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'Hombres buenos' (2015) (noticias)
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Rogorn
Capitán


Registrado: Feb 01, 2007
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MensajePublicado: Dom Feb 07, 2016 12:38 pm    Asunto: Responder citando

L’uomo buono. Intervista ad Arturo Pérez-Reverte
Dario Boemia - viaggionelloscriptorium.com - 06/02/2016

Dalla guerra non si torna mai indenni, anche se ci vai come reporter per un giornale spagnolo. Arturo Pérez-Reverte, dal 1973 al 1994, ha viaggiato per i punti più caldi del mondo (dalla guerra di Cipro, la guerra delle Falkland, la crisi del golfo, sino alla guerra in Croazia e a Sarajevo) osservando e prendendo appunti. Poi si è fermato e agli inizi degli anni Novanta ha abbandonato la carriera da giornalista per dedicarsi completamente alla scrittura. Del 1997 è 'Il club Dumas', uno dei suoi più grandi successi, da cui è stato tratto il film 'La nona porta' di Roman Polanski, interpretato da Johnny Depp. L’ultimo suo libro è 'Due uomini buoni' (Rizzoli 2015), che parla del viaggio di due uomini, appunto, che sul finire del XVIII secolo, tentarono di portare l’Encyclopédie in Spagna. Ho incontrato lo scrittore spagnolo a inizio settembre 2015 al Festival della Mente di Sarzana, tappa del tour promozionale del nuovo libro. Seguivo l’evento per Twenty’z Radio ed ero riuscito in qualche modo ad avere un appuntamento con Arturo. Ero nervoso e agitato. Un’intervista a uno scrittore di fama internazionale non mi era mai capitata. Quando Arturo arriva ci presentiamo e gli dico cortesemente di andare davanti alla videocamera. Allora, uomo tutto d’un pezzo, mi chiede se durante l’intervista avrebbe dovuto guardare me o l’obiettivo della macchina. Gli rispondo di guardare la macchina, cosa che fa con passione per i seguenti dieci minuti. Ma qualcosa va storto. La registrazione non c’è. E io non ho avuto il coraggio di dirglielo. Quando mi chiede se il video è venuto bene gli rispondo di sì. Ci sono voluti mesi per superare la vergogna per questo errore, alleviato dal fatto che il cellulare ha registrato l’audio di tutto il nostro incontro. Ecco a voi, finalmente, cosa mi ha raccontato.

-Quale impatto ebbe la pubblicazione dell’Encyclopédie in Spagna?
-L’impatto fu enorme non solo in Spagna ma in tutta Europa. Per la prima volta un libro provò a cambiare il mondo per migliorarlo. Fu un libro, l’Encyclopédie, che provò a restituire all’umanità la luce e a toglierla dall’ombra. Il mondo poi non fu più lo stesso.

-Una luce che mancava anche in Italia.
-Sì, l’Italia e la Spagna, come il Portogallo, erano arretrate. La chiesa fu tra le responsabili principali di questa nostra esclusione dalla fiumana del progresso. Per questo, mentre in altri paesi come la Germania, la Francia o l’Inghilterra, la scienza, la cultura e l’educazione si traducevano in libri importanti, in pubblicazioni e in educazione, in Spagna, Italia e Portogallo tutto rimase soffocato. Qui non ci furono né Newton né Voltaire, ne Locke né Hobbes e nemmeno Kant, perché il peso del vecchio mondo, del vecchio regime era eccessivo.

-Quanta storia e quanta fantasia c’è in 'Due uomini buoni'?
-Io in realtà mi sono ispirato a un episodio realmente accaduto: tutti gli accademici spagnoli, nel XVIII secolo, andarono a Parigi, a quei tempi estremamente rivoluzionaria, per ottenere l’Encyclopédie che era proibita in Spagna. A partire da questo fatto reale ho costruito una trama narrativa, fatta di peripezie e avventure, di viaggi, di misteri, di imboscate, di problemi tentando di far rivivere i saloni filosofici, gli ambienti libertini, gli scontri, i duelli.

-Com’è fatto l’uomo buono di cui parla il titolo?
-L’uomo buono è quello che vuole cambiare il suo mondo con il patriottismo culturale, quello che sa che i libri, la cultura e l’educazione sono le uniche possibilità che ha il mondo per cambiare in meglio, che sa che di fronte al fanatismo, alla stupidità, all’ignoranza, di fronte al radicalismo, l’unica soluzione è il dialogo, la ragione, i libri, la cultura.

-Il XXI secolo ha già avuto la sua Encyclopédie?
-No, questo libro è già stato scritto nel, questo libro simbolizza una tappa del mondo della cultura europea e occidentale, c’è già e qualcosa del genere non tornerà più. Oggi cerchiamo tutte le informazioni che ci servono su internet anche dobbiamo avvicinarci a questo grande strumento con sospetto, perché internet non ha filtri, non distingue tra quello che dice Umberto Eco e quello che dice qualsiasi analfabeta senza cultura e senza educazione. In rete non c’è una vera gerarchizzazione dei contenuti. Internet è ricco ma è pericoloso. Dovremmo usare internet solo dopo aver avuto una preparazione adeguata che ci permetta di distinguere il bene dal male. Oggi, quindi, non c’è nessuna opera simile all’Encyclopédie. Oggi, forse, gli unici uomini buoni sono i maestri di scuola, i professori che educano le generazioni di giovani affinché domani possano avere i mezzi per distinguere ciò che è interessante e importante da ciò che è mediocre.

-Sei stato in Italia molte volte. Cosa ti piace del nostro paese?
-Tutta l’Italia mi piace molto, da nord a sud. In Italia mi sento molto bene. Io sono stato educato nella certezza che, avendo studiato greco e latino, Grecia, Italia e Spagna sono lo stesso territorio, sono la stessa patria. Mi riferisco a una patria che si chiama cultura mediterranea classica, romana, latina, quindi non mi sono mai sentito straniero in Italia. L’Italia mi piace molto, mi piace l’interesse e l’amore per la cultura, mi piace l’aspetto babelico, mediterraneo e variopinto del sud, amo molto Napoli come Milano, come Torino, come Firenze e come Roma. L’Italia diciamo che è un posto, a volte, che considero mia patria più della Spagna stessa.

-Ultima domanda. Quali sono gli scrittori che più ami? Alexandre Dumas è tra questi?
-No, Alexandre Dumas non è il mio scrittore preferito, anche se è stato lo scrittore che più ha influenzato la mia vita. Lessi Dumas quando ero molto giovane e 'Il conte di Montecristo' e 'I Tre moschettieri' hanno mutato la mia percezione della letteratura e del mondo. Mi aprirono tantissime porte però il tempo passa e ora ho 64 anni e sono passati quasi 50 anni da quando lessi Dumas. Oggi ci sono altri autori che occupano più spazio nella mia vita. Joseph Conrad è per esempio un autore con cui oggi ho molta familiarità. Dumas è il mio referente nostalgico.

Grazie a Luigi Cinquegrani per la traduzione dallo spagnolo.
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Rogorn
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MensajePublicado: Sab Feb 27, 2016 8:56 pm    Asunto: Responder citando

'Hombres buenos', de Arturo Pérez-Reverte
a-discrecion.blogspot - 27/02/2016

En mi penúltima entrada del blog relativa a un libro de Pérez-Reverte, 'El asedio', ya manifestaba mis reservas hacia las últimas creaciones de este famoso escritor, y en esta que hoy traigo a colación me vuelve a dejar una sensación de claros y oscuros. 'Hombres buenos' es una historia muy bonita, la del episodio histórico y real del viaje de dos académicos de la RAE en el último tercio del siglo XVIII a Francia para adquirir 'L'Encyclopédie' francesa en veintiocho volúmenes; sus vicisitudes, sus dificultades, son un teórico caldo de cultivo magnífico para construir una buena novela histórica con matices de aventura; no obstante, el bueno de Arturo cumple en parte el propósito, bajo mi modesta opinión.

Para empezar, últimamente abusa demasiado del tamaño de sus obras, que tienen manifiesto sobrepeso sin motivo. Seiscientas páginas se me antojan excesivas para una novela que se resume fácilmente en una hoja. Una novela que con la mitad de su volumen hubiera quedado fantástica se nos revela como un relato en ocasiones tedioso y con contenido que sobra y no aporta nada a la trama principal.

Por otro lado Pérez-Reverte se ha plegado a la moda televisiva del «¿cómo se hizo?» (o el "making of", que tanto gusta a los esnobs). Cada cierto número de páginas el autor decide desconectarnos para mostrar cómo indagó por aquí y por allá para construir su proyecto: bibliografía, viajes, entrevistas, etc. ¿Y qué? Quiero decir que qué nos importa a los lectores cómo se las ha averiguado el autor para conseguir la información que ilustra y alimenta su libro. Si todos los autores hicieran lo mismo, apaga y vámonos, y esto es un relato histórico que no tiene nada de singular con respecto a otros del mismo perfil.

Este aspecto me ha molestado mucho. Yo quiero ser un poco tonto cuando leo un libro o veo una película, quiero creer e imaginar que lo que leo o veo simula ser cierto, no necesito que cada cierto tiempo alguien esté recordándome que lo que está pasando está inventado por su autor, por mucho que se base en datos reales. Recuerdo ahora la opinión del controvertido Carlos Pumares, al que escuché una vez comentando lo feo que está que las televisiones muestren lo que el televidente no puede ver, a los cámaras, regidores, controles, porque eso le resta magia al producto. Esas repetidas desconexiones nos muestran a un Pérez-Reverte pagado de sí mismo, dándoselas de erudito, de tener buenos contactos y de disponer de una cuenta corriente muy saneada para poder hacer viajes, adquirir libros y facilitar esta novela; un lujo al alcance de pocos, o lo que es lo mismo: sin dinero, esta obra no habría sido como es, hasta podría haber sido mejor.

A esta novela le sobran esas páginas de relato inconsistente donde se baraja mucha opinión, tal vez le pueda interesar a un estudioso de la historia del pensamiento, a mí no; en esto se recrea mucho Pérez-Reverte, diálogos sobre esta materia entre los personajes de la novela que se vuelven largos y pesados. Como consecuencia de estas constantes interrupciones, yo he tenido que hacer cada poco las correspondientes composiciones de lugar, con objeto de estar más atento ante lo que se avecinaba, que era contenido relevante de la historia; y todo esto pienso que no es nada edificante para el lector.

La novela tiene dos partes, la real que me gusta y el «¿cómo se hizo» que no me gusta nada. Dándole un voto de confianza, la trama principal, aun siendo un homenaje a los buenos hombres que hicieron posible la RAE hace más de dos siglos, casi un gesto de vanagloria actual, tiene un bonito recorrido argumental, tachonado con datos históricos, costumbristas y filosóficos, estos últimos afean un poco el resultado, porque como he dicho antes son un poco farragosos y exentos de interés, para mí. En todo caso esta parte está bien, no obstante, Pérez-Reverte da a veces importancia a aspectos tan nimios, a detalles, a recrear escenarios, personas, con tantísima pormenorización que a veces tengo la sensación de que elementos importantes del desarrollo de la trama quedan un poco vanos, cojos. De hecho, algunas incoherencias en la historia, sobre todo en el final, apuntan a que el autor tuvo dificultades para resolver de una manera buenista el desenlace.

La interiorización en los personajes no puede dejarme más que un poso de sospecha. Los actores principales, es decir, los dos académicos que viajan en busca de 'L'Encyclopédie', son el bibliotecario de la RAE Hermógenes Molina y el almirante Pedro Zárate, este último un veterano militar, artífice de que el diccionario de esa época comprendiera términos castrenses y muy especialmente del mundo naval; ni que decir tiene que Arturo Pérez-Reverte es un consabido amante de la mar, y ha tenido la osadía, en mi opinión, de otorgar a Zárate rasgos de su propia personalidad, hasta el colmo de haber entrenado esgrima, para dotar de realismo a un lance que el almirante tuvo en los días que estuvo en París; amén de que ambos, autor y personaje, compartirían una edad muy parecida.

No suelo mirar críticas en Internet, antes de hacer la mía propia, para no contaminarme; no obstante, esta vez no me he podido sustraer a la tentación de indagar un poquito. Lamento sentir que me decepciona la crítica, muy plegada a Pérez-Reverte, la editorial y sus acólitos, sus amigos de la RAE y críticos de periódicos le conceden todo tipo de parabienes, y cuando hay una coincidencia general en la opinión oficial, pienso que algo no funciona bien, así que allá ellos.

