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'Hombres buenos' (2015) (noticias)
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Rogorn
Capitán


Registrado: Feb 01, 2007
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MensajePublicado: Vie Sep 11, 2015 3:22 pm    Asunto: Responder citando

«Chi non legge è vittima della storia»
Entrevista de Linda Kaiser - mentelocale.it - 11/09/2015

L’edizione numero dodici del Festival della Mente di Sarzana si è svolta in diverse sedi dal 4 al 6 settembre 2015. Sotto la direzione scientifica di Gustavo Pietropolli Charmet e la direzione artistica di Benedetta Marietti, la cittadina dello spezzino tutti gli anni si affolla di fan della cultura, un pubblico vivace e disposto ad ascoltare e dibattere le idee di scrittori, artisti, intellettuali e pensatori contemporanei. Nelle tre giornate di incontri, letture e spettacoli, supportate da circa 600 giovani volontari, si sono potute frequentare le 14 sedi disseminate nel centro storico, per seguire alcuni dei 60 eventi, di cui 38 dedicati agli adulti e 22 ai bambini. 88 protagonisti, per lo più di chiara fama, si sono prestati ad approfondimenti nel proprio settore. Il tema del festival è sempre l’indagine dei processi creativi, ma il filo conduttore scelto quest’anno è la responsabilità. Come dichiarano i due direttori, questo concetto andrebbe «ridefinito, anche alla luce dei complessi cambiamenti sociali in corso e delle innovazioni scientifiche e tecnologiche». Un quesito nodale è sicuramente quello relativo al rapporto tra creatività e responsabilità, in una riflessione attuale sul ruolo dell’intellettuale. Non è un caso che la lezione inaugurale del festival sia stata tenuta da Luciano Canfora sulla figura di Augusto: la morale politica di un monarca repubblicano. E se «tutta la storia è contemporanea», come sostiene questo celebre filologo e storico, dobbiamo veramente ripensare gli strumenti di governo della nostra epoca globalizzata.

D’altra parte, i libri possono cambiare il mondo? Questo viene chiesto al grande scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte (Cartagena, 1951), in quanto autore del romanzo d’avventura e di idee, 'Due uomini buoni', appena uscito in Italia per i tipi di Rizzoli. Sabato 5 settembre, nell’affollatissimo spazio di Canale Lunense, in dialogo con il suo inappuntabile traduttore Bruno Arpaia, Pérez-Reverte ha condotto un viaggio nel tempo, per raccontare l’impatto rivoluzionario che ebbe la diffusione in Europa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Lui, che è cresciuto a pane e libri e che vive circondato da 30.000 volumi, di cui è molto orgoglioso come della sua collezione di sciabole, risponde comunque «no» alla domanda cruciale: «i libri non possono (più) cambiare il mondo, però servono come analgesici; non eliminano il dolore, ma aiutano a sostenerlo e permettono di resistere dalla retroguardia. Insomma, i libri non sono la soluzione, ma una consolazione».

Posso incontrare Pérez-Reverte prima del suo intervento pubblico e avere il piacere di intervistarlo in spagnolo. Elegante, fisico sportivo, capelli molto corti e barba curata, sguardo intenso e occhi che si chiudono a fessura quando sorride, per me lui è soprattutto l’autore del romanzo prediletto dal mondo della scherma, 'Il maestro di scherma' ('El maestro de esgrima', 1985, pubblicato nel 1988, tradotto in italiano nel 1998), e di un altro che ogni giornalista e fotografo, nonché amante dell’arte, dovrebbe oltremodo ammirare, 'Il pittore di battaglie' ('El pintor de batallas', 2005, pubblicato nel 2006, tradotto in italiano nel 2007).

Gli pongo subito una domanda articolata: proprio il duello tratteggiato nell’incipit del suo ultimo romanzo, 'Due uomini buoni' ('Hombres buenos', 2015), che poi si snoda come un flashback, richiama il tema della scherma come disciplina che richiede un impegno particolare –anche nel rapporto maestro / allievo–, nell’assumersi la responsabilità (parola chiave del Festival della Mente) di ogni minimo gesto e azione. Qual è stata la sua ispirazione e come si spiega la sua passione per le armi? A quali nuove responsabilità vengono oggi chiamati gli scrittori? Pérez-Reverte mi racconta che ha praticato scherma da giovane, il fioretto. Suo nonno diceva che era l’unico sport per un cavaliere, «l’unico che giustifica il sudore». Lui possiede nella sua collezione ben 40 sciabole di cavalleria ed è affascinato dall’arma bianca. Per più di venti anni è stato corrispondente di guerra in Libano, Eritrea, alle Falkland, in Nicaragua, in Mozambico, in Romania, in Bosnia e in altre zone difficili della terra e ha visto uccidere molti uomini. Sottolinea che, con l’arma bianca, non è possibile ammazzare da lontano: bisogna guardare in faccia, negli occhi, chi si uccide e assumersene la diretta responsabilità. Teoricamente questa è la più brutale delle armi, ma allo stesso tempo, secondo lui, è anche la più «civilizzata», perché produce ricordi e rimorsi con i quali fare i conti.

Qual è, allora, il libro a cui lui tiene di più? Pérez-Reverte afferma di essere «uno scrittore coerente, di scrivere sempre lo stesso romanzo e di lavorare sempre nello stesso territorio»: anche se il suo cervello e il suo cuore cambiano, lui elabora con il suo sguardo quegli «avvenimenti reali, con personaggi e scenari autentici» menzionati in calce a 'Due uomini buoni', frutto di una lunga sedimentazione culturale, da Platone a Virgilio, da Dante a Cervantes, da Kant a Voltaire.
Tuttavia, ammette –e non potrebbe essere diversamente– che il romanzo a lui più legato è «'Il pittore di battaglie', autobiografico all’80%», con un protagonista, Faulques, che è un ex fotoreporter di guerra: «un esercizio di memoria e non di letteratura», come lo definisce. Vi parla della propria esperienza di pittori, scultori, violenza e fracasso, che ha visto e provato. I lettori, però, non chiedono questo e il romanzo è rimasto il meno venduto dei suoi.

Domando a Pérez-Reverte quante persone come il croato Markovic –l’inquietante personaggio che, assetato di vendetta, cerca Faulques per compierla– lui abbia incontrato nella sua vita. «Ne ho conosciuto a decine, mi risponde, perché quella che si continua a combattere è sempre la stessa guerra. Il nuovo non esiste, è solamente il dimenticato: Omero aveva già raccontato tutto, ma il problema è che la gente non legge più Omero».

In quanto scrittore, invece, non si sente responsabile: lui racconta storie, che vengono lette in oltre 40 lingue diverse, e non cerca di cambiare il mondo. Questo lo si poteva ancora fare, però, ai tempi in cui ambienta 'Due uomini buoni', cioè alla fine del XVIII secolo. E qui veniamo al tema sviluppato nel corso della serata. I protagonisti del romanzo «sono buoni nel senso del patrimonio culturale». Prima della Rivoluzione francese e di quella russa, prima del fascismo e del nazismo, gli uomini erano ancora innocenti e credevano che l’orizzonte oltre il momento oscuro fosse chiaro: pensavano, insomma, di lavorare per questa alba. «Esisteva un futuro, un orizzonte», ribadisce Pérez-Reverte. Il teatro incentivava la cultura. I suoi romanzi sono falsamente storici, perché anche quando parla di periodi storici lontani, lui tratta sempre di uomini di oggi, del XXI secolo. La storia è soltanto la chiave per decifrare il presente.

'Due uomini buoni' è essenzialmente una storia di libri, che vede in azione uno scienziato freddo, l’ammiraglio in pensione Pedro Zárate, e un umanista religioso, don Hermógenes Molina, stretti da un legame di lealtà e amicizia, incaricati di acquisire a Parigi i 28 volumi della prima edizione dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. A loro il rivoluzionario abate Bringas oppone il realismo della ghigliottina futura, del bagno di sangue che purifica l’umanità, della vendetta degli oppressi. La protagonista femminile è madame Margot Dancenis, ispirata alle grandi donne di classe e sofisticate del tempo, frequentate dai filosofi nei brillanti salotti prerivoluzionari.

Oggi, secondo Pérez-Reverte, i futuri uomini buoni, invece di essere sostenuti sin da piccoli, vengono perseguitati già a 5 o 6 anni. L’eroe dovrebbe essere il maestro di scuola, ben preparato e appoggiato dai genitori; la sua professione dovrebbe anche essere la più rispettata di tutte, la più selettiva e la più pagata, perché potrebbe davvero cambiare la società.

Per lo scrittore l’esperienza della guerra, provata per la prima volta a 20 anni, è stata la conferma di quanto già conosceva: i libri gli hanno permesso di comprendere la vita e la vita di completare ciò che aveva appreso dai libri. «Ho visto esseri umani compiere le peggiori atrocità o bellissimi gesti altruistici -racconta-. Ho visto Ettore salutare Andromaca e il figlioletto mille volte, perché tutto questo è già successo. Quando arriverà Troia –e Troia arriva sempre– quei giovani che non avranno letto libri saranno orfani e vittime della storia, perché non capiranno».

In un crescendo di meritatissimi applausi a scena aperta, Pérez-Reverte conclude il suo intervento su quello che per lui è l’unico eroe lucido moderno possibile: qualcuno che lotta non per essere visto, ma perché glielo dice la propria natura, qualcuno che lotta senza testimoni, non un eroe solidale, ma un eroe solitario. Questa è davvero la responsabilità!
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Rogorn
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MensajePublicado: Mar Sep 15, 2015 5:01 pm    Asunto: Responder citando

«Non perdo tempo. Meglio Senofonte di Houellebecq»
Entrevista de Paolo Beltramin - corriere.it - 14/09/2015

A ottobre dell’anno scorso Arturo Pérez-Reverte –già reporter di guerra, bibliofilo, navigatore, membro dell’Accademia reale spagnola e autore di 19 romanzi in trent’anni, più altri 7 dedicati al ciclo di avventure del capitano Alatriste– era alla festa de «la Lettura» per raccontare il suo 'Cecchino paziente', thriller all’inseguimento di un "writer" metropolitano. Meno di un anno dopo, dalla sua Cartagena è tornato a Milano con un nuovo libro, 'Due uomini buoni' (Rizzoli), 539 pagine su e giù tra la Spagna e la Francia del Settecento, alla caccia di un libro destinato a una certa fortuna, l’Enciclopedia diretta da Diderot e d’Alembert.

