior la esencia malvada de la naturaleza humana. Exorcizar los demonios.

Así pues, tanto el pintor como el croata, como el Caballero y la Muerte en su larga partida de ajedrez, rememoran sus tangenciales vidas desde el punto en que confluyen y se separan. Markovic le cuenta su experiencia como soldado, como prisionero, como torturado y como torturador, evocando momentos tremendos. Faulques no cuenta apenas, pero recuerda. Rememora los tres años pasados junto a Olvido, la mujer de su vida, una mujer que, huyendo de la ficción de la fotografía artística, de un mundo que ella entiende como irreal y frívolo, se une a Faulques en su continuo recorrer las guerras, en su continuo mirar el horror a través de la cámara, amándose en las más desoladoras situaciones, internándose cada vez más en el trágico drama bélico que hace surgir lo peor de la humanidad, su lado más oscuro y tenebroso.

Reverte sabe entrar no solo en el mundo del reportero bélico, puesto que lo ha vivido durante años, sino también en el alma del artista, y hace creíble sus movimientos con el pincel, mezclando los colores, dibujando las líneas en una dramática geometría, mostrando sus dudas y certezas, haciendo que el lector vea esa pintura, que es la pintura del alma del ex fotógrafo cuyos actos le pasan factura, no solo en su memoria, sino en la propia persona de Markovic, encarnación del ángel exterminador… o de su propia conciencia. Asimismo repasa la historia de la pintura de guerras, tomando de aquí y de allá personajes, rostros, gestos, líneas y colores, aprovechando las grietas de la propia pared, que, como ríos recorren el paisaje desolado. Ríos del olvido, Leteo en la memoria…

Novela desgarradora, escrita con el corazón en la mano, adentrándose en la naturaleza humana, de modo sumamente lúcido y realista, usando en un estilo mezcla de flujo de pensamientos con diálogos y recuerdos. Recorrido por el horror y el dolor, por el amor imposible. Rememorando la vida humana, que desgraciadamente, parece no poder desprenderse de esa lacra, ese corazón tenebroso.

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Ada
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Mensaje por Ada » Mar Feb 02, 2016 5:48 pm

Gracias Ro
Fuensanta es ya una leyenda. ¡Buenas noches mar!
Consuela saber que nadie a quien amas se quema en lo que arde. http://adacaramelada.blogspot.com.es

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grognard
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Mensaje por grognard » Mar Abr 05, 2016 10:18 am

¿Lo tenemos?


Grohmann, Alexis. (2012). Sobre guerra e hybris en El pintor de batallas de Arturo Pérez Reverte. Dissidences. Hispanic Journal of Theory and Criticism: Vol. 2: Iss. 3, Article 7.
University of Edinburgh

http://digitalcommons.bowdoin.edu/cgi/v ... issidences

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Ada
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Mensaje por Ada » Jue Abr 07, 2016 10:58 am