Pérez-Reverte ha perdido la frescura de sus primeras obras, 'El maestro de esgrima' o 'La tabla de Flandes' fueron un soplo de aire natural, una vuelta de tuerca a la novela histórica con matices misteriosos; hasta el género periodístico que también y tan bien trabaja Pérez-Reverte contaba con mi plácet. Ahora se ha vuelto comercial, la novela al peso porque me lo manda mi editorial y cada cierto tiempo para no desencantar a mi masa cerril ni menguar mi cuenta corriente. Así que, dicho esto, la obra concluye para mí con un aprobado por los pelos, porque no todo está tan mal; pero eso sí, como es mi hermana la que me nutre de libros de Pérez-Reverte y lee mi blog con cierta habitualidad, pues le tengo que decir que vamos a dejar a este señor un tiempo en barbecho y démosle la oportunidad a otros que no estén tan subiditos. Si no lee esto ya se lo digo yo personalmente.
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Rogorn
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MensajePublicado: Mar Mar 01, 2016 1:45 pm    Asunto: Responder citando

3 ragioni per leggere Due uomini buoni, di Arturo Pérez-Reverte
booktobook.it - 03/09/2015

Davvero intrigante 'Due uomini nuovi', di Arturo Pérez-Reverte! I due protagonisti sono un ammiraglio in pensione, Pedro Zárate, e don Hermógenes Molina, traduttore di Virgilio e Tacito, entrambi membri della prestigiosa Real Academia Española da cui sono stati incaricati di andare a Parigi per recuperare, clandestinamente, i ventotto volumi della prima edizione dell’'Encyclopédie' di Diderot e d’Alembert, all’indice sia in Francia sia nel loro paese. Nessuno dei due si sarebbe mai immaginato che un viaggio così potesse trasformarsi in un’avventura di proporzioni epiche, irta di sorprese e colpi di scena. Siamo riusciti a incuriosirti a sufficienza? Faremo di più: ecco altre tre buone ragioni per leggerlo subito!

1. È un romanzo d’avventura in piena regola. Uno spirito paragonabile agli indiscussi capolavori della tradizione letteraria spagnola, come l’amatissimo 'Don Chisciotte' di Cervantes che ha incantato e affascinato milioni di lettori dal Seicento fino ai giorni nostri. Lungo strade fangose e infestate dai banditi, i “due uomini buoni” raggiungono finalmente, dopo rocambolesche imprese e altrettanti incontri, Parigi: la capitale dei caffè e dei salotti, della vita libertina e delle agitazioni politiche alla vigilia della Rivoluzione, ma anche quella delle banlieues più povere e miserabili.

2. È un grande inno alla libertà delle idee. Pedro Zárate e don Hermógenes Molina non sono solo due uomini buoni, ma anche studiosi colti e di ampie vedute che si muovono in una Spagna in cui, invece, alla fine del Settecento, molti sembrano ancora sordi al richiamo dei Lumi e delle agitazioni politiche che animano la vigilia della Rivoluzione Francese. Non è un caso che, insieme a loro, il terzo protagonista del romanzo sia proprio un libro. E non certo un libro qualunque, ma quello che incarna l’ansia di libertà di quel periodo storico e fa vacillare le sicurezze dei potenti e dei privilegiati di tutto il mondo. Un bel messaggio, questo elogio della cultura in tempi di crisi come i nostri: sei d’accordo?

3. È un mix equilibratissimo di finzione e realtà. Si tratta di pagine basate su avvenimenti reali ma mescolati alla più spericolata finzione, in cui il piglio narrativo del grande scrittore spagnolo si esprime alla grande e che rischia di tenerti con il fiato sospeso sino alla parola “fine”. Scommettiamo?

«Anche nei tempi oscuri ci sono uomini buoni che combattono per la luce e il progresso.»
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Rogorn
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MensajePublicado: Mie Mar 02, 2016 9:00 pm    Asunto: Responder citando

Pérez-Reverte y sus 'Hombres buenos'. Una señal y mucha inspiración
Juan Pablo Ausín - elestantecombado.blogspot - 01/03/2016

Las señales nos rodean, están por todas partes esperando que las captemos. Los hay más sagaces que, al primer toque, pillan el mensaje. Otros necesitamos que el badajo nos golpee la cabeza repetidas veces antes de darnos cuenta de que la campana está tocando para nosotros (no, doblando no. Por el momento dejémoslo en toque y en el futuro, quién sabe si no lo cambio por repique). En fin, que si este artículo tiene un título medio enigmático y aún lo embarullo un poco más con esta inconexa introducción, en el futuro os contaré mis motivos, aunque algunos ya vayan pillando o intuyendo ahora el quid de la cuestión. El caso es que hace algunos meses escribía el texto que viene a continuación, mientras comenzaba a degustar un nuevo producto con el sello Pérez-Reverte que tanto me ha inspirado en la vida:

«Creo que nunca había leído un comienzo de libro tan interesante como el de éste. Normalmente (las novelas en las que me embarco) arrancan describiendo una situación, un paisaje, un personaje, metiéndome de golpe en la trama: "Su mirada azul profundo se clavó en su interlocutor..." "Era una lluviosa noche de invierno..." "Saboreó el último trago con parsimonia...". Éste, en cambio, interactua con el lector. Me siento bienvenido de vuelta a las páginas de Pérez-Reverte. "Buenas tardes, cuánto tiempo. Por favor, pasa y ponte cómodo. Gracias por volver". Aquí el autor nos mete en situación personalmente antes incluso de empezar a desvelarnos parte de su propio proceso creativo. Y de repente, casi sin percibirlo, empezamos a conocer los vericuetos de una institución como la Real Academia de la Lengua a través de sus miembros en dos épocas distintas, a través de una supuesta realidad figurada en los tiempos actuales y una ficción basada en hechos reales del pasado. Acabo de comenzar el libro, pero ya me está pareciendo brillante. Veamos dónde nos lleva».

Así comencé a leer 'Hombres buenos'. En realidad, más que leer, me dejé inspirar una vez más por ese tipo de voz anasalada al que veía hace años mandando crónicas desde Sarajevo o cualquier otro caldero hirviendo del mundo, y que me hizo decidir ser periodista. Ese fulano de verbo afilado que después escribía contra todo y contra todos, y que me hizo quitarme de golpe los pelos de la lengua en busca de la columna irónica y constructiva que no dejara a nadie frío. Ese personaje que al final, comenzó a relatar sus guerras e historias desde un sillón, y por el que yo también quise ser escritor. Solo que aún no había encontrado La Historia, Mi historia. Mientras tanto, en varias ocasiones me había dado pistas sobre el método hasta que escribió su último libro. Y aquí, continúo.

Efectivamente, 'Hombres buenos' va trenzando dos historias: la que cuenta y cómo llegó a ella. Y para que no me llamen pelota, ahí le voy a mandar una crítica que llevo haciéndole a mi querido maestro desde que comencé a leer sus ficciones hace veintitantos años: le falla la finalización. Imagina aquella arrancada de Leo Messi contra el Getafe (por no hablar de la de Maradona contra Inglaterra, que para mí fue mucho menos bonita aunque tuviese más trasfondo), si en vez de entrar limpiamente tras el regate final, acaba batiendo en el poste y entrando de chiripa por un rebote fortuito en la espalda del portero. Y digo entrando porque si no acaba en gol ni siquiera merece la pena recordar la jugada. Sólo si es del Loco Abreu. El caso es que Pérez-Reverte va driblando rivales, haciendo bonito lo difícil, hilando la trama con maestría, tirando la pluma a diestra y siniestra, chocando filos, fintando contraataques, enlazando personajes, amagando resoluciones, haciendo volar la imaginación del lector con su verbo y al finalizar… al finalizar, cuan Cyrano de Bergerac, nos hiere. Más de una vez me ha dejado un poco con sabor de boca a lo Lucy Lawless en la tienda de cómics de 'Los Simpson'. 'La piel del tambor', 'El Club Dumas', 'El asedio'… En fin, nadie es perfecto.

El caso es que don Arturo lo borda con su experiencia. La búsqueda de documentación, los libros, los encuentros, las conversaciones, las amenazas de 'participar' en la próxima historia, la reconstrucción del viaje... Y mientras tanto sus personajes van recorriendo una trama que tiene un poco de guión de Hollywood: sin ser una historia definitiva, trascendental, es la forma de llegarte lo que te atrapa. Dos viejos se van a París a buscar una Enciclopedia, se juntan a un gorrón que a veces también ayuda y hay un malvado peligroso siempre al acecho, esperando el momento de hacer fracasar el plan de los adustos protagonistas. ¿De qué me suena a mí eso? Un malvado que parece inspirado en Transfer, el de la serie de Willy Fog. Cuesta, pero al final consiguen su objetivo, que era lo que se esperaba aunque no sepamos tampoco muy bien cómo. Punto.

El caso es que yo le sumé a la experiencia literaria el hecho de también haberme acabado el libro en París, en un viaje donde, sin haberlo preparado, el componente bibliófilo fue muy fuerte. Así que, maestro, una vez más le quedo agradecido por lo enseñado. Espero un día poder corresponderle a la altura, aunque yo los libros viejos los compre en edción de bolsillo y rústica, y tenga que conformarme con reproducciones de mapas antiguos o auténticos de poca antigüedad.
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Rogorn
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MensajePublicado: Vie Mar 25, 2016 3:38 pm    Asunto: Responder citando

¿Quiénes son los Hombres buenos de Arturo Pérez-Reverte?
Fernando Vílchez - ministeriodeopinion.com - 23/03/2016

En los últimos años, Arturo Pérez-Reverte no sólo ha sido uno de los escritores más importantes de España, sino también una voz dura y crítica frente a la realidad política y, sobre todo, social que envuelve a España. Este descontento se ve reflejada en su última novela, 'Hombres buenos', que podría parecer un simple folletín al estilo de su saga sobre el capitán Alatriste, pero que encierra mucho más de lo que se puede leer en la contraportada de la novela.

La novela cuenta las aventuras de don Hermógenes Molina y don Pedro Zárate, miembros de la Real Academia Española durante finales del siglo XVIII, en los años anteriores a la Revolución francesa. El director de la academia, Francisco de Paula Vega de Sella, les encomienda la misión de ir a París para obtener un ejemplar de la primera edición de la 'Enciclopedia' de D'Alembert y Diderot, el mayor compendio del saber conocido hasta entonces. Sin embargo, son muchos los que no quieren que esos libros entren en España…

No voy a detenerme mucho en el análisis literario de la novela, una muy entretenida novela de aventuras de las de antes, con duelos, noches en posadas, persecuciones en medio del bosque, emboscadas y reuniones conspirativas. Todo ello aderezado con la prosa directa y muy visual de Pérez-Reverte. Además, la trama principal se alterna con el presente, donde el escritor nos cuenta cómo fue el desarrollo de la escritura de la novela. Aparecen personajes de la RAE actual, detalles históricos sobre la vida de los protagonistas de la novela o referencias a otras novelas del autor. Sin embargo, prácticamente todo de lo que se cuenta es ficción. No existieron don Hermógenes Molina ni don Pedro Zárate, aunque probablemente sean seudónimos de personajes históricos; ni tampoco los títulos de las novelas de Reverte mencionadas (por ejemplo, 'El vino de Anjou' hace referencia a 'El club Dumas'. En definitiva, un curioso método narrativo que mezcla realidad con ficción y que convierte a esta trama en el presente en una metanovela sobre el proceso de escribir.

Sin embargo, lo que me ha hecho escribir este artículo no es el valor literario de 'Hombres buenos', que ya ha quedado más que demostrado en multitud de críticas que podéis encontrar en Internet, sino el mensaje que encierra. ¿A qué se debe el título de la novela, 'Hombres buenos'? Durante la trama, no son pocas las ocasiones en las que se refieren a nuestros dos protagonistas como hombres buenos para la misión. Ojo, buenos no quiere decir adecuados. Mientras que don Pedro Zárate es un antiguo almirante que sabe defenderse, don Hermógenes no ha cogido un arma en su vida. El militar es agnóstico. El bibliotecario es un creyente convencido. A lo largo de la novela sostienen bastantes discusiones sobre la fe, pero siempre desde el respeto. Son muy diferentes, incluso físicamente, pero ambos buscan un objetivo común, la enciclopedia, una obra que convierta a España en una nación guiada por la razón.

España, y esto es lo más importante, se encuentra representada por cinco arquetipos: El pueblo llano. Aquellos que sirven a los poderes que les pagan y que únicamente buscan sus intereses. A este grupo pertenece Pascual Raposo, un mercenario contratado para obstaculizar el viaje a los protagonistas. Los fanáticos católicos y tradicionalistas, que no quieren que la 'Enciclopedia' entre en España, por ser un material científico que ellos rechazan. El principal representante es Manuel Higueruela, académico de la lengua. Los fanáticos ilustrados, totalmente opuestos a los anteriores, que se creen tan en poder de la razón que no quieren que el pueblo llano acceda a ella. El ejemplo claro es Justo Sánchez Terrón, otro académico de la lengua. Higueruela y Sánchez Terrón son enemigos acérrimos, pero se alían para evitar que la 'Enciclopedia' llegue a España. Higueruela es directo y sincero consigo mismo: no quiere que la enciclopedia entre en España. Sin embargo, Sánchez Terrón, en su soberbia, intenta esconderse a sí mismo que no quiere que los protagonistas cumplan su misión. Es decir, es un hipócrita. Los hombres buenos, aquellos personajes que, apartando sus diferencias intelectuales o religiosas, se unen en busca del bien común de su pueblo. Estos son nuestros protagonistas, los hombres que producen el progreso de un país y de los que apenas se habla hoy en día. Hombres que, como en la novela, consiguen pequeñas victorias, pero que, muchas veces, son sobrepasados por los fanatismos imperantes. Muestra de ello es la España del siglo XVIII, que jamás llegó a alcanzar la Ilustración que sí hubo en Francia, pese a grandes avances como la obtención de dicha 'Enciclopedia'.