-Stephen King sul 'New York Times' ha difeso gli scrittori prolifici, come Joyce Carol Oates (e se stesso). Pérez-Reverte, sarà senz’altro d’accordo con lui.
-La questione non è quanto si scrive, ma se si hanno cose da scrivere. Tra gli scrittori che amo, posso dire che vorrei che Tomasi di Lampedusa avesse scritto di più; e che Dumas e Salgari avessero scritto un po’ di meno: così forse avrebbero concentrato meglio il loro talento. Personalmente io ho ancora delle storie da raccontare, e non intendo fermarmi.

-Ha mai pensato di prendersi una pausa?
-Quando mi sono stancato del giornalismo ho cambiato mestiere, senza pensarci troppo. I romanzi però sono un’altra cosa, mi rendono vivo. Dicono che si è giovani solo prima della battaglia: dopo la battaglia, che si vinca o si perda, si è sempre vecchi. Ecco, per me ogni romanzo è come una nuova battaglia, e quando comincio il primo capitolo mi sento sempre giovane.

-Quanto tempo le resta per leggere?
-Leggo moltissimo i classici greci e latini. Plutarco e Senofonte per me sono stimolanti, nutritivi. Non ho tempo per leggere la Nothomb e nemmeno Houellebecq. Niente di personale contro di loro, ma non spendo il mio tempo per una letteratura che non dà niente. Del resto nei libri che leggo non voglio ritrovarmi in questo mondo, ignorante e brutale, che alla mia età purtroppo conosco già; no, nei libri cerco solo una consolazione.

-Cosa cercano invece l’ammiraglio Pedro Zárate e il bibliotecario don Hermógenes Molina, i due «uomini buoni» protagonisti del suo nuovo libro?
-Vogliono aprire gli occhi di fronte all’irrompere della modernità, del sapere scientifico, dei princìpi liberali. Per questo si mettono a caccia di un testo proibito di cui tutti parlano: l’Encyclopédie.

-Un testo che è diventato simbolo di un patrimonio universale: la missione di divulgare la conoscenza, il metodo sperimentale, il diritto naturale, la laicità.
-Valori occidentali, non universali. Purtroppo in Cina, in Siria, in Pakistan la luce dei Lumi non è mai arrivata. E anche in Europa presto è diventata più debole.

-Dopo la Rivoluzione, il Terrore; e dopo il Direttorio, Napoleone.
-L’uomo ha raggiunto l’apice della libertà nel 1789, poi è cominciato il declino. E a noi resta la consapevolezza che quell’epoca d’oro non tornerà. Perché non siamo stati degni di quegli ideali.

-Non è ottimista.
-Il mio amico Luciano Canfora dice che sono il solo ancora più pessimista di lui.

-Eppure il suo libro è pieno di speranza.
-Sì, perché è il racconto di due uomini buoni, appunto, che lottano per costruire una società più giusta. Leggendo i filosofi del XVIII secolo, colpisce che i grandi problemi dell’uomo fossero gli stessi di oggi. Solo che allora era ancora possibile inseguire un’utopia, oggi non ha più senso. Allora la cultura era utile alla società, oggi è un analgesico. L’ho già detto: è una consolazione.

-A proposito di consolazioni: nelle prime pagine del libro lei racconta di essere stato vicino ad acquistare una prima edizione dell’'Encyclopédie', ma di averla persa. Dopo averlo terminato, ha riprovato a comprarla?

-Sì, me ne hanno proposto una copia meravigliosa anche di recente, ma era troppo, troppo cara: con quei soldi si comprano centinaia di libri antichi. Mi accontenterò di consultarla in fac-simile. Dieci anni fa l’avrei acquistata, oggi non più.

-Magari la ritroverà fra dieci anni, e questa volta la comprerà.
-No, è troppo tardi, lo escludo.

-Insieme ai libri, le spade sono l’ingrediente principale di molti suoi romanzi, 'Due uomini buoni' compreso.
-Oltre a 35 mila volumi, in libreria conservo anche 45 sciabole di cavalleria. È una passione che devo a mio nonno. La spada è un’arma nobile, a differenza della pistola, dei missili e dei droni. Anche se è altrettanto sanguinaria. Ma con la spada colpisci guardando il nemico negli occhi, senti l’odore del sangue, e ti porti con te il rimorso per tutta la vita. Anche un codardo può uccidere schiacciando un pulsante; uccidere con una spada richiede responsabilità. Ecco perché è uno strumento straordinario, anche in un romanzo.

-Forse oggi non serve nemmeno sparare per dare la morte. Il mondo ha avuto l’impressione che quel bimbo siriano affogato nel mare della Turchia sia stato ucciso.
-È tragico, ma non è niente di nuovo. Quel bimbo è morto milioni di volte nella storia. Quante volte nei secoli l’Europa è stata terra di migrazioni di massa? Quanti popoli sconosciuti si sono affacciati in Europa, quanti milioni di europei sono fuggiti in un altro continente? Solo che l’uomo oggi è così stupido e ignorante da dimenticarlo. Se non conosce la sua storia, un popolo è indifeso.

-Dicono che grazie a Internet il nostro sia il mondo in cui si legge di più, e dove tutto il sapere è finalmente accessibile.
-Solo che Internet non fa alcun filtro né dà gerarchie, non distingue tra la verità e la spazzatura. È un caos che nessuno saprà mai ordinare. Intanto, con la scusa di Internet nessuno studia più la storia.

-Lei non ci va mai in Internet? Su Twitter ha un milione e 270 mila "follower".
-Certo, però io lo uso in modo intelligente! A volte vado su Twitter e scrivo quello che penso, ma non rispondo mai ai molestatori. Di solito scrivono per insultarmi persone che si presentano così: “Tengo 17 años, soy libertario, animalista y feminista”. Ecco, modestia a parte, io ho 64 anni, ho scritto dei libri, ne ho letti migliaia, ho una biblioteca straordinaria. Perché dovrei rispondere a un diciassettenne libertario animalista e femminista? Non ha senso.

-Molti scrittori, per esempio Amélie Nothomb, rispondono a tutti.
-Vanità. Io ne sono guarito molto tempo fa.

-Forse ha uno spirito conservatore?
-Senta, mio nonno è nato nell’Ottocento. Io sono fermamente convinto che il libro di carta è meglio dell’ebook. E che leggere tre ore in biblioteca è meglio di passare una notte davanti al computer. Guardi che telefono ho. [E tira fuori dalla tasca della giacca un modello di dieci anni fa, di quelli che non vanno sul Web, con lo schermo piccolo e in bianco e nero]. Fra una settimana, quando torno in Spagna e accenderò il computer, troverò centinaia di email. E sa cosa farò? Ne leggerò una decina a caso, poi mi stuferò e le cancellerò tutte.

-Il modo migliore per concludere è fare il gioco degli hashtag de «la Lettura».
-Cos’è un hashtag?

-Per esempio: #Cosastoleggendo.
-Le avventure di Sherlock Holmes, per la quinta o sesta volta.

-Oppure: #Lamiaestate.
-Al lavoro, scrivendo.

-#Lamiapiazza.
-Roma, piazza del Pantheon.

-#Lafestaperme.
-Non mi piacciono le feste. Per me la festa è una serata con gli amici che conosco da sempre, con una buona bottiglia di vino rosso, magari restando in silenzio. Con gli amici veri il silenzio vale anche più delle parole.

-#Viva la Lettura.
-Preferisco: viva i lettori.

-Un indizio sul suo prossimo libro, in omaggio a Conan Doyle?
-No, nessun indizio. Posso solo dire avrà a che fare con Sherlock Holmes. Ora che ci penso non è male, come indizio.
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Ada
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MensajePublicado: Mar Sep 22, 2015 8:44 am    Asunto: Responder citando

Los HOMBRES BUENOS según Arturo Pérez Reverte

La enciclopedia -aquel hercúleo intento por parte de un grupo de intelectuales de acabar con el oscurantismo, el fanatismo, y la ignorancia no solo europea, sino del resto del mundo- llegó tarde, y mal, a nuestro país, como otras tantas cosas.
La España patriótica y católica, mangoneada por el Santo Oficio y por quienes no estaban dispuestos a permitir que las cosas cambiaran, hizo todo lo posible para evitar que aquellas 16 500 páginas incendiaran la bienpensante, farisea y arcaica sociedad.

21/09/2015 - 17:58h

No obstante, y dado que nuestro país siempre ha sido pasto de contradicciones, la Real Academia Española de la Lengua encargó una edición de tan magna obra, la cual reposa, desde el siglo XVIII, en las sucesivas bibliotecas de la entidad.

A partir de este hecho, Arturo Pérez Reverte reconstruye el viaje de quienes fueron los responsables de acarrear con los veintiocho volúmenes desde Francia hasta nuestro país. Los escogidos para la misión son Don Pedro de Zárate, brigadier de Marina retirado, y Don Hermógenes Molina, bibliotecario de la Academia.

El primero, hombre de ideas avanzadas, audaz a pesar de su edad, y comprometido con los aires de cambio, es el contrapunto perfecto para Don Hermógenes, persona seria, religiosa y amante de las reglas. A pesar de todo, y como muy bien indica uno de los conspiradores que hará todo lo posible por hacer fracasar la empresa, ambos son honrados y cumplidores. Hombres buenos, según el acta.