Encuentro completo con ALBERTO JIMENEZ en El Mundo

Alberto Jiménez
1. Hola Alberto! Me encantas desde que interpretaste en ''Amar en tiempos revueltos'' y ''Vive cantando''. ¿Por que deberiamos de ver 'Numancia'? Y, ¿que te gusta hacer más, televisión o teatro? Un beso desde Badajoz. Paloma.
Buenos días a todos, muchísimas gracias por estar ahí y por vuestro interés.
'Numancia' porque va a ser un pedazo de espectáculo, una opera teatral y la historia que cuenta que habla sobre la dignidad, por encima de cualquier otra consideración, es algo muy actual.
Lo que me importa sobre todo es el proyecto. Gracias Paloma.
2. Alberto para cuando la gira por provincias de tu nuevo trabajo? Gracias.
Me parece que esta vez va a ser que no. Es un espectáculo muy grande y por desgracia no hay presupuesto para poderlo mover pero veniros a Madrid que se pasa muy bien.
3. ¿Alberto cuanto tiempo dura la obra? y ¿con que planten de actores trabajan?. Muchas gracias.
La obra va a durar creemos hora y media larga y mis compañeros son son todos magníficos. Los más conocidos son Miryam Gallego, Manu Valdivieso, Críspulo Cabezas. Todos muy buena gente.
4. Como fueron tus inicios en la profesión? Tienes precedentes familiares en el mundo de la actuación?
Por desgracia no he tenído ningún padrino, ni ninguna madrina. Mi padre que hacía radio en su juventud pero nada más.
Como casi todos, duro y largo hasta que empecé a trabajar regularmente.
5. Cuál fue tu primera actuación en el mundo de la interpretación y a qué edad te iniciasteis en ella?
'Calíbula' con Imanol Arias allá por el año 90. ¡Dios mío, que mayor soy!!! Tenía hasta pelo, y 26 años.
6. Llegaste a a esta profesión pasando por alguna escuela de arte dramático? Y que estudios cursaste al final? Las obras que interpretas actualmente tienen mucha fuerza y tienen que ser representadas por un hombre que transmite carácter, y desde luego eres el idóneo? Mucha suerte con numancia? Grande Cervantes!!
Gracias por tus elógios. Hacemos lo que podemos. Estudié en la RESAD y luego con Juan Carlos Corazza y en el principio de la Abadía. Grande Cervantes por encima de cualquier otra cuestión.
7. Arturo Pérez Reverte, gran escritor y gran hombre comprometido con sus ideas! Su obra adaptada al teatro contó con su aprobación o se desvía de la idea del libro "el pintor de batallas"? Como ves tu su obra en el teatro en relación con su obra escrita? Para poder representar el personaje y meterte en el papel, leíste su obra antes? Gracias y suerte en las dos interpretaciones?
Todavía no he firmado eh jaja Impresionante!!!! Empezaremos a ensayar a finales de Junio. Va a ser un proyecto apasionante. Creo que es la primera adaptación al teatro de una novela de Reverte y el personaje que voy a interpretar es un croata cuya vida ha sido destrozada por la guerra de los Balcanes. Ni más ni menos. Uffff!!!
8. Porque motivo sueles interpretar en cine o en teatro las obras de Arturo Pérez Reverte en numerosas ocasiones? Es tu talismán? Y a quien le debes tus comienzos en la profesión?
Oye que yo hago lo que me llega. jajaja Y es verdad tengo mucha suerte y las propuestas que me hacen suelen ser casi todas muy interesantes. En este caso, efectivamente será el segundo personaje de Reverte que interprete.
9. Hola Alberto, la primera vez que disfruté de una interpretación tuya fue en "El Bola". Me gusto tanto tu interpretación como el padre que representabas. Convenzame en pocas palabras para que vaya a disfrutar de "Numancia". cesar.
Gracias por tus palabras. Porque va a ser un pedazo de opera teatral con música, vídeos, actores estupendos y la palabra de Cervantes y la historia de Numancia que es una pasada. No se puede dar más por menos jejeje
10. En tu trayectoria la mayoria de tus personajes han sido dramáticos, es por algo en especial tu elección? Realmente que es lo que más te gusta interpretar o te verias tambien en comedias? Cine o teatro?
Por favor estoy deseando que me llamen para hacer una comedia. Antes de hacerme más o menos conocido hacía mucha comedia en el teatro. Así que...;)
11. Tu formación proviene del teatro, no obstante tu salto a la fama fue a través de la pelicula "El Bolo", en la cual tu interpretación fue muy solvente. En esta pelicula empece a seguirte. Que queda en tus recuerdos del exito cosechado y los reconocimientos a la pelicula ?
Es la bomba que todavía haya gente que me pare por la calle porque le haya gustado la peli. Lo que más me importa es haber podido trabajar en una película que sigue dejando tanta huella en los personajes.
12. Como es nuestro gran Alberto en la intimidad? A simple vista pareces una persona muy seria. Mucha suerte en las dos obras.
No que soy muy simpático:) Incluso a veces tengo hasta cierta gracia!! Gracias por tus buenos deseos.
13. Que cualidades tiene que tener un actor de teatro y de cine? Son diferentes y porque?