Pérez-Reverte radiografía el pasado para mostrarnos claramente por qué hemos llegado hasta este punto. Todo aquel que lea esta magnífica novela de aventuras acaecida en el siglo XVIII se dará cuenta que los conflictos y las discusiones entre los dos fanáticos son exactamente los mismos que hoy se echan en cara los políticos, que se alían para proteger sus intereses personales e impedir que toda una nación progrese.

-Esto no quedará así —masculla, escupiendo las palabras—. Usted, con su oscurantismo cerril, con su… Con esa puerca vileza de confesonario y sacristía… Con su reaccionaria mala baba… Oh, sí… Le garantizo que tendrá noticias mías.
-No me cabe duda —asiente Higueruela con cínica calma—. Usted y yo, don Justo, estamos abocados a darnos noticias mutuas durante un par de siglos, por lo menos… Y no todas serán en papel impreso.

En definitiva, Arturo Pérez-Reverte aprovecha una anécdota en la historia (la obtención de la Enciclopedia por la RAE durante el siglo XVIII, donde era un libro prohibido) para escribir una gran obra de aventuras con un mensaje directo a la actualidad política y social. Muy recomendable. Nota: 9/10
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Rogorn
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MensajePublicado: Sab Abr 09, 2016 10:36 am    Asunto: Responder citando

'Hombres buenos', Arturo Pérez-Reverte
Alex Palahniuk - rockonmagazine.es - 09/04/2016

Arturo Pérez-Reverte siempre ha sentido una apasionada inclinación por el siglo XVIII, especialmente por su segunda mitad y su declinar. Por ello, la aparición de la Enciclopedia, la síntesis del talento de Diderot, el propio Voltaire y D'Alembert, entre otros muchos nombres, es el elemento que el escritor cartagenero usa para la elaboración de una novela que relata la historia de dos miembros de la Real Academia de la Lengua española, que reciben el encargado por parte de la institución de viajar al país pirenaico para obtener un ejemplar de ésta. Sin embargo, no será una tarea fácil: dos compañeros suyos intentarán por todos los medios que esta empresa no se lleve a cabo.

'Hombres buenos', como su propio título indica, es un intento de que el progreso sirva al interés de la ciudadanía; una especie de manifiesto a favor de la cultura como pasaporte a la redención y salvación. Los personajes de la novela encarnan a la perfección la dicotomía a la que se ha enfrentado España a lo largo de los últimos tres siglos: el progreso contra la tiranía, cultura contra la ignorancia como aliada del fanatismo. No es casualidad que el novelista murciano quiera pintar de nuevo el lienzo de esa España que, como él se encarga de remarcar en su obra y apariciones públicas, pudo ser y no fue. Su penúltima novela no es sólo la máxima expresión de aquella frase con la que Karl Marx explicó cómo la Historia, a menudo, genera más escepticismo y tristeza que ilusión. Aquella frase del filósofo alemán, “La historia se repite primero como tragedia y después como farsa”, ilustra a la perfección la configuración del panorama político en España. Cada vez que el país ha tenido la ocasión de caminar de la mano con Europa, y de reescribir una infamia, siempre hubo personajes nefastos como, por ejemplo, los dos académicos de extrema derecha y extrema izquierda, que aparecen en el libro e impidieron la transmisión de la razón a una nación enferma históricamente. 'Hombres buenos' no se queda en el mero análisis de la España del siglo XVIII: es transversal, basa todo su contenido en reflexiones sagaces, amargas y aceradas sobre el curso histórico de una nación, cuya falta de probidad a la hora de enfrentarse a las coyunturas críticas todavía le sigue pasando factura en la actualidad.

Pérez-Reverte, como buen amante de los novelistas del siglo XIX franceses y españoles -la perspectiva de Stendhal y Dumas se encuentra en su forma de narrar-, realiza un retrato psicológico profundo acerca del transcurso de un siglo que dotó a Europa de su corpus jurídico y político: liberalismo y separación de poderes, búsqueda de la igualdad formal ante la ley, el sometimiento del Estado y los poderes públicos al Estado de derecho; conceptos que, desgraciadamente, no sólo España parece haber olvidado. Una Europa impotente al día de hoy, incapaz de llevar a cabo sus obligaciones indeclinables en tiempos pasados, es el perfecto ejemplo de cómo el viejo continente, tal y como decía el historiador Oswald Spengler, parece consumirse en su propio espejo de la inmortalidad. Con la penúltima novela del escritor cartagenero y el personaje del abate Bringas, plasma a la perfección a ese pequeño sector del clero que luchó por la recepción de las ideas de la Ilustración en España. El Siglo de las Luces alumbró y encendió la antorcha de la cultura, el análisis crítico y la necesidad de una separación taxativa entre Iglesia y Estado; en España nunca falto un sacerdote encenagado en su propia sinrazón; nunca faltaron religiosos encargados de hacer de jalón de los poderes políticos y real, insistiendo en su idea de establecer una línea divisoria -imprecisa, arbitraria, basada en la animadversión personal- entre buenos y malos. Precisamente, 'Hombres buenos' reflexiona sobre la capacidad por parte de un sector importante de la Iglesia de conchabarse con los poderosos en su tarea de desmochar al pueblo e impedirle una segunda oportunidad de facilitarle todos esos derechos civiles inderogables. El abate Bringas jugará un papel fundamental en la obra.

Es una novela, como el propio escritor indica, sobre la amistad. En medio de la agitación política de la Europa anterior a la Revolución francesa, Reverte es capaz de acrisolar el afecto, la camaradería y la suma de las fatigas de sus personajes; porque, en su obra, pese a la emasculación que, muchas veces, nuestra viciada condición de seres humanos hace de un sentimiento tan noble como la amistad, aún quedan resquicios para poder darnos una segunda oportunidad como hombres y comenzar de nuevo. En esta novela, a diferencia de otras -'Las aventuras del capitán Alatriste', 'El club Dumas', 'La Reina del Sur' o 'La piel del tambor'-, no hay tanta acción. Los personajes se entregan al intercambio de ideas. La Filosofía y la Ética conforman centro solar del pensamiento de unos personajes que buscan, en medio de la vorágine de los cambios políticos y sus conciencias, redimir a su país de sus errores y de los suyos propios. Por otra parte, el héroe revertiano, ese personaje complejo, que habla a través de sus silencios, escéptico y cínico -como Gualterio Malatesta o el propio Lucas Corso-, lo encarna a la perfección Pascual Raposo, uno de los mercenarios encargados de sabotear la misión de los dos académicos.

En resumidas cuentas: difícil no ver en la penúltima novela del cartagenero no sólo a la España de finales del siglo XVIII, sino también a la de Trafalgar, la Guerra de la independencia, la Constitución de 1812, las Guerras carlistas, aquella Generación del 98 que acabó desgastada ante una Restauración incapaz de luchar una clase política que hizo caso omiso de los intelectuales que pedían una orientación de España a Europa. Así llegamos a la Segunda República, una Guerra civil que borró a la otra España del mapa, el Franquismo, una Transición que necesita una vuelta de tuerca, el 11-M: la misma España de siempre, a fin de cuentas. Sin cultura es imposible no consumirse en las llamas de nuestra estupidez. Ése es el mensaje más destacable que transmite el prosista cartagenero.
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Rogorn
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MensajePublicado: Mie Abr 20, 2016 8:44 pm    Asunto: Responder citando

Arturo Pérez-Reverte y el arte de la novela "por intrigas".
Ernesto Sierra - ernestosierra.blogspot - 03/04/2016

Hace años que leo a Arturo Pérez-Reverte con la misma fruición que leía en mi niñez a Julio Verne, Paul Féval, Alexandre Dumas o Robert Louis Stevenson. No pocas peripecias presupone esta lectura porque sus libros son casi imposibles de conseguir en Cuba. Pero en las generosas maletas de mis amigos se han ido deslizando en estos años, uno tras otro, los codiciados volúmenes de 'El húsar', 'El maestro de esgrima', 'La tabla de Flandes', 'Territorio comanche', 'La piel del tambor', 'La carta esférica' o la saga del Capitán Alatriste. Lecturas casi furtivas, caóticas, ocasionales, azarosas, que ahora voy completando gracias, esta vez, a las bibliotecas con puertas abiertas de mis amigos en España.

Sin abandonar el estilo galopante de sus narraciones originales y acrecentando el interés por la investigación histórica que siempre lo conduce a una buena intriga, Pérez-Reverte se sumerge cada vez más en el dominio del difícil oficio de narrar, para regalarnos hermosas y aleccionadoras reflexiones metaliterarias, como esta que me ha hecho saltar en la lectura de su más reciente novela: 'Hombres buenos'. La narración -ambientada a finales del siglo XVIII, basada en hechos y personajes reales- de las peripecias por parte de dos miembros de la Real Academia Española en la adquisición de una colección completa de la primera edición de la 'Encyclopédie' de Diderot y D'Alembert.

"Detuve el coche en una venta, para tomar café mientras escampaba un poco, y permanecí sentado bajo el porche, consultando el mapa y las notas de mi cuaderno mientras consideraba que hay un ejercicio fascinante, a medio camino entre la literatura y la vida: visitar lugares leídos en libros y proyectar en ellos, enriqueciéndolos con esa memoria lectora, las historias reales o imaginadas, los personajes auténticos o de ficición que en otro tiempo lo poblaron. Ciudades, hoteles, paisajes, adquieren un carácter singular cuando alguien se acerca a ellos con las lecturas previas en la cabeza. Cambia mucho las cosas, en tal sentido, recorrer la Mancha con el 'Quijote' en las manos, visitar palermo habiendo leído 'El Gatopardo', pasear por Buenos Aires con Borges o Bioy Casares en el recuerdo, o caminar por Hisarlik sabiendo que allí hubo una ciudad llamada Troya, y que los zapatos del viajero llevan el mismo polvo por el que Aquiles arrastró el cadáver de Héctor atado a su carro. Pero eso no ocurre sólo con los libros ya escritos, sino también con libros por escribir, cuando es el propio viajero quien puebla los lugares con su imaginación. Eso me ocurre con frecuencia, pues pertenezco a la clase de escritor que suele situar las escenas de sus novelas en sitios reales. Pocas sensaciones conozco tan agradables como caminar por ellos con maneras de cazador y el zurrón abierto mientras una historia fragua en tu cabeza; entrar en un edificio, caminar por una calle y decidir: este sitio me conviene, lo meto en mi historia. Imaginar a los personajes moviéndose por el mismo lugar donde, sentados donde estás, mirando lo que miras. Comparada con el acto de escribir, esa fase previa es aún más excitante y fértil, hasta el extremo de que ciertos momentos de la escritura, su materialización en tinta, papel o pantalla de ordenador, pueden presentarse luego como acto burocrático y hasta ingrato. Nada es parecido al impulso de inocencia original, el principio, la génesis primera de una novela cuando el escritor se acerca a la historia por contar como a alguien de quien acabara de enamorarse".
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Ada
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MensajePublicado: Mar Abr 26, 2016 10:52 am    Asunto: Responder citando

EXTRACTO DE DECLARACIONES DE PEDRO J.RAMIREZ EN EL ESPAÑOL

A propósito de l’Encyclopédie le conté a Bertín –y no lo he visto en el programa- que el librero que me la vendió empezó negociando el precio a la baja y de repente se plantó, dándome a entender que tenía otro cliente. Era Arturo Pérez Reverte. El mismo ha contado que pasó por la librería y quedó fascinado por la obra pero llegó tarde porque yo me rasqué el bolsillo en cuanto vi peligrar la compra.

http://www.elespanol.com/espana/20160425/119988098_0.html
_________________
Consuela saber que nadie a quien amas se quema en lo que arde. http://adacaramelada.blogspot.com.es
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Rogorn
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MensajePublicado: Mar Jul 05, 2016 4:39 pm    Asunto: Responder citando

Reseña de 'Hombres buenos', de Arturo Pérez Reverte
Javier Merino - javiermerino.eu - 05/07/2016

No estoy muy de acuerdo con las críticas literarias que he leído hasta ahora sobre esta obra de Arturo Pérez-Reverte, catalogada como novela histórica por la gran mayoría, y es que considero que está muy lejos de ser calificada como tal. Para mí, 'Hombres buenos' es un ensayo político que se apoya en una trama novelística intrascendente e inconsistente, y es que, al contrario que en el resto de sus obras, lo de menos es la "acción", lo más importante es el trasfondo, el mensaje, y si no, no tienen más que leer este párrafo:

"Y en aquel tiempo, divergencias que más tarde se revelarían terribles para nuestra historia, se perfilaban ya con cierta nitidez: un grupo animado de confianza, de generoso ardor, con fe en el progreso y en la educación, convencido de que para hacer a los pueblos felices era preciso ilustrarlos... Otro, petrificado en su ignorancia deliberada, en su indiferencia hacia la modernidad y las luces, instalado en el odio a lo nuevo. Y, por supuesto, todos los indecisos y oportunistas que, según las circunstancias, se agrupaban en torno a la gente honesta de uno y otro lado... Ya se tejían, tanto dentro de la Academia como fuera, los hilos de la cuerda con que los españoles nos estrangularíamos unos a otros durante los dos siglos siguientes."