El conspirador en cuestión responde al nombre de Don Justo Sánchez Terrón, académico como los otros dos, pero incapaz de aceptar ningún cambio, y mucho menos venido desde la lejana Francia. Sánchez Terrón contará con el también académico y periodista Manuel Higueruela para lograr que su complot llegue a buen puerto. En realidad, lo que ambos pretenden es evitar que las ideas volcadas en la Enciclopedia lleguen a todo el mundo, por lo que no dudan en contratar a una suerte de mercenario de la época, Pascual Raposo.

Por último, citar la aparición de Salas Bringas Ponzano, también conocido como el abate Bringas, una vez que los dos aventureros académicos llegan a París. Este personaje, que vivió y murió en la Francia revolucionaria, forma parte del grupo de los ilustrados españoles exilados ante la cerrazón y la persecución a la que eran sometidos por el Santo Oficio.

Entremedias el autor nos deleita con un libro de viajes de la época, fruto de su inmensa capacidad de síntesis y de ese malévolo juego que nos lleva hasta los callejones más recónditos de su invención.

Hombres Buenos es una historia sublime, porque demuestra que la educación fue, es y será la única herramienta que ayudará al ser humano a poder conocerse a si mismo, y además poder evolucionar.

El único regusto amargo que tiene la historia es comprobar que todavía hoy en día hay muchas personas empeñadas en evitar que la luz del conocimiento brille en nuestro país.


http://www.eldiario.es/canariasahora/literatura/HOMBRES-BUENOS-Arturo-Perez-Reverte_6_433316694.html
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Ada
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MensajePublicado: Mar Sep 22, 2015 8:46 am    Asunto: Responder citando

Pérez-Reverte, escritor y reportero

domingo 20 de septiembre de 2015 - 12:00 a.m.
O ‘en los tiempos de oscuridad, la ignorancia del hombre era disculpable. En un siglo ilustrado como éste, resulta imperdonable'….

Mariela Sagel

Arturo Pérez Reverte no solo se supera con cada relato, sino que en ésta su última novela nos enseña sus armas de reconstruir el pasado en base a mapas, libros de la época y hasta cotilleos de salón y recámara.

Va donde sea con tal de conseguir la información y eso es la garantía de que la novela te cautive desde el principio hasta el fin de las casi 600 páginas. Hay perlas que puedo citar como que ‘pocos se endeudan por comprar libros, pero nadie se priva de lucir cada domingo una casaca nueva….'

O ‘en los tiempos de oscuridad, la ignorancia del hombre era disculpable. En un siglo ilustrado como éste, resulta imperdonable'….

No se engañen con los títulos de libros suyos que él menciona allí. Estos no existen y es parte del juego que hace el autor para demostrar que no hacen faltas otras armas que el libro y la palabra frente a la ignorancia y la maldad.

Los duelos rescatan al reportero de guerra y maestro de esgrima, y las pesquisas de lugares, trazados de calles y descripción de salones de la alta sociedad francesa, en contraposición con la precaria y atrasada burguesía española, solamente pueden ser percibidos a través de su paciente óptica y rigurosa investigación.

Los desenlaces, como en casi todas sus novelas, son insospechados, como el que lleva al embajador de España en París, el maltrecho conde de Aranda, a darles a los académicos el dinero que les había sido robado, gracias a uno de esos juegos de palabras que solamente los masones entienden.

La relación de los dos académicos, que más dispares no puede ser, nunca se empaña a través de todas las vicisitudes que atraviesan, porque tenían en común que estaban orientados por las luces de la razón y quisieron cambiar el mundo con libros ‘cuando el futuro arrinconaba las viejas ideas y el ansia de libertad hacía tambalearse tronos y mundos establecidos'.

http://laestrella.com.pa/estilo/cultura/perez-reverte-escritor-reportero/23892815
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Ada
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MensajePublicado: Mar Sep 22, 2015 8:47 am    Asunto: Responder citando

Todavía quedan “Hombres Buenos”

domingo 20 de septiembre de 2015 - 12:00 a.m.
En su última obra Pérez-Reverte se convierte en protagonista y demuestra cómo sus logros como autor nacen de una reflexión sobre la literatura
La última novela de Arturo Pérez Reverte, que le ha significado un esfuerzo de 3 años de reconstrucción de una hazaña que llevaron a cabo dos académicos de la lengua Española --en una época donde la censura y la doble moral estaban instituidas- en la búsqueda de los 28 volúmenes de la Encyclopédie de D'Alambert y Diderot es una narración de aventuras y de ideas, histórica y posmorderna, y tan portentosa como la trama que desentraña.

Hombres Buenos está escrita con una técnica inusual, donde el autor intercala cómo va reconstruyendo los hechos y a continuación redacta la época en que está narrada. No deja de fascinarnos por lo innovador y también por lo ilustrado de este también académico español.

Al hacerlo, Pérez Reverte se convierte en protagonista y demuestra cómo sus logros como escritor son el resultado de una reflexión profunda sobre el arte narrativo.

Arturo Pérez Reverte tiene a su haber numerosas novelas, tan célebres como La Piel del Tambor , La Carta Esférica , La Reina del Sur , El Pintor de Batallas , y la más reciente, El tango de la guardia vieja (que le tomó 22 años escribir). De igual manera tiene la serie Alatriste , que ha sido llevada al cine y serie de televisión, y numerosos artículos recogidos en sendas compilaciones por temática, uno muy reciente dedicado al gran amor que le profesa a los perros: Perros e hijos de perra .

Fue reportero de guerra e igual corretea por los puentes de Lisboa disfrazado de ‘graffitero' para sentir la adrenalina de estos artistas urbanos, o paga las rondas de cervezas y tequilas en bares de mala muerte donde se entera de quién es el rey o la reina del narcotráfico en México. Esta novela lo pone a la altura del académico y riguroso historiador que es, que no escatima en recursos para llevar a cabo este inteligente juego entre historia y ficción, utiliza fuentes documentales y también las inventa y en esto se revela el hábil constructor de personajes que es.

LA ENCYCLOPÉDIE

La relación del autor de la novela con el libro prohibido de mediados del siglo XVIII, los años previos a la revolución Francesa de 1789, era un asunto pendiente, pues había estado a punto de comprar una edición –de las primeras impresas— y después la vio en casa de quien finalmente la adquirió.

Al tropezarse con la que estaba en la biblioteca de la Real Academia Española se dio cuenta que era el tema de su próxima novela, y empezó la pesquisa de cómo había llegado allí, quién la había traído y de qué manera.

Los enviados a conseguir esta valiosa obra, por la que arriesgaron sus vidas eran dos académicos tan dispares como buenos: un bibliotecario gordinflón y religioso, y un almirante alto y refinado, solterón empedernido y sobreviviente de batallas.

La Encyclopédie era una obra prohibida en España en forma absoluta y en Francia en forma nominal. Para llevar a cabo su misión tuvieron el beneplácito del Rey Carlos III y de la autoridad eclesiástica de entonces y en el acta que la autoriza lee que se designa a ‘dos hombres buenos'.

Como en todo en lo que hay rivalidades tanto profesionales como personales, se forjaron confabulaciones de otros hombres no tan buenos que quisieron impedir que la misión encomendada a don Pedro Zárate y don Hermógenes Molina se llevara a cabo.

Hubo de todo: duelos, querellas, disparates, batallas campales, paseos por el Sena, tertulias filosóficas y el afortunado encuentro con un abate de ideas incendiarias que pregonaba que era necesario un baño de sangre que precediera a un baño de la razón.

Este personaje acabó en la pandilla de Robespierre y en la guillotina. Sin embargo, ayudó a que los dos hombres buenos enviados por la Española culminaran su encargo con éxito. Los académicos que se opusieron contrataron a un matón de oficio para que impidiera, primero, que llegaran a París, después que consiguieran la primera edición de la Encyclopédie (que era la que buscaban por su autenticidad), posteriormente que pagaran por ella y finalmente, camino a Madrid con su preciada carga, que llegaran a su destino.

Como es dado en las novelas de Pérez Reverte, los vericuetos existenciales se fueron entrelazando con los devaneos románticos y de forma muy sutil se desataron las pasiones, siempre dejando a la imaginación y el encantamiento el desarrollo de los encuentros amorosos.

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‘El autor igual corretea por los puentes de Lisboa disfrazado de ‘graffitero' para sentir la adrenalina de estos artistas urbanos, o paga las rondas de cervezas y tequilas en bares de mala muerte donde se entera de quién es el rey o la reina del narcotráfico en México',

MARIELA SAGEL

EX MINISTRA Y ARQUITECTA

http://laestrella.com.pa/estilo/cultura/todavia-quedan-hombres-buenos/23892814
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Ada
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MensajePublicado: Lun Sep 28, 2015 2:57 pm    Asunto: Responder citando

Los hombres buenos de Arturo Pérez Reverte
9 SEPTIEMBRE, 2015

Hombres buenos, de Arturo Pérez Reverte (Alfaguara) es uno de los libros de obligada lectura este año. Delicioso, divertido, puntilloso, bastante amargo y, sin embargo, edificante.

Un viaje entre Madrid y París que se convierte en otro más profundo, hacia el interior de uno mismo y de la sociedad de la que forma parte. Situada en el siglo XVIII, el de las Luces, la historia de los académicos Hermógenes Molina y don Pedro de Zárate sigue siendo la de la España de hoy.

“En tiempos de oscuridad siempre hubo hombres buenos que lucharon por traer las luces y el progreso. Y no faltaron quienes intentaban impedirlo”.

Dice Arturo Pérez Reverte que ha tirado más de imaginación que de realidad al referirse a compañeros suyos de la Real Academia de la Lengua, la que limpia, pule y da esplendor. Aún así, cabe imaginarse las bromas y las sonrisas, porque son con las que los profanos empiezan Hombres buenos, la historia de dos académicos españoles que, en el siglo XVIII, amparados por la protección Real y su misión de guardianes de la lengua, viajan a París en busca de la primera colección de la Encyclopédie, prohibida entonces en España. Dos puntos de vista semejantes pero enfrentados en cuestiones como la religión y los reyes, dos sociedades, la española y la francesa, a punto de saltar por los aires con la Revolución, separadas por mucho más que los Pirineos.