Sobre todo mucha pasión por su trabajo porque están las cosas muy dificiles y hay que perseverar mucho. Lo importante es el talento y luego en cada medio hay que encontrar la manera de graduarlo.
14. Eres más de teatro por lo que estoy apreciando con tus dos ultimas obras. Como valoras la situación del teatro de hoy en dia? Puede vivir un actor de su profesión?
Pues estamos como casi todos. Con el agua al cuello. Yo tengo mucha suerte y estoy trabajando regularmente pero aún así cobramos muy poco y somos trabajadores absolutamente discontinuos. Aún así, cada vez hay más compañeros que quieren hacer teatro y más público que quiere venir a vernos. Así que ánimo y para adelante!!
15. Es Arturo Péres-Reverte tu escritor preferido ya que coincides con muchas obras de este personaje tan interesante y a la vez tan complicado?
Es uno de mis novelistas actuales preferidos. Creo que sus historias son muy cinematográficas. Vamos a probar ahora si también son teatrales, en el buen sentido de la expresión.
16. Tienes previsto representar las obras fuera de madrid y donde podremos informarnos? En mi caso soy de Valencia, vendrás?
Desde luego, 'El pintor de batallas' seguramente va a hacer una gira larga y esperamos poder representar en Valencia ciudad con una actividad teatral muy interesante.
17. Es cierto que la serie El ministerio se va a emitir al final fuera de España por la gran aceptación que ha tenido? Volveremos a verte en más capítulos en la serie?
Ayer leí que se va a producir en China. La idea y la realización es espectacular. Me he muerto en el capítulo. Ojalá me puedan resucitar jejeje
18. Ha pasado mucho tiempo ya desde tu interpretación en los Hombres de Paco junto al guapo Hugo Silva. Sigues teniendo relación con tus compañeros de la serie? Quien crees que ha llegado más alto de todos los que estabais hay?
Hugo y yo nos tenemos mucho cariño. Es un tipo extraordinario y cada vez mejor actor. Además coincidimos en una película ' El hombre de arena'. Creo que va a ser uno de los actores más importantes de este país.
19. Hola Alberto, ¿ te volveremos a ver en El Ministerio?
¡Que nooo que me he muerto! jjajajaj
20. Alberto, ¿ Cuál ha sido el papel más complicado que te ha tocado interpretar? Besos. María
Siempre es el último en el que estoy trabajando.
21. Buenos días Alberto, ¿cree que su parecido con Miguel Bosé le ha abierto muchas puertas? Gracias
Ahora mismo estoy tirado en el suelo jaajajaj No sé si voy a poder cerrar la boca. En cuanto salga de aquí se lo digo a mi chica que me parezco a Miguel Bosé.
22. HOLA, ¿ Cómo es Alberto en las distancias cortas? Saludos. Sique así! suerte con las obras. Bea
Pues un señor mayor ya jaja
23. Buenos días Alberto, hace unos días le vi comprando unas berenjenas en el Carrefour. Parecía usted un hombre muy sencillo. la berenjena le gusta rellena o tal cual? Gracias.
jajajaj sí, menos cocinar intento hacer todas las tareas de la casa. Viva la termomix jaja Y la berenjena de cualquier manera!!
24. Hola crack. ¿Próximos proyectos?
'Numancia' y 'El Pintor de Batallas'. Que las disfrutes crack ;)
25. Buenos días crack. Hace unos años le vi en un concierto de Pitbull bailando como si fuera el último dia. ¿No cree que Pitbull está sobrevalorado, máxime teniendo en cuenta que es un perro de raza peligrosa? Gracias y un saludo
No he ido nunca a un concierto de Pitbull pero me pasa mucho . Tengo una cara muy corriente.
26. Te ves dirigiendo una obra?
Ya dirigí una obra para el microteatro de Maiami y me lo pasé muy bien. Algún día sí que me gustaría dirigir.
27. Qué opina de la anunciada destitución de Perez de la fuente al frente del Español? Como ha afectado esto a los ensayos de Numancia?
Está siendo una situación desagradable, sobre todo porque vemos a Juan Carlos Pérez de la Fuente sometido a una presión que no debería de tener.
28. Hola Alberto, ¡Que bien poder hablar contigo! ¿ se pondría en manos de Almodovar? Un saludo.
Mi mejor amigo siempre me pregunta si me ha llamado ya Almodovar para su próxima película y yo le digo que todavía no, que la cosa va para largo ;)
29. Dios nos insta a andar por el buen camino, ¿por qué cree usted entonces que el hombre se mete en el drama consuetudinario del mal a fin de que Jehová tenga que poner al mundo tropiezos donde caiga todo quisque?. Libro bíblico de Jeremías. Lo propio de la verdad es que se basta a sí misma, aquel que la posee no intenta convencer a nadie. Un saludo teatralizado.
Ein????
30. Hola Alberto, que papel interpretas en la obra de Arturo Pérez-Reverte? Besos. Soy Juan de Bilbo
Es un croata que el protagonista de la novela le hizo una foto que se hizo mundialmente famosa y eso se convirtió en una tragedia para su vida.
Despedida
Muchas gracias a todas y todos. A Lorena que ha sido mis manos y mi traductora al lenguaje digital ;) estoy encantado. Nos vemos en 'Numancia' en el teatro. Un abrazo de corazón para todos.
Consuela saber que nadie a quien amas se quema en lo que arde. http://adacaramelada.blogspot.com.es