Es evidente que el autor nos plantea aquí la génesis de las dos Españas, enfrentadas primero en la guerra y luego en las urnas, y por eso carece de sentido hablar de novela histórica en su habitual acepción, sino que más bien estamos ante una reflexión con perspectiva histórica de cómo hemos llegado hasta el estado actual de retraso dialéctico y democrático en comparación con otros países. Para explicarnos esto, Pérez-Reverte se vale de una aventura en la que dos hombres buenos de la RAE, Hermógenes Molina, ilustrado pero católico irredento, y Pedro Zárate, marino ateo, hombre de honor y muy leído (obviamente estamos ante el propio autor representado en su figura), se aventuran en la búsqueda y adquisición de un ejemplar de la primera edición de la 'Encyclopédie, ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers par une societé de gens de lettres, mis en ordre et publié par M. Diderot… et quant a la Partie Mathématique, par M. D’Alembert'. El rol que desempeña la 'Encyclopédie' en este libro, más que didáctico es mitológico: todos los problemas y avatares a los que se enfrentan nuestros dos modestos héroes académicos merecen la pena con tal de hacerse con el conocimiento, la ciencia y el progreso intelectual que suponen la obra cumbre del Siglo de las Luces.

Esos problemas y avatares vienen personificados en la figura de Manuel Higueruela y Justo Sánchez Terrón, que representan tanto la radicalidad católica típica de la derecha (Higueruela) como la supuesta superioridad intelectual típica de la izquierda (Sánchez Terrón). Ambos, cuyo pensamiento e ideales son completamente opuestos, son capaces de ponerse de acuerdo para evitar que la misión encargada por la RAE llegue a buen puerto: estamos así ante el famoso dicho "los extremos se tocan", hecho realidad. Eso sí, con la Real Academia Española en medio, independiente y afanada en su proverbial histórico buen hacer, cuya labor está continuamente puesta en entredicho por quienes ven en la homogeneización un enemigo común al que hay que combatir.

"La Academia siempre mantuvo una independencia real respecto al poder, y eso que le tocó vivir varios tiempos difíciles. Acuérdate de Fernando VII, o de los intentos del dictador Primo de Rivera por controlarla... O de cuando, tras la guerra civil, Franco ordenó cubrir las plazas de académicos republicanos que estaban en el exilio, la Academia se negó a ello, y los siglos se mantuvieron sin ocupar hasta que los propietarios exiliados murieron o regresaron a España."

Quienes esperen leer una novela al uso de Pérez-Reverte tienen en esta obra un problema: en 'Hombres buenos' el macho ibérico patriótico, guerrero, conquistador de tierras y coños a base de mandobles, hostias y cumplidos, no aparece. Asoma un poco, pero no aparece. Este es un libro en el que Pérez-Reverte nos invita a pensar, cosa bastante infrecuente en este país enquistado, y más centrado en las misas, toros y fútbol que en la Filosofía, la Ciencia y la Razón. Por eso da igual que seamos Monarquía o República, mientras prefiramos Tele 5 a la lectura, estamos jodidos, condenados a no entendernos.

"No es sólo la Iglesia, señala tras un momento. Ella, añade, aporta un instrumento más al sistema perverso que gobierna a ciertos pueblos. Y no se trata de que la monarquía sea nefasta o no, pues ahí están los ingleses como ejemplo de que todo es compatible, sino de cómo en España se entiende la paz ciudadana."

He disfrutado leyendo este libro, pero este disfrute personal proviene de las partes del libro que dedica su autor a narrar cómo ha ido construyendo la trama, de las conversaciones largas de sus protagonistas -para algunos tediosas- que nos transmiten un trasfondo histórico de mucho calado. Para enfocar bien la lectura de este libro y disfrutarlo, se requiere un cierto conocimiento de lo trascendido en la época de la Ilustración, mal asunto para aquellos perezosos en la tarea del pensar que se verán obligados a hacer un esfuerzo extra para buscar información y entender el contexto. Por otro lado 'Hombres buenos' tiene una cara muy divertida, la de encontrar y averiguar cuáles de la enorme cantidad de obras literarias que se mencionan son de verdad y cuáles son fruto de la imaginación de Pérez-Reverte, tarea que lleva su tiempo y que nos muestra el trabajo de documentación que conlleva la escritura de un libro.

Por último, creo oportuno mencionar que existe un debate histórico aun abierto sobre el origen de la Revolución Francesa. Los primeros conflictos no fueron espontáneos, sino que provinieron de intrigas políticas premeditadas. El grupo más relevante lo dirigía Luis Felipe II de Orleans, guillotinado más tarde, y estaba compuesto, entre otros, por el conde de Mirabeau, posterior presidente de la Asamblea Nacional, el abate Sieyès, uno de los tres primeros cónsules de Napoleón, y Choderlos de Laclos, militar y conocido autor de la famosa obra 'Las amistades peligrosas' y que aparece en el libro. Digo esto porque quizá convenga no idealizar demasiado la Revolución Francesa, algo que puede ocurrir perfectamente después de la lectura de este libro.
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MensajePublicado: Dom Jul 10, 2016 7:37 pm    Asunto: Responder citando

'Hombres buenos'
Fran Torralva - unlibrounsecreto.blogspot - 10/07/2016

Por unas causas o por otras, ha tardado en aparecer en mi blog uno de los escritores que más admiro. Alguien que me hace disfrutar de la lectura y que es toda una inspiración para un joven escritor novel como quien se dirige a vosotros. Si hay algo que me gusta de la literatura de Arturo Pérez-Reverte es su lenguaje y documentación, ambos aspectos muy destacados en 'Hombres buenos', su última novela. Hoy en día no es arriesgado afirmar que el nivel de la literatura, española y extranjera, ha pegado un bajón. Obras como '50 sombras de Grey' se convierten en best-sellers rebajando las exigencias que hace décadas sería impensable que fueran sobrepasadas. El registro que utiliza Pérez-Reverte eleva este nivel, tantas veces golpeado, gracias a un elaborado proceso de documentación que lleva al lector a situarse perfectamente en el contexto de la historia narrada.

En este caso nos trasladamos a finales del siglo XVIII. La acción se desarrolla entre España y Francia, especialmente en Madrid y París. Los principales protagonistas son dos miembros de la Real Academia Española, el bibliotecario don Hermógenes Molina y el almirante don Pedro Zárate, quienes reciben el encargo de viajar a la capital francesa para conseguir los 28 volúmenes de la 'Encyclopédie' de D'Alembert y Diderot, prohibida por entonces en España, pero que suponía todo un avance. Durante el viaje los dos académicos se enfrentan a una peligrosa sucesión de intrigas y sobresaltos que los llevan, por caminos infestados de bandoleros e incómodas ventas y posadas, desde el Madrid ilustrado de Carlos III al París de los cafés, los salones, las tertulias filosóficas, la vida libertina y las agitaciones políticas en vísperas de la Revolución francesa.

La novela está basada en hechos y personajes reales, de ahí que esté documentada con extremo rigor. 'Hombres buenos' narra la heroica aventura de quienes, orientados por las luces de la Razón, quisieron cambiar el mundo con libros cuando el futuro arrinconaba las viejas ideas y el ansia de libertad hacía tambalearse tronos y mundos establecidos. Un mensaje sobre el que convendría, y mucho, reflexionar en la actualidad, en un momento en el que lo banal parece triunfar frente a aquello que te hace pensar más de 10 minutos. Sería interesante recuperar aquellos sentimientos y pensamientos que permiten al hombre tener la idea de pasar a la historia por un ideal que, como vemos en esta historia, supone un beneficio común para todos.

A pesar del buen número de páginas de la novela, 'Hombres buenos' se lee rapido. En ello tiene mucho que ver su estructura. En cada capítulo se intercala una narración del tiempo presente y real en el que el mismo autor es el protagonista y nos cuenta cómo va elaborando el libro, consultando con expertos y recurriendo a libros de ayuda y documentación y, por otro lado, la propia historia que cuenta con su propio desarrollo. Los personajes son entrañables, pronto se les coge cariño y presentan una evolución a lo largo del relato.

El libro ha recibido buenas críticas por lo general, tanto en España como fuera de nuestras fronteras, en donde Pérez-Reverte es uno de los autores españoles más considerados. Es destacable observar algunas de las metáforas que el autor realiza, mordazmente, con el panorama político y social español de la actualidad. 'Hombes buenos' es una novela que habla de libros, algo que de por sí me gusta, y que, además, transmite el amor por ellos, su importancia, el legado que significan para una sociedad y para el inconsciente colectivo de una humanidad común.

Pérez-Reverte no es sólo su afamado Capitán Alatriste. Es mucho más, y 'Hombres buenos' es una gran oportunidad de comprobarlo.

Valoración
Argumento: 4/5
Originalidad: 4/5
Interés y atracción: 5/5
Dificultad: 4/5
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Rogorn
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MensajePublicado: Dom Jul 31, 2016 1:00 pm    Asunto: Responder citando

Crítica literaria: Hombres buenos
rdbollo - gatoalrevesestoga.wordpress - 31/07/2016

En realidad esto no es una crítica literaria. Yo sólo he venido aquí a hablar de un libro. Así, entre amigos. 'Hombres buenos', de Arturo Pérez-Reverte, mi última lectura. Llevaba una época de libros densos que me costaba terminar. Algunos los mantengo a medias y siento sus lomos reclamándome desde la librería (creo que intuyen que soy una enamorada de las segundas oportunidades), otros los terminé (el amor propio, ya saben) y los menos, los he abandonado (la vida, también saben). Y es posible que 'Hombres buenos' haya caído en mis manos en el mejor momento.

Para situarnos les pondré en antecedentes, pero sólo les hablaré del punto de partida. Año 1781. Dos miembros de la Real Academia Española, el bibliotecario Hermógenes Molina y el almirante Pedro Zárate reciben de sus compañeros la misión de viajar a París para conseguir los 28 volúmenes de la 'Encyclopédie' ('Encyclopédie, ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, par une société de gens de lettres', de D’Alambert y Diderot, para ser exactos. Ahí es nada). Al parecer en realidad hay un ejemplar en la Real Academia Española, cuya incorporación a su biblioteca inspira esta historia.

Desde el Madrid de Carlos III al París previo a la Revolución, acompañamos a los protagonistas, dos hombres «buenos, íntegros, arriscados» en su búsqueda de posta a posta hacia París, y una vez allí, de librería en librería, de la mano de un Reverte que página tras página nos va dando tenues pinceladas del Madrid y del París de entonces, con su barrio de las Letras, el Prado o el Buen Retiro; y sus carruajes, cafés, salones, tertulias filosóficas y ambiente crispado a punto de estallar, respectivamente. «Se trata de un viaje largo, azaroso. Extraña y noble aventura propia de su prodigioso tiempo: traer las luces, la sabiduría del siglo, hasta aquel humilde rincón de la España culta, su Real Academia».

Como nada puede ser tan fácil en la vida, y menos en la literatura, habrá un mercenario, un tal Pascual Raposo, convenientemente enviado tras ellos por otros dos académicos a los que no complace tamaña agencia, para impedir la misión; y por otro lado, los dos hombres buenos tendrán la ayuda del abate Bringas, que no deja de ser eso: un personaje. Todo ello sin olvidar que 'L’Encyclopédie' formaba parte del Índice de libros prohibidos por la Iglesia Católica en 1759. Y por supuesto, no les sirve cualquier edición: ha de ser la primera: «Así que, en realidad —concreta el librero—, fiable en cuanto al espíritu inicial, rigurosa y exacta tal y como salió entre 1751 y 1772, con los diez primeros volúmenes impresos en París y los siguientes con el falso pie de imprenta de Neuchâtel, sólo puede considerarse la primera edición… Eso la hace tan rara, naturalmente. Tan valiosa».

Yo ya solo de pensar en ir a París en busca de la primera edición de un libro prohibido me emociono, ¿ustedes no? Esa sensación de buscador de libros… ¡y en París! El Sena, los Campos Elíseos, la torre Eiffel, rodeados de carruajes, abriéndonos paso de forma clandestina entre oscuras librerías, ¿qué me dicen? Venga, un poco de sangre corriendo por las venas, por favor. Aunque no sea literaria, sí al menos parisina… Allí tendrán acceso a obras de autores como Voltaire, Rousseau… que en España no estaban en los escaparates de las librerías, precisamente (¡infieles!) e incluso entrarán en contacto con libros subidos de tono… (pongan aquí el emoticono del monito tapándose los ojos, por ejemplo). ¿A que ya les empieza a correr la sangre?