Y libros, libros, libros… Los que encuentran, a los que recurre Pérez Reverte para seguirles, siglos después, los pasos, los que ellos mismos escriben y traducen, todos protagonistas silenciosos de esta aventura viajera y filosófica en la que, hasta el más pintado acaba seducido por su mensaje negro sobre blanco o, al menos, picado en su curiosidad. Libros autorizados y perseguidos, con los que se traficaba y se seducía, siempre en manos de hombres y mujeres de carne y hueso, pensadores, científicos, lingüistas, sicarios, periodistas, reyes, damas de alta cuna y, como ya hemos dicho, el propio escritor, que aparece y desaparece en la narración, alternando sus andanzas a la hora de reconstruir los pasos de sus protagonistas, personas de carne y hueso en realidad, con las de los mismos Molina y Zárate. “Un juego”, como dice The Times, “inteligente entre historia y ficción.”

Divertida, ágil, original, absorbente, Hombres buenos da pie a la reflexión, sobre aquel entonces, cuando pudimos dar el salto y nos quedamos en el intento, y sobre el ahora, cuando, mal que nos pese, muchos de esos polvos siguen siendo los lodos que nos atrapan los zapatos, sin dejarnos despegar del suelo de la ignorancia.

Si la tienen entre manos, no lo duden: Hombres buenos.

Qué: Hombres buenos, de Arturo Pérez Reverte

Quién. Alfaguara

http://www.viajesdeprimera.com/libros/los-hombres-buenos-de-arturo-perez-reverte/21407
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Rogorn
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MensajePublicado: Sab Oct 24, 2015 10:12 am    Asunto: Responder citando

Tú también eres un "hombre bueno"
Alba Martínez - wsimag.com - 22/10/2015

En el siglo XVIII, dos 'Hombres Buenos' fueron enviados a París en medio de un estado inquisitorio y lleno de prohibiciones para traer a España La Encilopedye [sic], libro mal visto y prohibido tanto en nuestro país como en Francia. Hoy, conocemos a estos dos peculiares miembros de la Real Academia Española, su historia y su aventura camino a Francia. Su único deber era traer cultura a la inculta España de aquella época. Un país donde las letras y el conocimiento estaban en manos de muy pocos, y eran muchos menos los que valoraban su poder e importancia. Estos ‘hombres buenos’ encontraron trabas a la hora de realizar esta labor, pues siempre existe alguien al que no le interesa que nuevas ideas lleguen al conocimiento de la sociedad y cambie su forma de pensar. Conversaciones exquisitas y maravillosas sobre literatura y filosofía, corrientes de pensamiento opuestas pero tolerancia entre ellas que tienen como protagonistas a los personajes quienes, en muchas ocasiones nos regalan grandes lecciones de humanidad.

Arturo Pérez-Reverte nos desvela una historia real, pero no solo eso; paralelamente encontramos el cómo se ha escrito la historia. Conocemos cada detalle de la investigación, documentos utilizados y materiales encontrados relacionados con esta historia. Paso a paso seguimos el camino que los protagonistas recorren y el que el escritor lleva para contarnos la historia. Un libro cuidadosamente escrito, que nos engancha desde la primera palabra y nos hace partícipes de la historia. Conocemos poco a poco a Don Hermógenes, bibliotecario y muy católico. Le coges cariño a este humilde y bonachón hombre. Por otro lado, el distinguido Almirante Don Pedro Zárate, enamorado de la mar. Juntos nos hacen pasar buenos ratos pero sobre todo leer excelentes conversaciones que nos llenan de cultura la mente y el alma.

Reverte, con sus palabras, nos trasladan a aquella época y nos hacen disfrutar con cada frase. Pasear por aquella Francia en Estado prerevolucionario, reír con las ideas del abate Bringas y su peculiar carácter, admirar la valentía del Almirante y encariñarse con el entrañable bibliotecario. La historia tiene cabida en este relato, y conocemos aquella España censurada y muy atrasada. Estos personajes hicieron todo lo posible por traer las luces a una sociedad española totalmente apagada y reprimida. ¿Lo consiguieron? Solo lo sabremos al leer el desenlace de esta magnífica historia. Gracias Arturo Pérez–Reverte, eres uno de esos hombres buenos de nuestro tiempo.
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MensajePublicado: Lun Oct 26, 2015 9:13 am    Asunto: Responder citando

Ayer hablaron del libro en "Carrusel deportivo". No es coña. Citaron una frase y la comentaron. Entre gol y gol
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MensajePublicado: Mar Oct 27, 2015 6:14 pm    Asunto: Responder citando

Revista Criterio. Argentina


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MensajePublicado: Jue Oct 29, 2015 11:51 am    Asunto: Responder citando

Con herramientas literarias para mentir
El Vocero (Puerto Rico) - 29/10/2015

De visita en Puerto Rico para dictar hoy la conferencia magistral 'Literatura, educación y vida', en el VI Congreso Santillana de Educación, a celebrarse en el Antiguo Casino San Juan, el internacionalmente laureado novelista español Arturo Pérez-Reverte habló a 'El Vocero' sobre su más reciente novela, 'Hombres buenos' (Alfaguara 2015), un espectacular relato de la época de la Ilustración, en torno a dos miembros de la Real Academia Española (RAE), a quienes encargan conseguir en París los 28 volúmenes de la 'Encyclopédie' de Diderot y D'Alembert, prohibida en España.

La novela se constituye en una gran metáfora en defensa de la cultura con letras mayúsculas, entre la razón y el oscurantismo, ideas estas de finales del siglo 18, pero que los personajes definen. De una parte, D'Alembert, coautor de la enciclopedia y personaje histórico, con que la época urgía una revolución de libros y la palabra, mientras que el antitético personaje, inventado por el autor, Bringas, define que lo que hace falta es un baño de sangre precedido a la razón. En estas luchas interviene el autor para aclarar asuntos del argumento, la época o de los personajes, pero desfilando como otro ente de su ficción.

"Es una novela que tiene un artefacto, que tiene que funcionar con los trucos aprendidos de los maestros, en busca de herramientas, y esta novela, como todas las mías, cuenta con estrategias y argumentos para seducir al lector. En realidad, todo es mentira hasta lo que digo es verdad [sic, ¿?]. Las cosas son inventadas, intervengo como autor, pero también es ficción. Esos son dos planos de una novela en una novela. Me di cuenta que si contaba la cosa lineal, podía ser aburrido, mientras que si contaba de esta forma, teniendo a ese narrador y contando con esa literatura tan cervantina, pues tenía más libertad, podía meter más cosas, con una estructura mucho más eficaz", respondió Pérez-Reverte después de bautizarle como el "capitán del engaño", en alusión a su popular personaje del capitán Alatriste.

Es, sin duda, el gran maestro de la ficción, dado que Pérez-Reverte mueve a sus lectores hacia todos los rincones de su argumento, a hacerles cómplices de sus inusitados y peligrosos viajes en busca de 'L'Encyclopédie', editada entre los años 1751 y 1772 en Francia bajo la dirección de Denis Diderot y Jean le Rond d'Alembert. Considerada una de las más grandes obras del siglo XVIII y con una copia real en la RAE hoy en su tercer siglo de historia, esta contenía la síntesis de los principales conocimientos de la época.

El escritor ha tenido la ventaja de que ha sido corresponsal en países en guerra durante 21 años, con una vida muy agitada en el Líbano, Eritrea, el Sáhara, las Malvinas, El Salvador, Libia, Sudán, Mozambique, Angola, el Golfo Pérsico,Croacia y Bosnia. Por ello, declara de sus atmósferas que cuando ha puesto actos de violencia en su obra no se los inventa, sino que recuerda lo que ha visto. Escribe además muchas horas al día, y entonces agarra su bote y se va a navegar. Su deporte se constituye en un desafío continuo, dado el peligroso mar, que le obliga a estar lúcido y atento.

"'Hombres buenos' es un homenaje a la Academia, que tiene su homóloga en la puertorriqueña, que son hermanas y poseen la unidad del español, una lengua global. Cualquier tiempo es de hombres buenos que han intentado hacer mejor el mundo, con la razón y las ideas. Los maestros de escuela son así, tienen patriotismo cultural. A los chicos se les borra la memoria y ocurre también en América, Puerto Rico, España... Mis novelas recuperan la historia como explicación del presente. En España, como en la América hispana tenemos esa memoria de opresión, de curas fanáticos, reyes incapaces, de gente corrupta. Eso nos ha dejado muy marcados. Esa vieja hispanidad nunca desaparece del todo: no querer razonar, la intransigencia, la estupidez, todo eso sigue estando", expresó. Y agregó: "Los españoles de allá sufrimos como los puertorriqueños de acá. Es muy importante mantener la memoria, el carácter, avanzar, modernizarse; pero recordar. Cuando llego aquí, veo que el español se respeta y se utiliza como arma de defensa cultural. Por eso vengo a Puerto Rico, porque nunca me he sentido extranjero. El puertorriqueño en España nunca es extranjero, jamás", dijo el artista.
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MensajePublicado: Jue Nov 12, 2015 4:27 pm    Asunto: Responder citando

'Hombres buenos', de Arturo Pérez-Reverte
serendipia-monica.blogspot - 12/11/2015

Un reputado escritor, letra T de la Real Academia de la Lengua Española desde hace doce años, posa su mirada sobre los 28 tomos completos de 'La Enciclopedia' en las nobles estanterías de la biblioteca de la Academia. Curioso, se pregunta cómo fue posible su adquisición a finales del siglo XVIII, durante el reinado de Carlos III, un rey que pese a la Inquisición no dejaba de favorecer ciertas políticas ligeramente ilustradas y esperanzadoras en aquella España absolutista que jamás abrazó el siglo de las luces europeo. Aunque la 'Enciclopedia' de Diderot, D'Alembert y Le Breton estaba en el índice de libros prohibidos de la Inquisición, Carlos III dispensa a la Real Academia de la Lengua Española para la adquisición de uno de sus escasísimos originales en 1780. Para tal arriesgada empresa, la Academia envía a París a dos hombres honestos, dos hombres buenos, capaces de afrontar tamaña empresa por el bien de la razón y la ciencia, en feliz cruzada contra el oscurantismo y la omnipresencia aterradora de la Inquisición. Uno de ellos es Hermógenes Molina, el bonachón bibliotecario de la academia, experto en clásicas, excelente traductor y hombre de sincera fe, pero con el firme convencimiento de que el bien debe lograrse en este mundo; el otro, el almirante de marina Pedro Zárate, ilustrado, caballero, bregado soldado y hombre de temple extraordinario. En contra de tamaña empresa, dos firmes opositores que harán lo posible por perjudicar la misión de esos dos hombres y que la 'Enciclopedia' no pise jamás territorio español: un ultraconservador, Manuel Higueruela, y un librepensador de pacotilla convencido de que el único que debe traer las luces al país es su excelsa persona, Justo Sánchez Terrón. Cuando el buen Hermógenes y el imperturbable Pedro Zárate salen de Madrid camino del espléndido París pre-revolucionario, la aventura comienza.