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Rogorn
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Re: 'El pintor de batallas' (2006)

Mensaje por Rogorn » Jue Feb 07, 2019 9:42 pm

Pintores de batallas
Olga Seco - laopiniondezamora.es - 04/02/2019

A veces, me he apartado de la vida con un libro. La verdad, no tiene desventajas, al contrario: la existencia muchas veces nos aplasta las ilusiones, pero curiosamente muchos libros nos las devuelven. Hace muchos años, animada por la navegación llegué a Deyá, nada más tocarla con los ojos supe que ahí iba a forrar de terciopelo mi vida. La mayoría de los duelos suelen ser venganzas del pensamiento, muchos a duras penas se van resolviendo, otros adoptan forma de espectro y nos acompañan siempre. Recuerdo perfectamente el día que llegué, era una mañana de aquellas que ofrecen plaza para quedarse a vivir.

Cansada de ir vestida me puse un pareo, y a modo de dama adúltera, me dispuse a caminar. Los caminos sólo existen al imponernos un destino, yo no lo tenía, por lo tanto las horas siguientes iban a adoptar forma de azar. Al rato, con el sudor mezclado entre los hilos del pareo, sentí sed. Agarrada del brazo de la intuición llegué a una fonda y, resoplando con ganas, me senté.

No tan lejos, en otra mesa, estaba un hombre sentado leyendo un libro, sin esfuerzo me miró y siguió con la lectura. La verdad, no pude satisfacer mi curiosidad de mujer, me refiero a los tímidos principios de ver más allá de la corpulencia; él no volvió los ojos hacía mí en ningún momento... Al cabo de un buen rato, anhelando fumar, me giré hacia su mesa pero ya no estaba... ¿Era Dios y había ascendido a los cielos? La idea de no haberlo visto marchar me descolocó un poco, por muy delicada que sea la marcha, siempre se nota. Pues ya ven, las certezas yacen junto a las vivencias.

Los rayos de sol me daban en la cara. Con mucha ansiedad quería mirar pero no veía. Él se había marchado, pero en la mesa estaba su libro. Inundada por el éxtasis de la sorpresa me levanté;, peregrina de las ganas me acerqué con rapidez y, de cerca, pude ver que el libro que allí había dejado era 'El pintor de batallas', de Arturo Pérez -Reverte. Cómo se agita el infinito ante un título así... Con la armonía del rápido movimiento de la intuición lo cogí y regresé a mi mesa. Al rato, decidí marcharme, sabiendo que entre mis manos llevaba un analgésico. Era lo qué necesitaba... Un libro puede hacernos ver lo que nos duele y, además, puede proporcionarnos alegría en épocas en las que sólo se percibe desesperanza.

Los pintores de batallas amueblan la vida con la vivencia. La fuerza nunca debe ser tregua, lo larvado por la indecisión siempre arranca la raíz de la convicción. En toda batalla hay un deseo de morir, pero la gran paradoja es que sólo se salva el hombre cuando lucha. La pintura va más allá de la realidad, por lo tanto, pintar batallas es conseguir enterrar partes de la vida sin haber muerto.

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