Pero la verdadera protagonista de esta historia es la Ilustración. A lo largo de la novela subyace la idea de intentar cambiar el mundo a través de los libros «Para nuestra revolución, señores, no hacen falta otras armas que el libro y la palabra», ¿qué les parece? Cambiar el mundo con libros. Me emociono más. Reverte consigue, a través de los diálogos entre los protagonistas, exponer las ideas modernas e ilustradas, ideas que en realidad están personificadas en la misma 'Encyclopédie' «que comprendía la mayor aventura intelectual del s. XVIII: el triunfo de la razón y el progreso sobre las fuerzas oscuras del mundo entonces conocido» en contraposición con el conservadurismo de la época, muy ligado a la religión y a la fe, tan mal entendidas por aquel entonces. Se trata de un toma y daca sin tregua, muy fácil de leer, y que suele decaer del lado de las Luces, obvio, con argumentos expuestos con mucha prudencia y más educación, y de forma que realmente parece que están hablando hombres del mismo siglo XVIII y, aunque pueda resultar paradójico, los diálogos se hacen de suma actualidad. El contrapunto lo pone el abate Bringas, que les intenta hacer ver que todo esto de la Ilustración es una burbuja que hay que explotar, y que la Francia que ellos admiran es una ilusión: «En aquel momento, de todas formas, y a cierta distancia todavía de que Luis XVI perdiese la cabeza en el cadalso, los signos de descontento popular, el hambre y las desigualdades sociales quedaban en segundo plano para el ojo superficial de unos viajeros que, como los nuestros, recorrían Francia mirándola con el filtro de admiración que todo hombre culto sentía en aquel tiempo por la tierra de los grandes pensadores y filósofos modernos». Y en contra de la revolución a golpe de libro, Bringas propugna las armas, o más bien «un baño de sangre que preceda al baño de razón». Y reconozcamos que también es la contraposición Francia-España (y no salimos muy bien parados. Obvio también).

La amistad, pese a las diferentes formas de pensar y de ver las cosas, entre Hermógenes y Zárate; el respeto, que se intensifica en don Hermógenes cuando más de una vez soporta, estoico, prudente y paciente, contestando con un simple “por Dios” las mil y una salidas de tono del abate Bringas; el honor, personificado de nuevo en el Almirante que hasta llega a batirse en duelo (sí, en duelo) para preservarlo. Un pequeño guiño al amor, al erotismo, al deseo… con uno de los pocos personajes femeninos de la novela, Margot Dancenis; el valor, la lucha ante la adversidad, el no rendirse nunca… de la mano del incansable Almirante, que se nota que es el personaje favorito del escritor, o al menos el que expresa sus ideas, en una narración lineal sin rebuscadas subtramas ni grandes giros o sobresaltos, pero bien conducida y de perfecta ejecución.

Aunque si hay un personaje que me ha enamorado en esta novela es el mismo Reverte: el novelista. Salta a escena el autor una y otra vez para explicarnos el arte de escribir: su arte. Cómo se ha documentado, qué libros ha consultado, el punto de vista, el ritmo, el porqué de este giro aquí, la razón de este atajo allá… lo que, para una servidora que hace sus pinitos el este noble arte, vale su peso en oro y no se lee todos los días.

Así, nos explica Reverte desde cómo se le ocurrió la idea de escribir esta historia con una supuesta conversación con Víctor García de la Concha y con el director de la Academia, Darío Villanueva —quien, a modo de chascarrillo le «promete devolver las tildes a los demostrativos pronominales» si le convierte en asesino de una supuesta novela que Reverte amenaza con escribir sobre los miembros de la Academia— hasta numerosos detalles sobre sus fuentes, personajes y problemas que tuvo que afrontar con la narración. Ah, y sus secretos placeres como escritor: «Pertenezco a la clase de escritor que suele situar las escenas de sus novelas en sitios reales. Pocas sensaciones conozco tan agradables como caminar por ellos con maneras de cazador y el zurrón abierto mientras una historia fragua en tu cabeza; entrar en un edificio, caminar con una calle y decidir: este sitio me conviene, lo meto en mi historia. Imaginar a los personajes moviéndose por el mismo lugar, sentados donde estás, mirando lo que miras».

Pero cuidado. A lo largo de la novela este personaje nos engaña. Juega con nosotros, nos toma el pelo. Describe con la misma exactitud fuentes inventadas y otras que parecen ser verídicas; detalla personajes (tanto históricos como actuales) reales al lado de otros que son ficticios, lo que hace que llegue un momento en el que la realidad y la ficción se entrecrucen y sea complicado distinguir una de otra.

En definitiva, nos miente don Arturo, incluso sobre él mismo. ¿Acaso es él el novelista que aparece en esta historia o es simplemente un personaje ficticio más? En literatura todo es posible… Y confieso que eso me encanta porque ¿qué es la literatura sino mentir bien la verdad?
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Ada
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MensajePublicado: Lun Sep 05, 2016 10:27 am    Asunto: Responder citando

'Hombres buenos' de Arturo Pérez Reverte.
leyendoconmar.blogspot - 04/09/2016

Con Arturo Pérez Reverte yo he tenido siempre una relación "peculiar", comenzó hace muchos años, cuando publicó 'El club Dumas', una de mis novelas favoritas, a partir de esta historia, me dediqué leer todo lo que publicaba, empezando por su producción anterior, y la verdad es que simplifique bastante la vida de amigos y familiares que sabían que si me regalaban uno de sus libros siempre acertarían, y luego de repente "la atracción" que sentía desapareció y deje de leerlo totalmente hasta que apareció 'El asedio', y posteriormente la que traigo hoy para la casilla de la Yincana Histórica Conflictos Bélicos: Homenaje a Arturo Pérez Reverte. 'Hombres buenos', cuando leí la sinopsis me pareció una historia muy atractiva y estaba deseando hacerme con ella.

'Hombres buenos' se estructura en un prologo, doce capítulos con título y un epílogo, y está contada en primera y tercera persona por un mismo narrador, que utiliza la tercera persona para relatar las andanzas de los dos académicos y la primera cuando nos informa de cómo se han llevado a cabo las investigaciones que han dado lugar al libro. Y es que el autor simultanea ambas narraciones y tan pronto nos encontramos viajando en carruaje a París con los dos académicos, como asistimos a una reunión del escritor con alguna de sus " fuentes".

La novela se desarrolla en su parte " histórica" entre el Madrid ilustrado de Carlos III y el París previo a la revolución, con sus tertulias filosóficas, su vida cultural y libertina y sus agitaciones políticas y en la actual, en las mismas ciudades, pero en el presente. No se trata una historia de acción, sino mas bien de intercambio de ideas y opiniones, sobre la situación de las España y Francia de la época ( aunque si nos paramos a pensar, las reflexiones pueden aplicase perfectamente a lo que estamos viviendo ahora..), pero no solo eso. 'Hombres buenos' habla también sobre libros y el amor hacia ellos, sobre la libertad y los derechos del hombre, sobre la religión y la razón...

En cuanto a los personajes, en su mayoría son reales, o están basados en personajes reales, destacan cómo no, los dos académicos: Don Hermógenes es el bibliotecario, un hombre amable, religioso, estudioso, descuidado, honesto y bondadoso, delicado de salud (come un poco más de lo que debiera), y es tímido y pusilánime, salvo cuando es necesario demostrar la verdadera valentía. y Don Pedro Zárate , brigadier de marina, el típico militar, rígido y formal, impecable casaca, corbata perfectamente anudada, pero un hombre con el que se puede contar, escéptico pero solo como defensa, con un elevado sentido del honor y de lo que cada uno debe hacer y ser.

También los malvados de la historia, Justo Sanchéz Testón [sic] "El catón de Oviedo" académico que por intereses personales no quiere que la 'Encyclopedie' llegue a España y se alía con Manuel Higueruela, periodista, que se califica de patriota y católico y opina que esa obra de los franceses es corrosiva y nefasta y contratan a Pascual Raposo " un tipo de recursos, con los escrupulos justos, listo y peligroso como su apellido", y que es el encargado de impedir que la misión de Don Hermógenes y Don Pedro llegue a buen puerto. El abate Bringas, poeta, liberalista, revolucionario, que al mismo tiempo que lanza discursos incendiarios, se aprovecha para comer y beber a costa de los dos académicos. Margarita Dancenis ( Margot) casada con el Señor Dancenis, española, conoció a su marido cuando este se encontraba en misisón comercial en España, es una mujer hermosa, culta y que mantiene un salón filosofico/ literario en el hotel Saint Honoré. Tambien podemos encontrar otros más conocidos como Marat, Benjamin Franklin, o el Conde de Aranda.

'Hombres buenos', aunque al final me ha gustado mucho, no ha sido lo que yo esperaba, no tiene demasiada acción ( aunque cuando la hay te engancha totalmente), y la continua injerencia del autor contagiándonos [sic] cómo llevo a cabo la investigación, entrevistas con sus informadores, o qué ha descubierto de los personajes, al principio me molestaba mucho porque me hacía perder el hilo y desconectar de la historia que de verdad me interesaba, luego la verdad es que me acostumbré.

Para terminar: "Solo se trata de cumplir las reglas, la vida te situa ante ellas. Se cumplen y punto. Sin grandes gestos .Sin dramatismos... lo hicimos porque había que hacerlo."
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MensajePublicado: Sab Sep 17, 2016 1:50 pm    Asunto: Responder citando

"Faltou a guilhotina em Portugal e Espanha"
Entrevista de João Céu e Silva - dn.pt - 17/09/2016

O escritor espanhol Arturo Pérez-Reverte publicou um novo romance, 'Homens bons'. Onde, num romance inovador, é bastante crítico para com a Igreja católica.

O escritor Arturo Pérez-Reverte está furioso, nota-se isso na expressão do rosto, enquanto verifica se tem mensagens no telemóvel. Está à porta do hotel na Praça dos Restauradores, em Lisboa, aonde veio promover o seu mais recente romance, 'Homens bons', e participar do Festival Internacional de Cultura em Cascais. É um hotel diferente de onde gosta de pernoitar quando vem à capital portuguesa porque os turistas são tantos que lhe "tiraram" o lugar. Irá dizer nesta entrevista alguns palavrões de tão irritado que está com a moda do turismo em direção à Península Ibérica, entre outras situações, e pergunta se as livrarias e alfarrabistas que costuma frequentar ainda não deram lugar a lojas de souvenirs: "Já nem se consegue ir comer ao Martinho da Arcada!" Ou seja, indo direto ao assunto, "resta-me os livros e a memória."

Pérez-Reverte, um dos escritores espanhóis de maior sucesso em Portugal, acredita que os livros não irão acabar porque "há uma multidão que precisa de se refugiar na leitura e lhes dará uma extensa vida." Quando a conversa chegar a 'Homens bons', ficará menos irritado, mas esse momento só acontecerá após mais umas diatribes.

-Escolhe o título 'Homens bons', mas também podia ser 'Homens maus'...
-Porque em momentos como o atual em que tudo é caos, informação e Internet; onde a cultura está desprezada e os sistemas educativos de Portugal e de Espanha estão feitos para igualar os jovens na mediocridade, os homens bons fazem falta. Que são, por exemplo, os professores que sabem que de 20 alunos 18 serão maus mas dois tem futuro e ajuda-os.

-É a favor de uma cultura elitista?
-A cultura popular não existe, é um engano e fruto de uma falsa moda que a está a destruir. Mesmo que considere que a cultura deve estar ao alcance de todos e ninguém possa ser afastado por nascimento.

-Mas...
-Não podemos colocar Velásquez numa exposição de rua para que seja acessível aos filhos da mãe dos sete mil turistas que nada ligam ao pintor. Quem quiser ver vá ao museu! Não se deve igualar o jovem que poupa dinheiro para ir ao Louvre ver a Vénus de Milo e apanha à frente mil estúpidos a quem a estátua não interessa, apenas lá vão porque está no circuito turístico.

-Passa-se o mesmo na literatura?
-É um panorama desolador também, daí que este livro reivindique a cultura para elites pois sem elas estamos tão perdidos como a Europa neste momento. Vivemos nas mãos de governantes medíocres.

-Refere-se à política em Espanha?
-Já não me importo com essa merda. Tenho 65 anos e uma biblioteca com 30 mil volumes onde me refugiar. Sinto-me como um romano que vê os bárbaros a invadir a cidade, a queimar os templos, a violar as mulheres e a matar os filhos. Por isso, prefiro a companhia de um livro de Lucrécio ou de Catulo e de um bom copo de vinho em vez de preocupar-me com estes imbecis dos bárbaros que regressam periodicamente à política. Por isso não me interessa a situação política em Espanha, tanto me faz pois continuarei com a minha vida.