"Por la ventana de la alcoba, con sólo levantar los ojos, el bibliotecario alcanza a ver el convento de las Trinitarias, que está al extremo de la calle. Y no hay ocasión en que mire por esa ventana, concluye, que no se sienta inundado de melancolía. La rancia, deprimida e inculta nación que tanto necesita ideas que ilustren su futuro resume buena parte de sus dolencias endémicas tras aquellos muros de ladrillo. Miguel de Cervantes, el hombre que más gloria dio a las letras hispanas y universales, yace ahí mismo, en una fosa común."

Con voluntad galdosiana o sin ella —que eso solo lo sabe el autor—, 'Hombres buenos', de Arturo Pérez-Reverte, bien podría ser un Episodio Nacional Cero. No solo porque se enmarca inmediatamente antes del primero de los 'Episodios' de la primera serie, 'Trafalgar', sino porque recoge con cristalina intención el espíritu de Galdós de retratar esas dos Españas, de cuyos fantasmas -a nuestro pesar y para nuestro castigo- todavía no nos hemos librado. Porque aunque con Carlos III el país vivió una época de cierta esperanza, todo se vio truncado con la omnipresencia de la Iglesia y su Inquisición, que frenaron sin piedad las nuevas ideas, la apertura, la brisa de ciencia y de razón, y España se perdió la oportunidad de ser un país con una historia nacional algo más feliz y menos tenebrosa. La Inquisición controlaba absolutamente todo, desde el conocimiento que se impartía en la Universidad hasta las ideas de los pensadores y filósofos (miedo, exilio, pena de muerte, etc). Por eso ni la Ilustración ni las ideas de libertad de la revolución francesa germinaron nunca a este lado de la frontera europea.

A través de las conversaciones de dos hombres buenos, Zárate y Hermógenes, Arturo Pérez-Reverte retrata la actualidad española de finales del siglo XVII, esa dualidad entre Iglesia vs Razón, el dilema de si el progreso debe venir a través de la fe o de la razón. Pero también fantasean sobre la España que podría haber sido, la España posible, sin el oscurantismo de la Inquisición, con fronteras permeables a la 'Enciclopedia', símbolo de esta revolución de las luces. Pueblos groseros hay en todas partes, reflexionan los dos académicos camino de París, lo importante es una nación de élites cultas.

A estas alturas de nuestro siglo reseñar una novela de Arturo Pérez-Reverte puede parecer superfluo a muchos lectores, seguramente porque todos conocemos al autor y hemos leído unos cuantos de sus libros, y a ver quién viene a discutir sobre su buen hacer como periodista y como escritor. Pero quizás coincida el lector en señalar que el señor Pérez-Reverte, como contador de historias, no siempre nos convence de igual manera, y por eso he disfrutado especialmente de 'Hombres buenos'; porque me parece una de las mejores novelas de su autor. La encrucijada histórica del momento, la magnífica alternancia entre las líneas argumentales del presente del escritor (muy divertida) y del pasado (Hermógenes y Zárate), el continuo debate entre luz y oscuridad, ese toque de aventuras clásicas, los carismáticos personajes que protagonizan estas páginas o los escenarios parisinos de finales del XVIII, son solo algunos de los puntos fuertes de una novela que se disfruta de principio a fin por la pasión y la voluntad histórica que ha puesto en ella su autor.

Lector, una de las mejores novelas de ficción (o no tan ficción) de Arturo Pérez-Reverte.
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MensajePublicado: Dom Nov 15, 2015 6:13 pm    Asunto: Responder citando

Los ‘Hombres buenos’ de APR
Roberto Colom - robertocolom.blogspot - 15/11/2015

Es posible, aunque poco probable, que el título de la última novela de Arturo Pérez-Reverte (APR) haya sido inspirado por la excelente película de Rob Reiner ('Algunos hombres buenos'). ‘Hombres buenos’ fue una agradable, aunque intensa, lectura de este verano de 2015. Agradable, porque uno lo pasa bien si le gustan las extensas diatribas dialogadas, en este caso sobre la sociedad de la época. El autor se "calienta" con frecuencia al repasar los pormenores de la vida en el siglo de las luces. Intensa, porque APR procura encontrar un equilibrio complejo entre las dos sociedades que se comparan en la novela (“pueblos groseros hay en todas partes”), la de los enciclopedistas franceses (Voltaire, Rousseau, Montesquieu, Diderot, D’Alembert) y la arcaica España (‘La España posible en el tiempo de Carlos III’, según Julián Marías). La escala de grises que nos dibuja se aleja de los manidos extremos: “Sería de justicia recordar que en tiempos de oscuridad, siempre hubo hombres buenos que lucharon por traer a sus compatriotas las luces y el progreso (…) los españoles seguimos siendo los primeros enemigos de nosotros mismos”.

La narración se construye alrededor del tortuoso viaje (“en aquel tiempo, viaje era sinónimo de aventura”) de dos académicos de la Real Academia de la Lengua Española a París (“el pleno de la Academia aprueba por mayoría designar a dos hombres buenos –el bibliotecario Hermógenes Molina y el brigadier retirado de la Real Armada Pedro Zárate— para adquirir la obra completa”) para traerse a su excelente biblioteca los voluminosos tomos de la Enciclopedia (“la obra que compendiaba la mayor aventura intelectual del siglo XVIII: el triunfo de la razón y el progreso sobre las fuerzas oscuras del mundo entonces conocido (…) los 28 volúmenes editados entre 1751 y 1772”). Una obra prohibida por el Santo Oficio para su uso y consulta por el pueblo llano. Pero los académicos lograron los permisos reales y eclesiásticos necesarios para hacerse con ella.

Como experimentado narrador, APR incluye villanos que se esfuerzan por impedir que se alcance la meta. Además, me resultó original que se intercalase la descripción estándar de sucesos en cualquier novela con la propia tarea documental del autor (“miré otra vez hacia el río, a cuyas aguas se habían asomado 230 años atrás los protagonistas de mi historia”). Imagino que puede ser porque, en la actualidad, él mismo forma parte de la Real Academia, y, por tanto, quizá materializa así un deseo de haber formado parte de aquella expedición. Bastante comprensible. Es fácil simpatizar.

La narración se ajusta a lo que se sabe sobre los hechos que, felizmente, terminaron con los gruesos tomos en los fondos de la biblioteca de la Academia (“el papel, inmaculadamente blanco pese a su edad, sonaba como si estuviera recién impreso. Buen y noble papel de hilo, resistente al tiempo y a la estupidez de los hombres”). APR rellena las lagunas con maestría y oficio, como no podía ser de otro modo, y aprovecha para desarrollar su propia actividad iluminadora recordando la facilidad de España para ignorar a sus figuras eminentes (“los prudentes callan y los audaces sufren”). Algunos ejemplos: a) Cervantes pasó inadvertido hasta que fue reconocido en el extranjero, b) Antonio de Ulloa fue apresado por los ingleses y honrado por las sociedades científicas de la pérfida Albión, c) el excelente marino Jorge Juan fue, también, ninguneado por sus compatriotas, d) el gobierno quiso que en las universidades españolas se explicase la física newtoniana, pero los universitarios se opusieron. Si se animan a leer esta recomendable novela, encontrarán más referencias de ese tenor que conviene recordar para evitar actitudes y acciones similares en el futuro.

Una de las escenas que más me aprovechó, aunque fuese aislada, es el intento de algunas autoridades (retrógrados de turno) por convencer a Carlos III para retirar el permiso real para adquirir la Enciclopedia. El monarca, que conoce la Enciclopedia de primera mano, hace saber al séquito que la obra está en su biblioteca y que no está dispuesto a escucharles: “Que la Enciclopedia esté en la biblioteca de la Academia Española es algo que conviene a mi real servicio”.

Hay, como dije, un interesante juego de grises: “Quizá ser español sea a menudo una desgracia, pero en todas partes cuecen habas. Si en Madrid hay inquisición, en París hay una Bastilla (…) fanáticos rencorosos, con su frustración y su odio, echaron más gente a la calle (durante la Revolución de 1789) que todos los enciclopedistas juntos”.

El encuentro de nuestros hombres buenos con algunos enciclopedistas (D’Alembert, Condorcet) y con Benjamin Franklin en un café de París es glorioso. En un momento determinado, nuestro militar declara, ante la provocación de D’Alembert: “Soy un hombre fuera de su patria. Conozco los defectos de la mía, y con frecuencia los discuto con mis compatriotas. Pero sería deshonroso tratarlos fuera de ella. Con extraños, si tienen la cortesía de disculparme el término”. El enciclopedista reconoce que esa actitud le honra. Nosotros deberíamos tomar buena nota y deponer la actitud de estimular patológicamente tan grosera tendencia.