-Não o incomoda viver assim?
-Tudo isto já aconteceu e a História mostra-o, só que se esqueceram as suas lições. As crianças não aprendem História e os políticos apagaram o seu estudo da Educação. Estamos a criar gerações de jovens e adultos indefesos e sem memória.

-Critica o esquecimento em torno de Cervantes. É o que se passa?
-Se Cervantes fosse inglês seria um ícone mundial, como é espanhol o que se faz é envergonhá-lo. É uma atitude muito ibérica, que se vê em dois grandes romances: 'La Regenta', de Leopoldo Alas 'Clarín', ou 'O Primo Basílio', de Eça de Queiroz. Se fossem de um francês ou de um inglês estariam ao nível de 'Anna Karenina' ou 'Madame Bovary'.

-É uma mediocridade ibérica?
-Sim, porque nos afastamos cada vez mais da inteligência.

-Essa é uma das teses deste romance. Estranhou que a Academia Real quisesse ter uma coleção da 'Encyclopédie'?
-Estou na Academia Real porque a respeito muito por ser uma instituição muito nobre e com 300 anos de um trabalho magnífico. A Academia queria a 'Encyclopédie' por querer "iluminar" o conhecimento numa época em que ainda não tinha havido a revolução russa, a guilhotina, Robespierre, Trotsky ou Hitler. A palavra revolução era boa e significava esperança num tempo em que havia a inocência pré-revolucionária. Quando o homem ilustrado era virgem e não havia Marat, Robespierre ou Estaline, quando vai tudo ao fundo.

-O personagem Pedro Zárate é um bom exemplo de pré-revolucionário. Identifica-se com ele?
-Sim, estou mais próximo dele porque sou cerebral e a guerra deu-me uma visão científica do mundo. Uma visão não moral mas técnica e natural do que é a guerra, obrigando-me a ver o mundo de forma fria. Dei isso ao personagem.

-Ter feito cobertura de guerras retiraram-lhe a esperança nos homens bons?
-Vi o ser humano na sua totalidade e concluí que não é bom. É um filho da mãe por natureza, a quem a sociedade, a cultura e a religião dá uma capa de civilização. Na guerra, esse verniz estala e vem o predador.

-Na guerra dos Balcãs viu alguns homens bons?
-Poucos. Foi uma guerra onde não consegui ter simpatia por nenhuma das fações: as mulheres eram tristes e os homens violentos. A minha visão do ser humano não é amável, mesmo que neste romance não tenha querido dar esse lado.

-Daí que escolha dois académicos?
-Queria dizer que os homens bons reconhecem-se pela cultura, conhecimento, memória e lucidez. É terrível quando vejo Portugal e Espanha, e o Ocidente, a deitar para o lixo esse património.

-Na pág. 98 faz a seguinte afirmação: "Faltou uma guilhotina". Não é uma expressão muito radical?
-Digo guilhotina no sentido simbólico porque, apesar de todo o seu horror, mudou o mundo. Ou seja, a guilhotina limpa o mundo dos bispos, dos reis, dos nobres e dos parasitas sociais. Sem ela, essa gente vai-se transformando e converte-se em "democratas" como agora vemos à nossa volta, mesmo que sejam os mesmos de antigamente. Para mim, em Espanha e Portugal fez falta uma revolução que terminasse em definitivo com os privilégios de classe, que nos libertasse a todos por igual.

-Pode-se dizer que faltou uma guilhotina na península ibérica?
-Sem dúvida, a nossa história seria diferente e viveríamos em países muito melhores se se tivesse limpado a paisagem. Faltou a guilhotina em Portugal e Espanha, seriam países bem diferentes. Claro que agora não seria a guilhotina, era ridículo e próprio do século XVIII.

-A guerra civil espanhola não foi uma espécie de guilhotina?
-Não, foi apenas uma guerra civil espanhola; um ajuste de contas entre vizinhos que se odiavam e não tanto uma guerra ideológica. Uns queriam exterminar os outros e não havia grandes diferenças entre falangistas e comunistas. Se tivesse sido ideológica, teria servido para alguma coisa.

-E a Revolução de Abril de 1974 também não foi uma guilhotina?
-Não, os capitães de Abril fizeram um momento maravilhoso e de esperança para todos. Mas deu em quê esse Abril em Portugal? Nada, não houve um purga, estão todos aí e nos cargos em democracia.

-Não perdoa a Igreja neste livro!
-A Igreja e o poder terminaram com qualquer influência benéfica do Iluminismo. Houve cientistas espanhóis que tiveram de alterar as conclusões porque contrariavam os dogmas, por isso ficámos para trás. Daí o meu rancor histórico para com a Igreja católica, que nos deixa fora da Europa muito tempo.

-Mesmo com este novo papa?
-Francisco é folclore. Simpático, agradável e demagogo. O grande momento de mudança dá-se com o Concílio Vaticano II e com os papas João XXIII e Paulo VI, que eram os homens bons, mas Wojtyla (João Paulo II) e Ratzinger (Bento XVI) cortaram o processo de mudança.

-O que disseram os seus colegas da Academia Real ao ver o seu livro?
-Gostaram e divertiram-se muito, tendo aceitado com elegância.

-Mesmo que retratasse alguns?
-Os que aparecem no livro, divertiram-se. Os outros, menos.

-Entre as personagens coloca D'Alembert, Benjamin Franklin ou Choderlos de Laclos. Como reconstruiu essas vozes?
-Escrever um romance é um pretexto maravilhoso para ler livros que nunca leria. Li tudo desse tempo, fui a Paris fazer reconstituições e estive nos lugares do livro. Essa foi a parte divertida. Aliás, escrever um romance tem duas partes: a divertida, que é a documentação; e a difícil, que é a da escrita. Escrever desagrada-me bastante, gosto é de imaginar e de investigar. Foram dois anos de felicidade criativa.

-E os diálogos não soam falsos...
-Muitas são frases deles. Não sou um filósofo nem um pensador do século XVIII.

-Nota-se que gosta muito da Madame Dancenis...
-Sim, nela resumo todas as mulheres do "grand monde" francês, as ultra elegantes e ativas. Além de que foi um prazer fazer a cena final entre ela e o almirante. É uma grande parte e deixou-me orgulhoso.

-As leitoras mulheres não acharão o romance um pouco machista?
-Não, era assim à época e as minhas leitoras sabem bem o que penso.

-Como é que lhe surge a ideia de cruzar o narrador atual com a ação no passado?
-Estava a escrever normalmente e dei-me conta de que o romance tinha um ritmo muito lento e que o podia tornar pesado. Já ia a meio quando decidi introduzir uma falsa pesquisa do narrador. O que também é ficção, porque não passa de um recurso que inventei quando vi que o romance não funcionava como eu queria.

-Como filtrou a grande quantidade de informação sobre esta época?
-Fui jornalista durante 20 anos e aprendi a obter e selecionar a informação.

-Além de pôr a gravata às quintas-feiras, qual é o seu trabalho na Academia Real?
-Temos o Dicionário de Ortografia e ocupamo-nos com a introdução de palavras novas. Eu ocupo-me das palavras ligadas ao mar.

-A língua espanhola é diferente nos vários países em que publica?
-Quando publico um romance em português há duas versões: portuguesa e brasileira. Quando publico em espanhol, é igual em Espanha ou na Colômbia. Está tudo dito.
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MensajePublicado: Dom Nov 06, 2016 10:32 am    Asunto: Responder citando

Entrevista en la televisión portuguesa (a partir del minuto 17)
http://www.rtp.pt/play/p2408/e257920/todas-as-palavras
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MensajePublicado: Lun Nov 14, 2016 9:54 am    Asunto: Responder citando

'Hombres buenos', de Arturo Pérez-Reverte
queleeriajaneausten.blogspot - 12/11/2016

A pesar de que me gusta mucho cómo escribe Arturo Pérez-Reverte hacía ya bastante tiempo que no me ponía con un libro suyo y 'Hombres buenos' ha sido un muy feliz reencuentro. Quizás ha influido también que aquí la trama vuelve a girar en torno a los libros, como mi novela favorita suya, 'El club Dumas', pero esta novela tiene otros muchos detalles que hacen que merezca realmente la pena. A finales del siglo XVIII dos miembros de la Real Academia Española se embarcan en un viaje a París para lograr traer la 'Encyclopédie' de D'Alembert y Diderot que por aquel entonces estaba prohibida en España. No sospechan que habrá personas muy interesadas en que no logren su propósito.

Una de las mejores cosas de esta novela son los personajes. Aquellos con intenciones poco honorables son muy interesantes. Nos dan otra perspectiva de las cosas: el porqué se oponían a traer aquella fuente de conocimiento a España cada uno con razones muy diferentes, pero que nos muestran las dos caras de la misma moneda. Y por otro lado, los hombres buenos son fantásticos. Por un lado, don Pedro Zárate, un marino racional y escéptico respecto a según qué cosas y don Hermógenes Molina, bibliotecario, bonachón en el que conviven razón y religión. Me gustan los dos, pero sin duda don Hermes me ha llegado al corazón.

Ambos son hombres de honor, íntegros y honestos. Es una gozada leer sus diálogos y ver cómo intercambian opiniones, hablan sobre la situación de España, sobre la cultura, el marino escandaliza al bueno del bibliotecario... Y a poco van haciéndose amigos porque comparten ante todo su pasión por el conocimiento. "Nadie puede ser sabio sin haber leído por lo menos una hora al día, sin tener biblioteca, por modesta que sea, sin maestros a los que respetar, sin ser lo bastante humilde para formular preguntas y atender con provecho a las respuestas..."

La ambientación no se queda tampoco atrás. Entramos de lleno en un París anterior a la Revolución Francesa con los cafés, los salones, las tertulias, con esa forma de expresarse mucho más pícara... y el abate Bringas, un tipo inclasificable que da unas líneas de diez. Las descripciones son estupendas, me gusta especialmente una de un día lluvioso o la primera vez que ven la 'Encyclopédie'. Sientes su misma emoción ante esos libros tan anhelados que recogen todo el saber de la época. "Sus nítidos caracteres, la belleza de encuadernación, la blancura magnífica de la páginas impresas con amplios márgenes en buen papel de hilo, el que ni envejece ni se hace quebradizo ni amarillea, resistente al tiempo y al olvido. El que hace a los hombres más sabios, más justos y más libres."

Además, en 'Hombres buenos' nos sentimos también partícipes de la creación de la novela, porque el autor nos va contando todo el proceso. Dónde surge la idea, el laborioso trabajo de documentación buscando los lugares por las que hacer transcurrir la historia, la consulta de textos y mapas de la época... No deja nada al azar: ni una calle, ni un café, ni una posada... todo está perfectamente documentado. Y en esa parte de la novela es cuando dice una idea que a mí me encanta poner en práctica cuando viajo y que me hace ver con especial ilusión ciertos sitios (seguro que a muchos os sucede lo mismo). "Hay un ejercicio fascinante, a medio camino entre la literatura y la vida: visitar lugares leídos en libros y proyectar en ellos, enriqueciéndolos con esa memoria lectora [...] Ciudades, hoteles, paisajes, adquieren un carácter singular cuando alguien se acerca a ellos con lecturas previas en la cabeza."

'Hombres buenos' es un libro fascinante que está hecho para todos los apasionados de la literatura, los libros y el conocimiento en el amplio sentido de la palabra. De ese interés por seguir aprendiendo, formándose para poder así tener criterio y por no perder nunca esa curiosidad por conocer cosas nuevas que sin duda nos hace disfrutar mucho más de todo lo que nos ofrece el mundo. "Una biblioteca no es algo por leer, sino una compañía, un remedio y un consuelo."
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MensajePublicado: Vie Dic 16, 2016 9:52 am    Asunto: Responder citando

El verdadero Pérez Reverte
Nemesio Rodríguez Lois - yoinfluyo.com - 15/12/2016

Hace ya bastantes años que Arturo Pérez-Reverte alcanzó fama internacional con una legendaria serie de novelas históricas, 'Las aventuras del capitán Alatriste, que, dado el éxito obtenido, fueron llevadas al cine. La que en México nos toca más de cerca es 'La Reina del Sur', que también fue un éxito editorial y de la cual se hizo una serie televisiva llevando como protagonista principal a la actriz Kate del Castillo.

Arturo Pérez Reverte, nacido en Cartagena (España) en 1951 ha triunfado a plenitud en el campo de la novela y de ello dan testimonio más de quince millones de ejemplares vendidos en todo el mundo. Su inusitado éxito en el mundo de las letras ha influido para que le nombrasen miembro de la Real Academia de la Lengua. Un personaje de talla internacional que, por lo antes dicho, no puede pasar desapercibido, razón por la cual es lógico que nos preguntemos: ¿Quién es y qué ideología profesa Arturo Pérez Reverte?