La escena de seducción de la burguesa donostiarra Margot Dancenis (casada con un acaudalado francés preocupado más por sus libros que por las aventuras de su esposa) y Pedro Zárate permite al lector asistir a una secuencia de elegante morbo. El almirante le dice a la señora: “Una mujer hermosa nunca tiene cuarenta años: tiene treinta o sesenta”. Y, en algún momento, Margot le declara a Pedro que “cuando se desvanece la ilusión de las primeras pasiones, la razón se perfecciona”. Ante las trampas de la burguesa, el marino sale airoso, salvo cuando le invita a leer fragmentos de un libro con alto contenido erótico (el equivalente, si se me permite, a poner una película porno 3D en el BluRay): “Acercándose despacio a Margot Dancenis como si diera a esta la oportunidad de detenerlo con una palabra o una mirada, recorre, sin hallar obstáculo, el espacio que lo separa de la voluptuosidad”.

Finalmente, tras numerosas vicisitudes (decenas de libreros sin fondos, duelos al amanecer o robos a plena luz del día en las sucias calles parisinas) los académicos logran comprar la Enciclopedia a una viuda. En el viaje de regreso a Madrid, el villano casi logra impedir el feliz final antes de que los viajeros entren en la península ibérica, pero los sucesos se inclinan hacia el lado positivo, y, sin más percances, los casi treinta volúmenes logran el reposo en las estanterías de la biblioteca de la Academia Española.

La lectura de ‘Hombres buenos’ estimula el apetito por visitar la Real Academia y lograr el permiso para acariciar delicadamente los volúmenes de la Enciclopedia. Aunque seguro que pueden consultarse en Internet.
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MensajePublicado: Lun Nov 16, 2015 12:35 pm    Asunto: Responder citando

Arturo Pérez-Reverte: 'Hombres buenos'
unlibroaldia.blogspot - 16/11/2015

Valoración: por una parte, está bien; por otra, intragable

Hacía un porrón de años que no leía nada de Pérez-Reverte. Cuando escribo "porrón", me refiero a la época de los primeros Alatristes. ¿Cuánto hace ya de eso? ¿Doce, quince años? Por ahí. Lo menciono porque aunque me consta que él ha ido sacando libros con la regularidad de un metrónomo o un desfile militar (¿cómo no enterarse, con las campañas de promoción por tierra, mar y aire que suelen acompañar el lanzamiento de sus novelas?), yo no tenía mucha idea de por dónde han ido sus derroteros literarios; si sigue haciendo lo de antes o ha evolucionado hacia... yo qué sé, la autoficción metaliteraria. Por decir algo.

Impelido por razones que no vienen al caso a leer su última novela, 'Hombres buenos', ahora puedo afirmar que Pérez-Reverte ha mejorado bastante como escritor: ya no abundan tanto los lugares comunes, los diálogos chulescos... los personajes aparecen definidos por algo más que un patronímico chocante y dos o tres rasgos tópicos (ahora son cuatro. por lo menos); la narración se ha vuelto menos efectista y más reflexiva. A cambio, el libro también resulta más aburrido, me temo. También es verdad que la historia que nos cuenta no resulta especialmente trepidante: se trata del viaje -auténtico- que, a finales del siglo XVIII, realizaron a París dos miembros de la Real Academia Española de la Lengua con el objeto de adquirir, para tan venerable institución, una primera edición completa de la 'Enciclopédie' de Diderot y D'Alembert, el no va más del saber científico y filosófico del momento. Una historia ésta que con seguridad le resulta especialmente cara a don Pérez-Reverte, pues no olvidemos -ni podemos hacerlo, puesto que él se encarga de recordárnoslo a lo largo de todo el libro- que también es académico de la RAE. Pero una historia, en fin, que a pesar de los loables intentos del autor por darle vidilla a la trama, da como resultado una novela fundamentada, más que nada, en una recreación histórica minuciosa -y aparentemente bien conseguida, hay que decirlo- y en los constantes diálogos entre los personajes. Conversaciones que tratan sobre todo, como no podía ser de otra forma, de:
1-Libros y autores de la época.
2-La disyuntiva entre tradición/modernidad o ciencia/superstición (por no decir religión).
3-España; es decir: los males de España; los remedios a los males de España; la dificultad de aplicar los remedios de los males de España, etc... (toda una fiesta, vaya).

Los protagonistas, el marino don Pedro Zárate y el bibliotecario don Hermógenes, resultan una pareja dispar pero bien avenida (en la tradición de las "buddy stories": Don Quijote y Sancho, el Gordo y el Flaco, Mortadelo y Filemón...); demasiado bien avenida, quizá, desperdiciando el juego que podrían haber dado sus desavenencias. Menos mal que a partir de un cierto momento se les incorpora el ínclito y revolucionario abate Bringas, (personaje también real, al parecer), para aportar la nota discordante. En todo caso, resulta incluso loable la idea de honrar la memoria de unos hombres que trataron, en la medida de sus posibilidades, de contribuir a desasnar a sus compatriotas (con eficacia harto discutible, como demostraron los dos siglos subsiguientes).

Para ser justos, hay que admitir que el resultado de estas casi seiscientas páginas es una novela correcta, bien escrita y ambientada, de lectura fácil aunque, como ya he señalado, más bien aburridilla. Pero en fin, aconsejable a quien le gusten las recreaciones históricas y las novelas de corte convencional. Ahora bien... quizá no tan convencional, porque resulta que Pérez-Reverte sí que se dedica, o al menos lo utiliza, a ese recurso tan "à la page" que es la llamada "autoficción". Aunque sea una autoficción un tanto impostada: en efecto, don Arturo se coloca a sí mismo como personaje para contarnos sus cuitas, indagaciones y difíciles pesquisas para documentar esta novela como es debido (perfeccionista que es... y deja ver). Es un truco muy pillo, puesto que le sirve, por un lado, para colarnos así la información que, en rigor, debería de proporcionarse a través de la narración en sí. Y por otro, nos demuestra lo muchísimo que ha trabajado en la ambientación, a pesar de que tal cosa no se trasluzca siempre en la novela (por ejemplo: nos cuenta los muchos y venerables libros y cartografía que hubo de consultar para establecer la ruta exacta de Madrid a París en el siglo XVIII, con sus casas de posta, etc... y luego, apenas lo utiliza al contar el viaje). De paso, inserta como personajes a algunos de sus compañeros académicos, a quienes seguro se les hizo el culo gaseosa al verse inmortalizados en tan insigne obra.

¿Les parece que el tono de la reseña se ha ido agriando en el anterior párrafo? Pues sí, lo siento... pero si hay algo que me toca las narices -por no decir otra cosa- es esta puñetera moda de la autoficción, más aún si es fullera, como es el caso. ¿Quién les ha dicho a los juntaletras de turno que a los lectores nos interesan un pimiento su vida y circunstancias? Por lo que a mí respecta, acepto -a regañadientes- que lo haga Emmanuel Carrére, por ejemplo, que ha demostrado ser un buen escritor; paso por que lo haga Laurent Binet, que parece buen chaval. Incluso se lo puedo perdonar a... no sé, Paco Roca, que al menos tiene el doble curro de dibujar y escribir (a Cercas, por si alguien se lo está preguntando, no se lo perdono). ¿Pero a Pérez-Reverte? ¡Ni hablar del peluquín! Además, si quisiera saber algo -más- de su vida, para eso está Twitter, que tampoco es que sea muy discreto, el hombre.

Vamos, jamais de la vie! (que es la manera fina de decir que en mi **** vida).

(Pido perdón si alguien se siente molesto por las palabras de mi último párrafo -excepto si se trata del autor del libro, claro está-, y les doy gracias a todos por su comprensión al permitirme el desahogo. Que tós semos personas humanas... ¿que no?).
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MensajePublicado: Sab Nov 21, 2015 12:02 am    Asunto: Responder citando

'Hombres buenos', de Arturo Pérez-Reverte
Marcos Reyes Dávila - 80grados.net - 20/11/2015

Recién terminé de leer la última novela de Pérez-Reverte. Confieso que mi impresión sobre la novela fue variando según avanzaba en la lectura, cosa que no es inusual. Se titula 'Hombres buenos' (Alfaguara, 2015, 582 págs.), y aunque su título no sea precisamente sugestivo, me interesó tras leer en la contraportada que se trataba de la aventura vivida por un par de académicos de la lengua española que a fines del siglo XVIII, el siglo de la Ilustración y las “luces”, emprenden un viaje a Francia con la encomienda de adquirir, para la Real Academia de la Lengua, una copia de los 28 volúmenes de la famosa 'Enciclopedia'. En esa contraportada se anunciaba que el viaje estuvo sujeto a intrigas y sobresaltos, a “caminos infestados de bandoleros”, a la prolija descripción de París contrastada con la España de entonces, y la presencia y participación de algunos de los “ilustrados”. A ello se añadía que la ficción se nutrió de una exhaustiva investigación, pues lo narrado se ajustó a hechos verdaderos y personajes reales.

Uno de los aspectos que inicialmente me interesó más fue la técnica de Pérez-Reverte de anticipar las escenas ficticias ubicadas en el siglo 18 con referencias a la investigación que realizó en el siglo XXI, es decir, recientemente. De la mano de ello van los detalles de las dificultades de esa investigación, realizada muchas veces sobre el terreno, es decir, siguiendo el rastro del viaje de los académicos tal como ocurrió para ubicar sobre espacios reales los hechos, la atmósfera de las ideas de entonces referidas con el contraste de un personaje con puntos de vista intermedios entre el catolicismo tradicional imperante, y de otro más afín con, e inmerso ya en, las nuevas ideas. Asistimos pues, en vivo y a todo color, a la manera como el novelista resuelve los problemas concretos que le plantea la creación misma del texto y la ficción novelística. En ese sentido, esta novela revela la intríngulis del proceso, no sin pizcas de humor, y de la relación entre realidad y ficción como pocas, y no desde el punto de vista del crítico que la analiza, sino del narrador en el proceso mismo de la creación. Algo así como esos llamados “acontecimientos en pleno desarrollo”, como el 'Dossier' de Walter Martínez en TeleSur.

De principio a fin se teje un discurrir de intrigas y traiciones que acechan en lo oscuro los pasos de los “hombres buenos” que poco a poco tienden entre sí los puentes de la solidaridad y la amistad. En un caso, desde la ingenuidad de quien ha construido su vida solo con ladrillos de libros, y en el otro, desde la experiencia de la guerra naval. Pero es la honradez y honorabilidad del carácter de ambos lo que hace posible esta cada vez más estrecha relación entre hombres de ideas desparejas.
Toman vida en la novela las reuniones de los académicos del siglo, la vida urbana madrileña y la de sus calles y sus días cotidianos; toma vida, ante nuestros ojos, los caminos hacia los Pirineos, y los caminos hacia París, en carretas y en posadas; toma vida el París urbano lleno de los acomodos aristocráticos, las plazas, calles, hoteles y paseos a ambas orillas del Sena, y también del París de los barrios miserables marginados. Toma vida la conversación de los aristócratas, la de los representantes de las nuevas ideas, los barruntos de una revolución que no tardará en estallar, así como la encarnación de personajes corruptos y viles.

La continua intervención del autor Pérez-Reverte me llegó a incomodar más de una vez por la interrupción de la narración que supone. No obstante, debo reconocer la importante aportación de ellas y la manera como ese contrapunto lograba, a fin de cuentas, darle algo así como una dimensión tridimensional al texto. Lo mismo me ocurrió con el incesante debatir entre los académicos que, a fin de cuentas, no hizo sino enriquecer el debate de ideas que generó entre los académicos de España la penetración subyacente de las ideas de la Ilustración. Parte de la narración, pues, surgía en apariencia del propio Pérez-Reverte, y parte de un narrador en tercera persona. Entre una voz y la otra mediaba generalmente una oportuna y clara indicación, pero en otras se pasaba de una voz a la otra casi inadvertidamente.

Con frecuencia ocurre que la novela cuya lectura nos atrapa en un principio languidece hacia la mitad de la historia. No ocurre eso con esta novela. En los últimos capítulos, Pérez-Reverte logra imbuirle a la historia una fuerza y una energía apasionante, cristalización de una indudable maestría. Mis felicitaciones al novelista.
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Ada
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MensajePublicado: Vie Dic 18, 2015 10:13 am    Asunto: Responder citando

La larga batalla hacia la luz

Autor prolífico, creador de Las aventuras del capitán Alatriste y de la novela El Club Dumas, llevada luego a la pantalla por Roman Polanski (La novena puerta, 1999), entre otros títulos, es probable que el nombre de Arturo Pérez-Reverte no necesite mayores presentaciones.
9788420403243

Hombres buenos, de Arturo Pérez Reverte. Alfaguara. Barcelona, 2015. 582 págs
Incluso quienes no hayan incursionado en su obra literaria puede que se acercaran a su obra periodística, donde el autor es todo un veterano del oficio y un sembrador de polémica. Así lo demuestra en sus columnas para la revista XLSemanal, donde aborda sin temor a la incorrección política temas de actualidad, como el de la integración de la comunidad musulmana en Europa, levantando no pocas veces polvareda.
En este título reciente, Hombres buenos, Pérez-Reverte vuelve a un espacio temporal que ya ha sabido tratar en textos anteriores, el del siglo XVIII durante el reinado de Carlos III, un período que no parece haber tenido en España la misma suerte que en el resto de Europa. Porque los grandes hitos de la época, mojones en la historia, como el enciclopedismo, la Ilustración o la revoluci...

http://brecha.com.uy/la-larga-batalla-hacia-la-luz/
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Rogorn
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MensajePublicado: Dom Ene 10, 2016 4:02 pm    Asunto: Responder citando

-¿Por qué es personaje de obras de Javier Marías, Arturo Pérez Reverte, Javier Cercas…?
-Quizá porque soy de los pocos filólogos que ha tenido muchas presencias en el mundo de la literatura creadora y por consiguiente soy un tipo raro para los escritores.

-¿Y se gusta?
-En general, me encuentro representado por debajo de mis posibilidades.

Resto de la entrevista con Francisco Rico: http://ccaa.elpais.com/ccaa/2016/01/08/catalunya/1452286758_615849.html
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Ada
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MensajePublicado: Mar Ene 12, 2016 1:15 pm    Asunto: Responder citando

Hombres buenos, Arturo Pérez-Reverte
elplacerdelalectura.com - 08/01/2016

“Sería de justicia recordar que, en tiempos de oscuridad, siempre hubo hombres buenos que lucharon por traer a sus compatriotas las luces y el progreso… Y que no faltaron quienes procuraban impedirlo.”
A. P.-R.

Arturo Pérez-Reverte suele generar polémica con sus intervenciones personales (artículos de prensa, entrevistas, conferencias), y a veces hay quien confunde al hombre con el escritor, descalificándole o ensalzándole por manifestaciones que nada tienen que ver con su obra literaria, la cual considero que cada vez muestra una mayor madurez. Esta última que tratamos aquí, con formato de novela pero estructurada, como ya es habitual en muchos autores contemporáneos, con doble discurso ficción/no ficción, cuenta un relato basado en hechos reales: el viaje a París de dos académicos de la lengua española con el objetivo de adquirir una primera edición de la 'Encyclopédie'. Y simultáneamente, muestra el proceso investigador, apasionante, que precede y acompaña a la escritura de un relato.

Tal viaje tuvo lugar, desde luego: el bibliotecario don Hermógenes Molina y el brigadier retirado (al que apodan el almirante) don Pedro Zárate, recibieron de sus compañeros y con el visto bueno del rey Carlos III el encargo de viajar a París para conseguir los 28 volúmenes de la enciclopedia francesa editada entre los años 1751 y 1772 bajo la dirección de Denis Diderot y Jean Le Rond d'Alembert. Tarea que se presentaba ardua y complicada, tanto por el viaje como por la propia compra en sí. Hay que tener en cuenta que la primera edición era la más solicitada y por tanto difícil de encontrar completa. Se habían hecho posteriores ediciones y reimpresiones, casi todas en Suiza, pero con frecuencia introduciendo cambios no siempre deseados. En España era una obra prohibida, e incluso en Francia era objeto de una posición algo confusa, en los tiempos pre-revolucionarios que se estaban viviendo. Pero Carlos III era un rey ilustrado y dio su permiso para que la Real Academia incluyera tal obra en su biblioteca y aumentase de este modo el patrimonio cultural de los españoles.

El viaje fue, como todos los viajes de la época, incómodo y a veces peligroso. Los movimientos por París fueron lentos, y las dificultades no pocas. Porque si bien dispusieron de cierta ayuda por parte de la Embajada, a cargo del Conde de Aranda, también hubo quien trató de entorpecer las investigaciones. Lo cierto es que llegó: la 'Encyclopédie' se halla desde entonces en los estantes de la biblioteca de la Real Academia Española.

Allí es donde la encontró el autor y le entró la curiosidad por conocer los detalles de cómo llegó, quién la trajo y demás. La aventura de investigar estos hechos no podía menos que seducir al periodista que Pérez-Reverte lleva dentro. De este modo, tan interesante resulta conocer el proceso de descubrimiento e investigación del viaje como leer la reconstrucción literaria que el autor hace de éste. Porque lo que había documentado era poco: cartas, actas de la Real, y no mucho más. Pero la mente del escritor se dispara: seguimos el proceso de búsqueda, tanto en la Academia como en librerías de lance, en buquinistas parisinos, hasta dar con planos del París de la época, opúsculos que dan cuenta de las casas de posta de esos años, de las costumbres, las comidas, las ropas y demás datos necesarios para recrear y ambientar un relato. Es un relato en el que sumergidos en el último tercio del siglo XVIII el lector no solo puede apreciar cómo se viajaba, comía, vestía, alojaba y demás actos cotidianos y domésticos, sino de qué se hablaba y qué problemas preocupaban a los hombres de esa época, según su categoría social.

El relato prima más la conversación que la acción, aunque la haya, por supuesto; pero el autor quiere mostrar por medio de los diálogos entre estos dos personajes casi cervantinos, el almirante (alto, enjuto, ilustrado, librepensador) y el bibliotecario, (bajo, rechoncho, creyente y conservador) el reflejo de la España de los tiempos que corrían, el ya permanente enfrentamiento entre las luces y las sombras, la España de pandereta, siesta y aquí-me-las-traigan y la España que busca el progreso, la ciencia y la investigación. Las conversaciones entre ambos viajeros no tienen, pues, desperdicio. Como tampoco lo tienen las conversaciones que el autor tuvo con las personas que le ayudaron en su investigación. Y no solo muestra la España atrasada y pueblerina: muestra también la Francia prerrevolucionaria, con sus tensiones y fuertes contrastes, a punto de ebullición pero aún manteniendo el estatus dieciochesco, de los mejores momentos del Siglo de las Luces. La contraposición de ideas, la libertad de usos y costumbres que nuestros dos compatriotas encuentran en París, al bibliotecario don Hermógenes asombra y perturba mientras al almirante don Pedro complace y admira.

Don Pedro se mueve en su ambiente entre los aristócratas e ilustrados. Quizá entre las damas se ve turbado el viejo marino soltero por la libertad de sus miradas y belleza de sus escotes, sobre todo el de Madame Dancenis (personaje inspirado en Teresa Gavarrús [sic]), libertina aficionada a las filosofías de tocador. Don Hermógenes se nota torpe y fuera de lugar en todo momento. Hay dos personajes más a destacar, que son el contrapunto malvado de la bondad de los protagonistas: el antiguo soldado de caballería Pascual Raposo, que como su apellido indica, es algo “zorruno”, y el exiliado abate Bringas, (personaje inspirado en el abate Marchena) revolucionario y agitador que muestra el lado enloquecido y terrorífico de los tiempos por venir. Los diálogos están empapados de Diderot, Rousseau, Voltaire, Moratín, Jovellanos. “He transformado sus textos en diálogos para mis personajes -afirma Pérez-Reverte en una entrevista-. Así que en ellos, por su boca, hablan realmente los clásicos del XVIII”.