Parte de la respuesta nos la dan una serie de declaraciones que dicho autor hizo allá por abril de 2012, cuando atacó duramente a Monseñor Juan Antonio Reig Pla, obispo de Alcalá de Henares. El despiadado ataque se debió a que dicho prelado habló condenando la aberración que supone el homosexualismo, el cual –aunque muchos digan lo contrario– es una práctica que va en contra de la naturaleza humana.

Sin embargo, será la novela 'Hombres buenos' que Reverte publicó en 2015 la que nos pinte de cuerpo entero al personaje. El argumento se desarrolla a finales del siglo XVIII, cuando dos miembros de la Real Academia de la Lengua reciben el encargo de viajar a París para conseguir de forma casi clandestina los 28 volúmenes de la 'Enciclopedia' de Diderot y D'Alembert, que por aquel entonces estaba prohibida en España. Una obra que –vale la pena decirlo– estaba incluida en el Índice de libros prohibidos por el Santo Oficio y, por ende, condenada por la Iglesia. Cuando a los dos académicos se les encarga viajar a París para traer dicha obra, era con el propósito de que llegasen a España las luces que le estaban haciendo falta.

Según la mentalidad racionalista que nació a raíz de que muchos leyeron la 'Enciclopedia', se supone que para hacer felices a los hombres era necesario ilustrarlos. El caso es que el vendaval provocado por una obra que todo lo ponía en duda quebrantó las bases del orden establecido, incendiando pueblos enteros. En cambio, en la supuestamente atrasada España, donde no habían llegado aquellas “luces”, no se dieron esas matanzas. Y ya no digamos en las provincias españolas de ultramar –como era el caso de la Nueva España–, en donde durante más de tres siglos se vivió un clima de paz, progreso y justicia.

A lo largo de su obra, Reverte ataca con saña el catolicismo y las tradiciones hispánicas. Vale la pena citar algunos párrafos: “La religión es la mayor fuerza de engaño inventada por el hombre” (Óp. Cit. Página 108). “Lo que necesitamos son menos doctores por Salamanca y más agricultores, comerciantes y marinos. Una España donde se entienda, al fin, que la aguja de coser hizo más por la felicidad del género humano, que la Lógica de Aristóteles o la obra completa de Tomás de Aquino” (Óp. Cit. Página 109). En el siglo XVIII la lucha se daba primero en el terreno de las ideas. Un siglo después, ya contaminadas las mentes de las clases dirigentes esa lucha habría de darse en el terreno de las armas causando infinidad de guerras civiles. “La penetración de las ideas, de las luces, acabará transformando lo que resulta inevitable transformar…Nosotros, en nuestra modesta parcela, no trabajamos para hacer bascular al mundo, sino para cambiarlo” (Óp. Cit. Página 372).

En fin, como dice el refrán: “No digas quien eres pues con tus obras lo dirás”. Y en el caso de Arturo Pérez Reverte, está fuera de duda su orientación abiertamente opuesta a la fe católica. Es bueno tomar esto en cuenta puesto que, siempre que dicho autor haga alguna declaración, ya sabemos quién es y a qué atenernos.
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MensajePublicado: Mie Ene 25, 2017 9:42 am    Asunto: Responder citando

Enciclopedismo es una mala palabra
Luis Alberto Romero - Los Andes - 25/01/2017

Hay “malas palabras” que son groseras, pero usadas adecuadamente agregan matices al lenguaje; hay otras, inocentes pero solapadas, que esconden su sentido para causar un daño. Creo que es el caso de “enciclopedismo”. ¿Cómo definirla? “Definible es solo lo que no tiene historia”, escribió alguna vez Nietzsche. A lo largo del tiempo, cada palabra va agregando nuevos sentidos, sin perder los originarios, que siguen resonando. Un buen polemista juega con estas ambigüedades. En el combate ideológico es común simplificar hasta la caricatura la definición del adversario: a fuerza de arrojarlas a la cara, “fascista” o “zurdo” expresan hoy poco más que sentimientos.

En otras ocasiones, hay una apropiación de la palabra clave del adversario. A fines del siglo XIX la Iglesia Católica formuló su propia definición de democracia, que no tiene que ver con la soberanía del pueblo; fundada por Jesús, consistiría en la acción social concertada y orientada al bienestar de los más pobres. Otras veces, una palabra prestigiosa en un campo se traspone a otro diferente. El ADN de la biología, reforzado por las neurociencias, suele usarse hoy con un sentido tan simplificador como el que, un siglo atrás, se le daba a “raza”. En lugar de “ser nacional” se habla hoy del ADN de los argentinos, y hasta del cerebro argentino.

Los cambios de sentido que me interesan ahora son leves y encadenados. Gradualmente, una palabra se va disfrazando; su sentido originario es enmascarado, para introducírselo de rondón al receptor. En el mundo de la computación, se llama “troyano” al software aparentemente inocuo pero malintencionado y dañino. Como el caballo de Troya homérico, estos troyanos de la lengua circulan con disimulo, se instalan en nuestro sentido común y producen un efecto pernicioso.

Es el caso de “enciclopedismo”, una palabra de origen noble, manipulada y pervertida por una ideología, a mi juicio, nefasta y luego convertida en una trampa para cazar ingenuos. Una mala palabra. Comencemos por el presente. Hoy cualquier pedagogo, a la hora de criticar los contenidos o la didáctica escolar corriente, los califica globalmente como “enciclopédicos”. Todos entendemos: se trata del estudio memorístico de datos e informaciones inútiles pues no se enseña para qué sirven ni se usan.

¿Quién defendería esta pésima práctica? Es propia de docentes que, ignorantes ellos mismos del sentido de lo que enseñan, lo reducen a datos vacíos, de esos que, antes de Wikipedia, se encontraban en los diccionarios enciclopédicos. Enciclopedismo equivaldría a aprender de memoria una parte de una enciclopedia.

Pero en la historia de la palabra, a mediados del siglo XVIII está “l’Encyclopédie”. Dirigida por Denis Diderot y Jean D’Alembert, y redactada por 140 expertos, reunió en 73.000 artículos, ordenados alfabéticamente y clasificados por disciplinas, lo que en ese momento era el saber novedoso y avanzado.

La Enciclopedia no era solo una compilación erudita. La informaba un ideal educativo: liberar a la razón de los velos de la tradición, la ignorancia y las supersticiones, y permitirle florecer e iluminar a los hombres. En ese sentido se la evoca en el Himno a Sarmiento: “Con la luz de tu ingenio iluminaste la razón en la noche de ignorancia”.

En su novela “Hombres buenos”, Arturo Pérez Reverte narra las peripecias de dos académicos, comisionados por la Real Academia de la Lengua de España para viajar a París y adquirir un ejemplar del texto, tan preciado por los sabios como temido por el Trono y el Altar. Un grupo siniestro, temeroso del efecto subversivo y revolucionario de la obra, decidió impedir que concretara su cometido. Para Pérez Reverte -un ilustrado él mismo-, sus acechanzas son la materialización de la “noche de ignorancia”.

No se equivocaban: la Enciclopedia revolucionó las ideas allí donde más importa: en la concepción del mundo y del hombre. ¿Qué tiene que ver esto con la acumulación memorista de información inútil? ¿Cómo se pasó de ese sentido al concepto actual de saber estéril? Una historia semántica permite distinguir dos momentos: la demonización y la trivialización. Varias reacciones confluyeron contra la Enciclopedia. La Iglesia Católica, con buenas razones, vio en ella el germen de un mundo secularizado y laico, en el que su influencia se recortaría.

El romanticismo alemán fundó una corriente crítica de la Ilustración, que contrapuso a la razón el sentimiento y la pasión. El nacionalismo, de raíces románticas, confrontó la cultura de cada nación, propia e intransferible, con un saber y una razón universales, descalificados con otro término de fortuna: cosmopolitismo. Más recientemente, Adorno y Horkheimer subrayaron la naturaleza autodestructiva de la razón, instrumental y totalitaria.

En la Argentina, el “enciclopedismo cosmopolita”, parte del detestado “liberalismo”, encontró su chivo expiatorio en Sarmiento. Comenzaron a descalificarlo los católicos, siguieron los nacionalistas -ingeniosos y malignos- y finalmente el peronismo. La escuela de Sarmiento, y muy especialmente el “normalismo”, identificados con el enciclopedismo, fueron cuestionados por las peores razones, esas que expuso Adriana Puiggrós, pedagoga y política, que sabe identificar muy bien su blanco.

Por estas vías el enciclopedismo se convirtió en una mala palabra, que sumó su granito de arena a la formación de un complejo semántico dominante en la cultura política argentina. Pero en lugar del combate sincero que dan quienes enfrentan a fascistas o a zurdos, en este caso el camino fue avieso.

Consistió en trivializar la palabra, ocultar la sustancia y referir su sentido al estudio del dato y a la memorización. Así se pudo cosechar una adhesión fácil y, por esa vía, condenar el legado de la Ilustración y la tradición sarmientina: la emancipación del individuo y la construcción de una sociedad democrática. Algo así como tirar por el desagüe el agua sucia y también al bebé.

Retacearle al alumno la información argumentando que está en internet es condenarlo a reproducir su medio cultural y a perpetuar la desigualdad.

¿Son conscientes de esto quienes proponen hoy acabar con el enciclopedismo? Algunos sí, y otros muchos no. Pero unos y otros activan el malicioso y dañino “troyano”, hoy cómodamente instalado en nuestro sentido común. Ojalá se advierta este riesgo cuando se discutan las necesarias reformas educativas.
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MensajePublicado: Vie Abr 28, 2017 10:03 am    Asunto: Responder citando

"J'ai un rapport chéri avec la France, je lui dois tant"
Bernard Lehut - rtl.fr - 28/04/2017

Le romancier espagnol revient avec 'Deux hommes de bien', les aventures rocambolesques de deux académiciens ibères, dans le Paris pré-révolutionnaire, à la recherche de la première édition de l'Encyclopédie.

Arturo Pérez-Reverte est l'un, si ce n'est le romancier espagnol le plus lu dans le monde et tout particulièrement en France, dès son premier livre en 1993, 'Le tableau du maître flamand' suivi de bien d'autres succès, 'Le maître d'escrime', 'Le peintre des batailles' ou sa série de cape et d'épée, avec 'Les aventures du capitaine Alatriste'. Sa marque de fabrique ? De grands romans historiques et d'aventures, érudits et populaires. Une veine qu'il a gardée dans 'Deux hommes de bien', son nouveau roman qui vient de sortir au Seuil.

Membre de l'Académie royale d'Espagne, Arturo Pérez-Reverte raconte le voyage rocambolesque de deux de ses prédécesseurs mandatés par l'Académie pour se rendre à Paris et rapporter les 28 tomes de l'Encyclopédie de Diderot et d'Alembert, un ouvrage alors interdit dans la très catholique Espagne. "J'étais en train de fouiller dans la bibliothèque et je suis tombé sur la première édition de l'Encyclopédie. J'ai fait une enquête pour trouver comment l'exemplaire s'était retrouvé là. J'ai décidé d'écrire comment l'Encyclopédie est arrivée en Espagne", confie le romancier.

On va donc suivre le périple des deux membres de l'Académie espagnole chargés de cette mission. "Il y a le bibliothécaire, un homme paisible et religieux, lais avec une conception logique du monde. L'autre est un scientifique sans Foi et athée. On peut avoir un parallélisme entre Don Quichotte et Sancho Panza dans l'oeuvre de Cervantès", poursuit-il. Mais, dans sa façon de revisiter par la fiction la Grande Histoire, Arturo Pérez-Reverte a un autre maître : Alexandre Dumas. "Les livres de Dumas sont les premiers que j'ai lus quand j'étais jeune. C'était un vrai plaisir de lecteur. Dumas m'a laissé une certaine façon d'entendre la littérature (...) et surtout la manipulation de l’histoire et l'introduction des éléments forts".

Le personnage le plus important c'est Paris. Plus précisément, le Paris pré-révolutionnaire, formidablement décrit par l'écrivain espagnol. On y est, qu'il s'agisse du Paris des philosophes et des encyclopédistes au café Le Procope, du Paris des aristocrates et de leurs soirées libertines ou du Paris misérable, de la colère populaire qui monte. On prend la mesure non seulement de l'érudition de Pérez-Reverte mais aussi de sa passion pour notre Histoire et la France. "Pour ma génération, la France est toujours la référence culturelle (...) J'ai un rapport chéri avec la France. Ces livres, c'est une façon de rendre à la France ce que je lui dois", conclut l'auteur. Une dette qu'Arturo Perez-Reverte rembourse au centuple avec le brillant et passionnant 'Deux hommes de bien'.

Audio: http://www.rtl.fr/culture/arts-spectacles/arturo-perez-reverte-j-ai-un-rapport-cheri-avec-la-france-je-lui-dois-tant-7788320528
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MensajePublicado: Sab May 13, 2017 10:36 am    Asunto: Responder citando

"Les Européens ont oublié que la culture est un trésor"
Entrevista de Alexis Lacroix - lexpress.fr - 13/05/2017

L'académicien espagnol Arturo Pérez-Reverte livre une grande fresque romanesque sur l'histoire de l'Encyclopédie. L'occasion, pour 'L'Express', d'évoquer avec lui la lutte contre tous les obscurantismes.

-Pourquoi vous être penché sur les "riches heures" du siècle des Lumières? Le combat contre l'obscurantisme qu'ont mené les philosophes est-il encore le nôtre?
-C'est justement la période que nous traversons qui m'a donné l'idée de ce roman. L'unique façon d'affronter l'obscurantisme et de mettre en échec les forces de destruction de la culture européenne, c'est l'exercice de la mémoire, cet exercice dont l'éducation actuelle fait trop souvent l'économie, par esprit de nivellement. Aristote, Virgile ou Montaigne sont tragiquement délaissés. Ils sont pourtant, avec d'autres, les piliers de cette Europe que j'aime et qui est en train d'être désarmée. La culture est un trésor, et nous le dilapidons.

-Dans 'Deux hommes de bien', l'obscurantisme est représenté par les émissaires de l'Inquisition, qui tentent de s'opposer, dans l'Espagne d'alors, au vaste mouvement des Lumières, à la circulation des savoirs... Qui incarne, aujourd'hui, selon vous, ces forces obscurantistes?
-Aujourd'hui, je dirais, pour schématiser, qu'il existe deux barbaries adverses et complémentaires: la menace extérieure qui, comme au XVIIIe siècle, guette le coeur de l'Europe; mais à cette menace extérieure s'en ajoute une autre, venue de l'intérieur et, pour cette raison même, peut-être pire. Une des figures de la déculturation surgie de l'intérieur de la civilisation européenne, c'est par exemple la Commission de Bruxelles, qui produit la plupart des maladies de l'esprit qui nous affectent. Nous sommes menacés par la force aveugle d'un nihilisme qui nous conduit à faire table rase de toutes les références culturelles et des conditions de possibilité d'une authentique éducation humaniste. Ainsi allons-nous laisser les générations qui viennent sans défense et sans repères.

-Au travers de l'odyssée de vos deux compatriotes, ce que vous célébrez, c'est l'Encyclopédie, bien sûr, mais c'est aussi -plus largement- l'Europe de l'esprit. En avez-vous la nostalgie?
-Le mot "esprit", en effet, est lié indissolublement à celui d'"Europe". Sans Montesquieu, sans Rousseau et sans d'Alembert, l'Europe telle que nous la connaissons aujourd'hui n'existerait pas, elle ne serait jamais devenue un pôle de référence morale du monde. La bibliothèque de ma famille était remplie de livres français. Et le premier que j'ai lu, enfant, a été 'Les Trois Mousquetaires', d'Alexandre Dumas. Je me souviens du conseil prodigué par mon grand-père: "Arturito, tu dois apprendre le français!" Et il ajoutait: "Toutes les trois générations en Espagne, il y a en a une qui doit prendre le chemin de l'exil. Dans notre famille, on s'exile en France." C'est comme ça, voyez-vous: aussi loin que remontent mes souvenirs, je me rappelle avoir tenu la France pour mon ultime refuge. Que la France, aujourd'hui, soit menacée dans la débâcle générale qui déferle sur l'Europe -cela m'affecte beaucoup. C'est comme si j'avais perdu mon arrière-pays!

-Vous faites de Paris un véritable personnage. Portez-vous le deuil de la Ville lumière qu'a été Paris?
-Oui, et il est incontestable que Paris n'exerce plus ce rôle de phare. Mais tant pis... Comme j'ai lu les livres, les classiques qui racontent et célèbrent cette ville, je peux me promener dans ses rues et vivre des expériences presque aussi intenses que celles du flâneur Baudelaire...

-Eh oui... Parce que vous croyez aux pouvoirs de la littérature, comme l'indique l'exergue de votre livre, emprunté à Joseph Conrad: "Une vérité, une foi, une génération d'hommes passe, est oubliée, ne compte plus. Excepté pour ceux, peu nombreux, qui ont pu croire à cette vérité, professer cette foi, ou aimer ces hommes"...
-Là aussi, je crois qu'il faut faire sa part à la consolation. Et admettre que le Paris des livres n'existe pas... Mon Paris et ma France sont indissociables d'une certaine idée de la grandeur.

-Alors justement, vous êtes membre de l'Académie royale espagnole, comment concevez-vous votre rôle? Contribuez-vous à freiner le processus en cours, à retarder la catastrophe?
-Nous sommes, au sein de l'Académie, responsables de la fabrication d'un dictionnaire pour 500 millions de locuteurs, et disposons en raison de la force de l'hispanidad d'un puissant "hinterland" linguistique.

-Vous vous en souvenez sans doute, un philosophe, au début du XXe siècle, a mis en garde les Européens contre la "lassitude". Pour lui, c'était un mal très corrosif. Vous partagez ce sentiment?
-Absolument! A l'époque des Lumières, le basculement vers la lassitude était moins entamé, car il n'y avait pas encore eu la Terreur, le spectacle de la guillotine, la décapitation du roi... Il y avait encore une certaine "virginité"... Nous savons aujourd'hui, hélas, d'un triste savoir, qu'il n'est point de révolutions qui ne se terminent en autocraties. Aujourd'hui, ce n'est donc pas l'espoir qui m'anime, c'est un certain besoin de consolation. La culture ne représente certes plus une solution politique, mais elle est encore un havre qui apport du réconfort et de la consolation.

-Académicien, vous l'êtes aussi dans un esprit de consolation?
-Absolument! J'ai couvert les guerres les plus improbables pendant vingt et un ans... Je sais que le fond de barbarie ne s'en ira jamais, il y a une âpreté, une violence irréductibles, je crois. Je sais aussi que l'Europe a vécu une période bénie, entre les années 1950 et le début du XXIe siècle. Maintenant, nous sommes sortis de l'ère de la sécurité. Les choses ne peuvent donc qu'empirer. Mais heureusement, il y a la culture. Et il y a, aussi, des "hommes de bien" pour se rassembler autour d'un principe consolateur. La culture fonctionne comme un immense analgésique.

-Quel est le péril suprême qui, selon vous, menace aujourd'hui les Européens?
-Sans culture, je répète qu'il n'y a aucun espoir de survie pour cette civilisation. C'est un fait. Il m'angoisse. Et je sais que les institutions européennes ont condamné à mort culturellement nos descendants. Ne nous y trompons pas: il se déchaîne aujourd'hui un obscurantisme à visage progressiste.

-Que voulez-vous dire?
-En Espagne, il existe aujourd'hui une offensive très inquiétante d'un féminisme radical, complètement analphabète, et qui, armé des meilleures intentions, multiplie les jugements anachroniques. Un tel dispositif idéologique revient à nous inciter à haïr notre passé sans rien nous donner à admirer en échange. Il y a, aujourd'hui, une multitude de fanatismes politiquement corrects qui n'ont rien à envier, dans leur zèle inquisitorial, à ceux que combattirent Voltaire et ses amis.

-Votre roman magnifie la vocation universaliste des philosophes, il s'en dégage donc une certaine idée de la grandeur de ces derniers. Gardez-vous la nostalgie de l'influence déterminante qu'exerçaient alors les intellectuels transnationaux?
-En ce qui me concerne, je suis davantage un raconteur d'histoires qu'un intellectuel. Aujourd'hui, nous avons dérivé vers un système de communication et d'échanges qui n'a plus rien à voir avec la vie intellectuelle. La société du spectacle intégral privilégie les oeuvres les plus lucratives: la parole des intellectuels est donc largement délaissée. Pour eux, c'est la douche froide! Nous avons perdu le respect pour la réflexion d'élite.

-Le combat entre les champions des Lumières et les tenants de l'obscurantisme se poursuit-il sous nos yeux? Et, si oui, quelle forme prend cet affrontement, selon vous?
-Oui, il est incontestable que les forces obscures n'ont pas tout à fait déserté la scène. Elles sont là, discrètes mais rémanentes. En Espagne, mais aussi en France. L'Espagne de ce point de vue-là est un laboratoire de ce qui fermente dans toute l'Europe.

-Que croire? Qu'espérer aujourd'hui? Est-ce une déformation professionnelle?
-Mon penchant m'incline en permanence à utiliser l'histoire, à m'y référer pour interpréter le passé. J'ai la conviction que l'Europe est engagée dans un interminable processus de déclin, comme jadis l'Empire romain. La seule option, c'est de retarder les choses. D'ajourner la catastrophe. Et de consoler celles et ceux qui ont conscience de l'effondrement en cours.

-La guerre revient?
-Evidemment! Je suis stupéfait par la certitude de beaucoup de nos contemporains, par leur aplomb aveugle. La plupart des gens, dans les sociétés occidentales, ne se rendent pas compte qu'ils sont sur le Titanic. Et l'iceberg peut se nommer fanatisme islamique, tsunami, c'est selon...

-Ce sont des "somnambules" au sens que Hermann Broch a donné à ce terme?
-Quoi qu'il arrive, l'époque de la sécurité est révolue. Nous plongeons dans l'inconnu.
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Rogorn
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MensajePublicado: Mar May 23, 2017 10:34 am    Asunto: Responder citando

Arturo Perez-Reverte, à la poursuite des Lumières
François Lestavel - parismatch.com - 23/05/2017

Dans son nouveau roman d’aventures, deux Espagnols bravent tous les dangers pour tenter de rapporter à Madrid l’Encyclopédie de Diderot et d’Alembert. Epatant!

Trépidants et érudits, légers et profonds, les romans d’Arturo Perez-Reverte ont toujours su concilier l’intelligence et le cœur, la passion et la raison. La preuve avec 'Deux hommes de bien', pétillant livre de cet émule d’Alexandre Dumas qui narre les tribulations du dégingandé amiral don Pedro Zárate et du rondouillard linguiste don Hermógenes Molina. Le but de ces vénérables membres de l’Académie royale espagnole : acquérir les 28 tomes de l’Encyclopédie et les faire venir à Madrid afin de se frotter à l’esprit des Lumières qui brille à Paris et illumine le monde. Un parcours semé d’embûches car cet ouvrage est considéré comme diabolique par une clique de réactionnaires et de culs-bénits qui engagent un redoutable sicaire pour faire échouer leur projet. Guet-apens sur les routes, traquenards dans les ruelles de Paris et coups tordus au moindre relais de poste les guettent… «J’ai eu l’idée de ce roman en tombant sur la première édition de l’Encyclopédie à la bibliothèque de l’Académie royale, se souvient l’écrivain. Elle avait été acquise à une époque où elle était pourtant rigoureusement interdite! C’était à la fois une surprise et une découverte qu’à un moment d’obscurantisme il restait malgré tout dans le royaume d’Espagne des gens assez éclairés pour s’intéresser aux idées nouvelles qui prospéraient en France et en Europe.»

Pour retracer le parcours rocambolesque de son duo, Pérez-Reverte a laissé parler son imagination tout en tentant de coller au plus près des réalités d’un long déplacement au XVIIIe siècle à l’aide de cartes et de guides originaux. Une démarche qu’il nous fait partager en racontant, à travers un roman dans le roman, ses hésitations d’écrivain, ses rencontres, ses réflexions. «Ce livre m’a beaucoup fait réfléchir sur la condition du voyage. Avant, on avait le temps de lire, de s’arrêter pour regarder le paysage et rencontrer des gens différents, pour connaître leur vision du monde, constate-t-il. Aujourd’hui, on se déplace de façon si rapide qu’on n’apprend plus rien! Et, même arrivé à destination, on est prisonnier de ce qu’on a déjà lu dans les dépliants touristiques. Le vrai voyage comme enrichissement du cœur et de l’être humain a disparu…»

S’il rend hommage aux idées universalistes, à la liberté de mœurs et de pensée qui a éclos en France au XVIIIe siècle en invitant ses héros dans les salons féminins fréquentés par le baron d’Holbach, d’Alembert ou Choderlos de Laclos, l’ancien reporter de guerre ne croit pas au triomphe de l’humanisme, après en avoir vu des vertes et des pas mûres à Sarajevo, au Nicaragua ou à Beyrouth. A travers la figure d’un abbé défroqué devenu fanatiquement athée et celle de Marat, médecin raté et atrabilaire, il annonce le sang et la tyrannie à venir. «La Révolution française, ce ne sont pas Diderot, Voltaire qui l’ont faite mais les frustrés, les seconds couteaux. Des médiocres pleins de rancune car les grands philosophes étaient reconnus par la société, pas eux…» Lui qui, à 65 ans, a l’enthousiasme et la fougue d’un jeune homme de 20 ans prophétise aujourd’hui l’extinction totale de Platon, Montaigne et Aristote de notre paysage culturel en mimant un geste d’égorgement. «La culture occidentale est condamnée, c’est sûr. Mais la culture nous permet de le savoir et de mourir de façon digne, avec un certain panache. Elle n’est pas une solution mais une consolation, c’est un analgésique!» lance-t-il, dans un grand éclat de rire. Joyeuse boutade du plus optimiste des pessimistes.
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