Lo cierto es que Pérez-Reverte cumple sus objetivos, que son varios: sacar a la luz un episodio noble de nuestra Academia; mostrar que España tenía al menos una minoría de ilustrados y por otra parte, que no toda Francia era París: las ideas ilustradas y enciclopedistas desembocarían en una Revolución que supondría una flagrante contradicción con los principios que la animaron. Un último y yo diría que principal objetivo sería el de mostrar que las disensiones entre los liberales y conservadores, los problemas que les enfrentaban en el pasado aún tienen una rabiosa actualidad. El formato paralelo de las reflexiones mientras investiga y el relato en sí ya es un modo de hacerlo evidente. Los cameos, las alusiones, connotaciones y homenajes son múltiples para el que sepa leer entre líneas. En suma: una magnífica obra literaria y un espléndido motivo de reflexión para el lector.
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MensajePublicado: Mar Ene 12, 2016 1:16 pm    Asunto: Responder citando

Luces necesarias
libromedelmal.es - 06/09/2015

Confieso que Pérez-Reverte fue uno de los escritores por el que sentía debilidad en mi juventud. Fue una delicia para mi leer 'El club Dumas', 'La piel del tambor' o 'La Reina del Sur'. No obstante, a partir de esta última novela su producción dejó de encandilarme. Parecía como si se viera obligado a publicar debido a su contrato con la editorial e hiciera las novelas a la fuerza, acudiendo demasiado a sus temas fetiches pero sin preocuparse mucho por hacer conectar al lector con ellos. No obstante, con 'Hombres buenos' Pérez- Reverte ha roto esta inercia negativa y ha vuelto por la puerta grande.

La obra se sitúa a finales del siglo XVIII cuando la Real Academia de la Lengua Española pretende adquirir la 'Encyclopédie' de D’Alembert y Diderot, obra cumbre de la ilustración francesa que estaba prohibida en España. Con tal objetivo enviará a Francia de forma casi clandestina a dos de sus académicos ,el bibliotecario don Hermógenes Molina y el almirante don Pedro Zárate, para que compren y transporten a España los 28 volúmenes de tan magna obra. El éxito de la empresa es bastante incierto ya que estos dos intelectuales que pasan de los 60 años habrán de hacer frente a bandoleros, intrigas políticas, encerronas, incomprensiones y todo tipo de incomodidades para realizar el encargo.

'Hombres buenos' quiere rendir homenaje al enorme esfuerzo de aquellos hombres que intentaron hacer progresar al resto de sus compatriotas a través del conocimiento, la cultura y la ciencia en una España donde estas tres palabras no estaban muy bien vistas. Una España dominada por un clero que podía dictar normas en casi todos los aspectos de la vida de los hombres, desde la manera de vestir a sus creencias sobre la forma de la tierra. Una España que sufría la incompetencia y la dejadez de una nobleza solamente preocupada por mantener sus privilegios y vivir bien sin trabajar. Un país en el que el pueblo era inculto, desconfiado y triste, encomendado a la picaresca para sobrevivir y donde su máxima diversión era el teatro chabacano y las corridas de toros.

Pero hubo hombres que en esa España intentaron que el pueblo tuviera acceso al conocimiento para que así pudiera ser más íntegro y más libre. Para no necesitar que un clérigo le diga en qué tiene que creer y un noble le exija trabajar para él. Y el único medio para difundir ese conocimiento en una época sin ordenadores, tablets, teléfonos, etc. eran los libros y el acceso a ellos.

Pérez-Reverte pone especial cuidado en mostrarse accesible al lector y combina en proporciones perfectas, el entretenimiento con la reproducción histórica. El lector encontrará una novela escrita desde las tripas, entretenida y dinámica, que lo mantendrá enganchado hasta el final. Le hará reflexionar sobre el inmenso potencial que tiene una persona que se acerca a un libro. Y le hará amar todavía más a los libros.
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MensajePublicado: Mie Ene 13, 2016 2:02 pm    Asunto: Responder citando

De la página de FB "ENTRE ROSAS Y LIBROS VIVE UNA PRINCESA"

HOMBRES BUENOS (2015) - Arturo Pérez-Reverte
Siempre es un deleite leer un libro como éste, rigurosamente documentado, en el que a modo de novela de aventuras nos narra las peripecias de dos académicos de la Lengua Española en busca de los 28 tomos de la primera edición de la Encyclopédie. Una novela histórica que es también un relato de su construcción por parte del autor. A la vez, un repaso a grandes obras de la Literatura española y universal, y también un compendio de ediciones de libros de la época para coleccionistas y bibliófilos.
Pero sobretodo, es un alegato al libre pensamiento y a la cultura a través de las luces de la Ilustración que es perfectamente extrapolable a la sociedad actual.
La narración engancha aún sabiendo desde el principio como finalizará la aventura. El ritmo de la narración te envuelve y te obliga a seguir leyendo. No hay nada superfluo, todo está milimétricamente encuadrado, en la trama de la novela. Cada palabra encaja como un guante, como encajan los personajes. Una delicia encontrarme a personajes como Laclós e imaginarlo meditando en ese momento sus "Amistades peligrosas" o a Benjamín Franklin paseándose por ese París prerrevolucionario que como una sombra lúgubre planea en las sombras representadas por el abate Bringas.
Esos personajes contrapuestos a académicos, periodistas, escritores y políticos actuales que Arturo Pérez-Reverte maneja con maestría para descubrirnos que no hay tantas diferencias, entre unos y otros, después de tres siglos.
Y por último y sobretodo, planeando sobre esos “hombres buenos" las luces de finales del XVIII y la religión; el patriotismo y el honor que conforman un todo, con la guinda de los masones para cerrar el círculo.
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MensajePublicado: Dom Ene 31, 2016 8:52 am    Asunto: Responder citando

Los libros más vendidos en España en 2015
Inés Martín Rodrigo - elcorreo.com - 31/01/2016

1. 'La chica del tren' - Paula Hawkins (Planeta) - 252.378 ejemplares vendidos
2. 'La templanza' - María Dueñas (Planeta)- 249.232 ejemplares vendidos
3. 'Hombres buenos' - Arturo Pérez-Reverte (Alfaguara)- 172.930 ejemplares vendidos
4. 'Grey' - E. L. James (Grijalbo) - 133.167 ejemplares vendidos
5. 'Lo que no te mata te hace más fuerte' - David Lagercrantz (Destino) - 120.487 ejemplares vendidos
6. 'El regreso del catón' Matilde Asensi (Destino) - 104.441 ejemplares vendidos
7. 'La luz que no puedes ver' - Anthony Doerr (Suma) - 101.494 ejemplares vendidos
8. 'Diario de Greg 9:carretera y manta' - Jeff kinney (Molino) - 95.970 ejemplares vendidos
9. 'Destroza este diario' - Keri Smith (Paidós) - 90.472 ejemplares vendidos
10. 'El amante japonés' - Isabel Allende (Plaza & Janés) - 90.399 ejemplares vendidos

1.410.970. Esa es la, razonablemente buena, cifra de siete dígitos a la que llegan en conjunto los libros que componen el ‘top ten’ de los más vendidos en España durante 2015. Un año en el que el gremio editorial depositó todas sus esperanzas para salir, por fin, del oscuro túnel en el que llevaba metido desde 2008. Ese casi millón y medio de ejemplares permite al sector sacar pecho, por segundo año consecutivo, creciendo por encima del 0,6% que se alcanzó en 2014. Y todo gracias a clásicos de la escena literaria española, sorpresas inesperadas y habituales de las listas de los últimos años.

La británica Paula Hawkins llegó en silencio a principios de junio, casi sin hacer ruido, con ‘La chica del tren’ (Planeta), novela que según los datos que maneja la consultora Nielsen se convirtió en la más vendida de 2015 en España con más de 252.000 ejemplares (sin contar las cifras de Cegal, que agrupa al gremio de libreros). A Hawkins le sigue, muy de cerca, ‘La templanza’ (Planeta), tercera novela de María Dueñas, con la que la autora de ‘El tiempo entre costuras’ vuelve a saborear las mieles del éxito, como demuestran los más de 249.000 ejemplares colocados desde su lanzamiento, el 17 de marzo del año pasado.

Y si Dueñas es la gran dama de las letras (actuales) españolas, su pareja de baile es Arturo Pérez-Reverte. El académico fijó sus ojos en los estertores del siglo XVIII para contar la historia de dos ‘Hombres buenos’ que logran superar los 171.000 ejemplares desde su llegada a librerías, en la segunda semana de marzo.

Un trío de ases al que, sin embargo, nada tienen que envidiar quienes ocupan los puestos inmediatamente posteriores: E. L. James con ‘Grey’ (Grijalbo), la (precipitada, en tiempo y forma) continuación de la trilogía erótica más rentable de los últimos años, que supera los 130.000 ejemplares, mientras que David Lagercrantz, el sucesor de Stieg Larsson al frente de ‘Millennium’, roza los 120.500 con ‘Lo que no te mata te hace más fuerte’ (Destino). Y para rematar la lista, nombres (y géneros) tan variados como Matilde Asensi, el Pulitzer Anthony Doerr, Greg y su inseparable Jeff Kinney (¿o era al revés?), el amortizado diario de Keri Smith o la siempre correcta (en ventas y expectativas) Isabel Allende.

Todo eso en un país en el que, sin embargo, un 40% de la población reconoce que «nunca o casi nunca lee un libro». Eso sí, mientras se sigan publicando (a lo largo de 2015 se editaron un total de 73.144 títulos, según el Gremio de Editores), habrá esperanza.
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